Intervista a Luca Dimoon: quando si dice “un artista a 360°”

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Copertina del nuovo singolo “NonSense” di Luca Dimoon

La prima volta che andai a sentire Luca Dimoon dal vivo, circa cinque anni fa, in un locale milanese, rimasi piacevolmente impressionata. Da allora non ho smesso di seguire la sua continua evoluzione artistica, come non ho smesso di ascoltare la sua Twilight, una meravigliosa poesia in musica.

“Sonorità jazz ricreate da strumenti rigorosamente vintage, come la tromba degli anni ’70 o il saxofono degli anni ’40, accostate ad elementi elettronici futuristici, il tutto condito con la sua voce soul che rispecchia la sua anima, e il falsetto, che caratterizza il genere funk”. Sì, credo si possa descrivere così lo stile Dimoon, uno stile ricercato, complesso, mai scontato e costantemente al passo coi tempi. 

La mia lunga intervista a Luca Dimoon inizia in tarda serata, intorno alle 23.30 di una sera di settembre, nel luogo in cui nascono le sue idee che poi trasforma in  musica. Artisticamente vivo di notte sia a livello creativo, quindi espressivo, sia a livello di assimilazione” – mi spiega Luca – “Di notte sono più ispirato a ricevere. E’ come se la magia della notte mi aprisse i sensi, e iniziassi a percepire cose che non posso evitare di esprimere.” D’altronde lo  si legge nel suo nome: Luca, dal greco “luce“, e Dimoon, un chiaro riferimento alla luna.

Nasci 32 anni fa a Milano da papà siciliano e mamma piemontese, eppure scegli sin da subito di cantare in inglese. 

Sai, sono cresciuto a Milano 3 dove ai tempi c’era una comunità americana abbastanza forte e sin da bambino ho avuto questo imprinting filoamericano, tra ragazzine statunitensi e i classici balli di fine anno. Poi sono andato a Londra dove ho vissuto tre anni: erano gli anni di Craig David e Amy Winehouse prima che esplodessero, per intenderci. L’esperienza londinese è stata il momento più intenso fino ad oggi: ricordo che uscivo la sera e quando tornavo a casa rimanevo sul letto con gli occhi sbarrati per la tanta energia artistica che avevo assorbito.

Hai una voce meravigliosa: quando hai capito che sarebbe stato il tuo primo strumento?

Me l’ha fatto notare mia madre quando da bambino cantavo nel coro della chiesa e colui che dirigeva il cuore le disse: “Suo figlio ha la voce d’angelo!”. Effettivamente amo la musica da sempre; ricordo che da ragazzino giravo sempre  col walkman, macinavo musica su musica, era diventata una condizione naturale. Nei momenti tristi il canto sostituiva il pianto, mi aiutava a tirar fuori la tristezza.

Quali sono stati i primi artisti che ti hanno ispirato?

La mia prima audiocassetta è stata “Dangerous” di Micheal Jackson, poi ho scoperto i vari gruppi R&B di quei tempi come i Boyz II Men, i Blackstreet; poi ancora artisti come Usher, Lauryn Hill fino a quando non rimasi stregato dall’album “Voodoo” di D’Angelo che ascoltavo per ore ed ore. Oggi mi rendo conto che era un disco sperimentale, complesso su certe cose, mentre all’epoca lo ascoltavo solo con il cuore.

Non basta il cuore per ascoltare la musica?

Io credo di sì. Spesso dopo le mie esibizioni mi sento dire frasi del tipo “Bravo, complimenti, non sono un intenditore, ma per quel poco che ne so…”, io rispondo sempre che non serve essere degli intenditori, basta avere il cuore, basta avere una certa sensibilità, è quello che fa la differenza. Si può essere super tecnici, ma se poi non ti arriva non ti emozioni, e l’emozione non la provochi con un pensiero razionale, passa per un’altra via, ed è quella la sfida.

Tu oggi come senti la musica?

Con gli anni ho imparato a codificarla. Se prima la musica la sentivo, adesso la vedo. Quando ascolto un pezzo vedo l’arrangiamento del basso, della batteria, interazione tra gli strumenti. Un brano per catturarmi deve essere molto complesso, deve essere difficile da codificare: sono proprio le cose complesse che mi fanno evolvere.

Cantautore, compositore, produttore, musicista, regista: ho dimenticato qualcosa?

Sì, ma non importa (ride, ndr).

No, no, mi interessa.

Pittore, scultore, fotografo, tecnico del suono. A quest’ultimo ci tengo particolarmente perchè è il processo finale che mi ha dato un timbro sul mio passaporto alla libertà creativa. E’ un lavoro più tecnico, ma comunque artistico, che mi permette di essere indipendente realizzando un prodotto dalla “a” alla “z” pronto per la pubblicazione.

Direttamente dal produttore al consumatore, o meglio, dall’ideatore all’ascoltatore in questo caso…

Esatto! Tengo a precisare che la mia totale indipendenza non nasce per un’esigenza di onnipotenza, bensì per un’esigenza di libertà di fare la musica quando voglio e senza dover aspettare nessuno come invece succedeva in passato.

Luca, ma è vero che suoni il piano, la tromba, il basso, la chitarra e le percussioni?

Sì, ma ti assicuro che è molto più semplice di quello che sembra: quando hai chiaro dentro di te la composizione, la melodia, i concetti, devi solo esprimerli attraverso uno strumento che ha una meccanica particolare rispetto ad un altro strumento. La musica è nell’anima, nella testa, le melodie sono nell’etere e lo strumento è il veicolo che cattura l’idea, la codifica e la trasforma in suono.

Come nasce una tua canzone?

Ogni canzone nasce da un viaggio che faccio attraverso la musica passando per una ricerca concettuale che inizia con la ricerca del contenuto, segue poi l’estetica del contenuto che aiuta ad amplificare il contenuto stesso e dopo, parallelamente, entra la parte musicale quindi l’approccio alla composizione che consapevolmente cerco di esplorare attraverso strade diverse, una è quella di un giro armonico al pianoforte.

Prima testo e poi musica, quindi.

Fino qualche tempo fa scrivevo testi su testi, buttavo giù melodie e poi quando trovavo qualcosa che musicalmente mi interessava andavo a ricercare tra i testi quello che meglio si legava a quel tipo di atmosfera creata da quel giro armonico di pianoforte o di chitarra. Adesso invece prendo più strade per sperare di arrivare a diverse soluzioni, perchè mi sono reso conto che a batter sempre la stessa strada si rischia di trarre  le solite conclusioni a livello creativo, e automaticamente sei più incline a un certo tipo di creazione. Raramente mi è successo, come invece so che a molti succede, di  svegliarmi la notte con una melodia in testa. Forse solo con un pezzo.

So che stai lavorando al tuo secondo album, a che punto sei?

E’ quasi finito, mi manca l’ultimo pezzo. Sai, quando ho finito il primo  l’ho pubblicato e subito accantonato perchè sentivo che non mi rappresentava più e mi sono messo immediatamente a lavorare al secondo album. Adesso a distanza di anni quando lo ascolto sento la mia ingenuità, la speranza, sento un musicista acerbo.

Segno di una continua crescita artistica o di un eccessivo senso di autocritica?

Forse entrambi, ma ammetto che il mio perfezionismo quasi ossessivo mi porta a non essere mai soddisfatto, o meglio, mi porta ad essere soddisfatto solo attraverso un percorso quasi maniacale. Posso stare su un pezzo due mesi fin quando non mi suona tutto perfetto come ce l’ho io in testa. D’altronde l’orecchio si affina col tempo e la concezione musicale si evolve quindi se un mio vecchio pezzo non mi convince più, lo risento e lo modifico. Prima realizzavo un pezzo dietro l’altro senza pubblicarli e questo portava via tanto tempo, poi quando erano finalmente tutti pronti per essere pubblicati, mi rendevo conto di essermi evoluto a livello sia compositivo che vocale.

Parliamo dei “talent show“, un genere televisivo che divide soprattutto i musicisti. Qual è la tua posizione in merito?

Io credo che siano un gran peccato per la musica quando il “talent” diventa il modo più usato per creare fenomeni musicali e dal quale far passare degli artisti. Poco tempo fa ti confesso che ho ricevuto una proposta potenzialmente importante che avrebbe potuto cambiarmi la vita a livello di fama, ma ho rifiutato quando ho capito che avrei dovuto sottostare a delle regole che non mi appartenevano come ad esempio farmi dire da altri cosa cantare, come cantare o addirittura come vestirmi. Non mi interessa avere fama snaturandomi, né tantomeno fare una musica che non sento mia per avere più soldi: cosa faccio poi con quei soldi? Mi ricompro l’anima che ho venduto?

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Taty Rossi

Nata a Milano sotto il segno dei Pesci, ha origini eritree, una pelle color cannella e si definisce "un'amante della parola". Ha studiato recitazione e conduzione televisiva presso il Centro Teatro Attivo e oggi è il volto esotico di 7Gold alla guida di "Live In Style" in onda ogni venerdì alle 18.30.

URL breve: http://www.livemilano.it/?p=13420

Scritto da il Ott 23 2014. Registrato sotto Bacheca, NEWS, TATY'S PAGE. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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