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L’Arte orafa, vitale, del Maestro Giuliano Ottaviani: dalla linfa al suggello, nel Tempo liquido delle Forme

Giuliano Ottaviani

Duplice Personale del Maestro
Dal 31 Gennaio 2016
presso La Banque di Milano –
al 14 Gennaio 2017 con INowArt,
presso InArte Werkkunst Gallery

Suggestioni e ricordi di Percorso

Intervento di Giada Eva Elisa Tarantino

Breccia nella materia, è la fibra esperienziale a dar valore alla sostanza; tacito accordo, testimonianza, vibra di vita e una sorgente dona all’effigie che sembrava prosciugata.
L’energia vibrazionale del Maestro Giuliano Ottaviani è il lustro nel quale sono incastonate le forme, a loro volta colmate della linfa di sole che gli è stata infusa in oscure impronte o grafi, e resa suggello: orafo ed Artefice esimio di risonanza mondiale, cultore di una dinamica iconica possente e peculiare, mai autoreferenziale, cosmopolita, poetica ed intima nel suo manifestarsi, il Maestro Ottaviani persegue ed alimenta un dialogo denso fra ciò che scorre e ciò che permane, fra medium espressivi i più disparati da contaminare senza posa, fra la propria estensione plasmata da donare in quanto pura Arte e l’immanenza nostra da rivelare equorea, flusso cromatico mutevole nel quale rispecchiarsi.
Un ponte si erge sulla laguna, cara pulsante memoria; ed un ponte è l’afflato materico che lega l’aurea sostanza ed insolubile quale cera fusa delle superfici scultoree sospese, con i grevi virgulti umani e bruni del bronzo: metafisica della contingenza, alveo della vita, brandello di Verità.
Vegliano le forme sul mare verde e viola di Venezia, perse a meditare una scenografia che non si è mai compiuta; come vetroresina le onde lucide ne correlano i contorni, che s’infrangono dove grondano i colori: nella trasparenza dell’animo che si contempla, dove tutto è capovolto. Se ti tuffi è in cielo, non in acqua; ti slanci sui colori, e ti cadi in cuore. Nel fluido riflesso la sostanza si spoglia d’apparenza, e la luna è una carezza fatta ai simulacri consunti che s’inverano scindendosi al riverbero bianco. Poi sarà passato, ma domani è l’Ieri a respirare dietro a una maschera: battito atavico, ponte per la coscienza, tempo che scorre via rosso in tracce volatili: se non gli diamo valore muore in un lembo di volto.

Nelle prospettive cognitive del Maestro Ottaviani, l’Entaglement quantistico equivale al legame arcano e remoto ricercato fra i corpi dipinti o plasmati: come Quanti non sono scomponibili se non dal ricordo, e si ritrovano al di là della logica e dei sensi, colti in misteriosa risonanza mentre s’allontanano.
Le splendide e flessuose Indossatrici, armoniche e pervasive scale fra il sogno e il compimento, d’ogni distanza e passo anch’esse custodiscono le tracce, pur perdendosi in se stesse; una cinestetica silente ed immota fra di esse ed entro i flutti del Tempo, le fa vivere senza un respiro come fossero strumenti segreti a vibrare, e come ruderi di colonne serrati all’architrave vitreo dell’acqua e dell’Identità, con i piedi d’oro su una corda di luce.
Tacito accordo, testimonianza, breccia nella materia, a risuonare è la sorgente del Maestro, adamantina oltre l’apparenza, e voce che sembra di udire:
Dove corre la mia anima, io non ho peso, non esiste peso.
Quando andrò via, che cosa resterà di me? Delfino smarrito nell’onda dell’aria, scia di fuoco che solca la terra.
Guardami adesso, nel trionfo di colori che si sfalda in un nido di stelle intrecciato al mare: le mie mani che piovono sull’onda sono rondini di luce, ma come comete sembrano tornare all’arcobaleno così riflesse sull’acqua.
Via dall’oggi, via dal domani: se ti tuffi è in cielo, non in acqua; ti slanci sui colori, e ti cadi in cuore.
Ascolto il mio corpo, i battiti interni, le fibre dei muscoli, il ritmo interno che mi lega alla terra: tumulto e neve alle cime, magma e musica assordante, frammenti senza nome di un passato che veglia su di me, come quei ruderi coperti d’edera in cima alle scogliere, che ascoltano le onde.
Langue la Laguna, nel ricordo; comincia a vibrare là dove non posso più udirla. E come luna s’abbandona dove io stesso non ho più corpo.
Dove vado io non c’è un volto a definire l’Identità, e nemmeno un nome, né sulla mano il solco della vita; c’è la livrea del sogno che da bambino ho dimenticato d’esprimere. Lo scorgo adesso in ali d’oro che si librano dove più mi sento morire. Azzurro sentire, lo vesto di bronzo: ha il grembo d’avorio, come una madre. E muliebre, adorato si conforma, si stende rosso, Ieri, quando da uomo ho potuto plasmarlo.
Dove ci amiamo, io non trovo la pace; dove ci amiamo, là si posa la vita come il sole sull’acqua: gondola d’aurora, tesoro senza peso, come raggiungerla? E come toccarla, con queste mani di rondine.
Domani è l’inverno, e non posso migrare. Langue in volo la Laguna, se mi tocco in cuore, ad aspettare.

 

 

Giada Eva Elisa Tarantino

© Copyright Giada Eva Elisa Tarantino

Giuliano Ottaviani Website:
http://www.giuliano-ottaviani.it/gallery.html

 

 

 

L’Arte di Diana Roitman: eterno adagiarsi d’un petalo di verità

L’Arte di Diana Roitman: eterno adagiarsi d’un petalo di verità

Presentazione di Giada Eva Elisa Tarantino*

*Vernissage della Personale,
Giovedì 29 Ottobre 2015
Salotto del Consolato Generale dell’Ecuador di Milano

Che cos’è la Verità? E dove dobbiamo ricercarla? Forse è lo iato bianco annidato nella tela, dove non vivono i colori, e a lato, come un petalo caduto.
Il centro focale dell’Arte di Diana Roitman si orienta di volta in volta in base al flusso tonale e strutturale, ai punti di fuga e agli assi che s’intersecano dove frana la parvenza, alla luce diffusa dell’anima che emerge, che si nasconde e poi spicca ancora il volo dove l’Opera non può più contenerla, al confine fra il cuore, le ombre e il centro della stanza.
Si dilatano gli spazi e i tasselli figurali, toni e semitoni, prospettive cognitive della composizione: è il flusso della memoria a decentralizzare ai nostri occhi quel paesaggio mentale e cromatico, a portarli lontano dove il colore ha un profumo, e dentro, in cerca della risposta; è come un algoritmo modulare la procedura performativa articolata dell’Artefice, che per piccoli passi e sfumature schiude per gradi i nodi del Nodo iconologico del significato, fino al proprio Riconoscimento.
Bianca è la verità quando spicca oltre il computare [1.], oltre il calcolo [2.], oltre la ragione [3.]: non ha bisogno di colori, di apporti segnici, di strutture che la edifichino; viveva là da sempre, posata lieve, eterno adagiarsi, come il ricordo di una carezza.

Le ombre piangono nell’Opera di Diana RoitmanIdentità” [4.]; in loro la luce filtra come sabbia fine fra le dita delle mani. Nera fuliggine, colano dai nostri tenui contorni, dai nostri umani limiti, dal claustrofobico abbandono ai confini netti, chiusi, invalicabili al peso della logica.
Ci guardiamo in controluce aspettare che dentro ritorni il mattino, mentre là fuori il sole l’abbiamo alle spalle; ma se solo volgendoci fossimo come quelle fronde radiose che s’aprono alla terra al ricercare nell’orientamento solare la nostra stessa verità, sarebbero meno grevi, le assenze: nell’Opera “Visionario” [5] è infatti un petalo del sole pallido che filtra appena tra i rami, nel registro superiore della tela, la risposta [6.]. Petalo caduto, ci somiglia nell’attesa: adagiato a lato, su di un corpo che non ruota, nell’eliotropismo visivo della rappresentazione [7.].
Rompendo la Profondità” [8.] dell’Artefice Diana Roitman, è struttura vitrea colta come capovolta a mostrare l’intimo in alto ed all’esterno, e non nel cuore della tela. Freddi come il mare d’inverno gli assi diacci sfaldati, le fondamenta cineree sospese su ponti tersi e gelidi di superfici.
Ma in “Distillando l’Essenza del Fuoco” [9.], la verità è l’etere che avvampa fra i rami rossi, indaco, ciano, blu reale, fulgidi come l’acqua alla sorgente. Ѐ tutti gli elementi, il primo canto, il distillato della Vita.
E “Primavera” [10.] è il petalo caduto, lo iato annidato dove non vivono i colori: così niveo, puro, memoria del suo fiore. Sussurra l’Artefice, alzandolo in volo: tutto ciò che guardo lo raccolgo, lo proteggo, ma io no, me stessa no, io piovo via a scrosciare dove ci si perde, dove ci si ferisce. Ho guardato il fuoco ardere come il mio petto, senza che alcuna pioggia potesse spegnerlo; ho guardato lo specchio dell’acqua, il mio cuore si è posato su di esso come un petalo di porpora e vi è affondato celeste, colore delle correnti. Ho guardato la città riflessa nei miei occhi issarsi con le sue cime chiare sulle mie ciglia nere; le forme statiche degli edifici, il profilo delle case, l’alabastro del sole che corre per le vie, mi si sono tuffati dentro, vibranti hanno alzato in volo dell’animo spuma marina e stille d’infinito.
Ho sondato e capovolto la struttura interna del pensiero, gli anfratti della mente [11.], i ricordi della mia vita, la stessa visione intima mia del mio proprio volto, per trovare la verità, e l’ho scorta in un barlume oltre il mio cuore, come dietro a un vetro [12.].
Sono alla finestra e tengo gli occhi chiusi, per non cadere più dentro la Visione. Eppure vedo e sento ancora come sogno vivo giunchi fioriti piegati dal vento, i primi fili d’erba oltre la neve, foglie e spighe di grano nei capelli, le strade buie e il sole che le apre. Scruto la mia vita nel dettaglio ad occhi chiusi, ma se li apro non la vedo, io mi ci perdo. Arcano è questo mondo a chi lo guarda da dentro, a chi lo Sente, a chi lo vive come quando si corre alla gioia, in un campo di girasoli.
La luce mi rapisce, oltre la finestra; la luce mi ferisce, dentro, e io piango. Ha spilli di luce, questa “Primavera” [13.]; ha vettori, input, punti di fuga, un architrave amaranto [14.]. Ѐ una cattedrale radiante e viola edificata sulla bianca sorgente [15.]. Là si poserà il mio cuore, come un petalo di verità.
Mai più perdersi, computare, arginare; soltanto perdutamente scorrere via oltre i vetri, al mio fiore, e come un sole a palpitare, quando tutto il resto si spegne.

 

Giada Eva Elisa Tarantino

L’Arte contro la violenza di genere ha colori e palpiti della “Rinascita”, a Travedona Monate

“Rinascita”
Mostra d’Arte e Convegno*
Contro la violenza di genere
12 Settembre 2015
Sala Conferenze Don Luigi Ponti
Travedona Monate

*Con Interprete LIS (Lingua Italiana dei Segni)

Con stima, e nel ringraziare per questo prezioso Percorso, il Comune di Travedona Monate nella persona del Sindaco Andrea Colombo e dell’Assessore Davide Capuzzo – insieme ad ognuno degli Organizzatori dell’Evento -, il Giudice Fabio Roia Presidente di Sezione del Tribunale di Milano, i Consolati Generali di Ecuador e Messico di Milano con gli Autorevoli e cari Rappresentanti Console Narcisa Soria Valencia ed il Presidente del Centro Ecuadoriano d’Arte e Cultura Guaman Jara Allende, Console Marisela Morales Ibáñez; e ancora, la Giornalista e Scrittrice Ketty Carraffa, Autrice del Progetto “Le Donne, acqua nel deserto – Io come gli Angeli”, ed il Movimento Artistico Spirale di Luce con le Artiste Wally Bonafé, Maria Brunereau, Amalia Caracciolo, Katalin Kollar, Bianca Monroy, che ho l’onore di presentare.
Ringrazio Denise Cobelli, Pianista di talento, per il brano splendido di sua composizione, “Melodie di Primavera”.

*Presentazione di Giada Eva Elisa Tarantino, critico d’Arte

[1.] Wally Bonafé, Rinascita, acrilico, 2015.

Ascolta le Opere di Wally Bonafé, senti le correnti pervinca che ti riportano alla luce: dai fondali neri della composizione ti fanno rinascere, t’inondano oltre il limen della tela. Serrata al buio, eri sepolta in una pennellata di viola [2]. E nell’indaco che sgomenta si affoga senza tregua, senza che esso mai conceda di morire [3.].
Ma adesso t’affacci alla vita, ninfea, hai una gemma di sole che ti nasce dal petto [4.]. Vedi già il balenìo argenteo delle onde che t’irradia il volto [5.]. Senti come s’apre la notte al canto dei colori [6.], frantuma blu oltremare al tepore dell’alba: blu cobalto [7.], squarcio di porpora [8.], blu reale, scarlatto, e il dolore muore in un grumo d’oro [9.].
Lo lava via la luce, la luce lo affonda: vedi come cade, opaco [10.], in fondo al baratro.
La luce, adesso, è vettore, direzione [11.]. Ѐ una nave di sole che viaggia segreta dentro ai riflessi del mare.
Respira e vedi la tua immagine riflessa [12.] emergere dallo specchio limpido dell’acqua: sei fragile, nivea, sfibrata, violata; sei vibrante, palpitante, intatta, gemmata. Sei lieve e fievole come la carezza di un bimbo, e tenace come la foglia di porpora che cade davanti ai tuoi occhi, squarciando nel campo visivo la visione indacoazzurra dell’orizzonte [13.].
Hai due cuori [14.], che si tengono vivi.

 

[15.] Amalia Caracciolo, Verde speranza, Acrilico su tela, 2015.

Guarda la vita che si apre, adesso, ed è paesaggio inondato dall’alba: le sue pagine alari ancora da scrivere, sono come una farfalla di sole. Ascolta il suo fuoco interno [16.] che pulsa e si dirama in arterie azzurre [17.]: crepita alla fibra come arancio fluo che dilaga magenta sul giallo di cadmio. Ascolta le Opere di Amalia Caracciolo, guarda dove ti stanno portando: dentro, in affluenti di primari fra sponde di complementari additivi puoi sfociare dov’è sbocciata ambra l’aurora; libera, celeste, puoi lasciar volare via il tuo cuore senza morirne.
Arancio, porpora, ruggine, mogano, melograno è il suono del volo di una farfalla: lieve insieme e pesantissimo, come un alito di vita. Si leva dal tuo petto, per posarsi sul mio.
I colori dell’Artefice devono divenire forme, per non farsi del male [18.]; e plasmati sulle pagine alari, già si librano via come fogli di carta [19.]: il sole nasce da ogni loro lembo piegato sulla notte. L’orizzonte è un nido di forme che si contrae ancora e si staglia al di sopra delle ombre, leggero e ardente come un aeroplanino di porpora che all’aurora ritorna nell’iride [20.]. Senti come vola via, come palpita; e senti il dolore che ritorna, sempre, sempre rinasce con il sole, non ti lascia andare [21.]; ma la luce scende fin nel buio a portare fulgore, semina la terra, ritorna su gemmata, turchese: è un delfino nell’onda d’oro dell’aria [22.]. Ti si tuffa ancora in petto, e non è più notte [23.].

 

[24.] Maria Brunereau, El Canto de la Sirena, mixed media on wood, 2014.

Una lacrima di foglia giallo cromo cade a suggello di questo nuovo mattino: nell’onda di sogno, fra il cielo e il mare, è come una perla fra le valve dell’alba [25.].
Ascolta le Opere di Maria Brunereau: lontano piove di nero la notte [26.], è granato e viola la tempesta che ritorna [27.], nevica bianco di cobalto la paura [28.]. Ma si dirama e foglia scarlatto il coraggio di respirare ancora [29.]: dal centro si dirama e s’involve amaranto e ciano, rosa conchiglia, verde acqua, granato [30.], nella caleidoscopica spirale aurea d’un albero sacro a cui s’impernia l’intero cormo della tela [31.].
Con mano di madre, l’Artefice dipinge frondoso il fuoco della vita, l’amnios alla genesi e l’acqua della foce, l’aria che ci empie e fa vivere, terra bruna da seminare, il sapore dell’uva.
Per mezzo della tecnica antica dell’encausto, il medium del legno risuona alla sorgente, come vagito; di sangue e di sole, è la linfa della vita: divampa dal cuore blu reale della tela [32.], ramifica [33.], vibra in cuore alla luce [34.].

 

[35.] Katalin Kollar, Promesse, acrilico, 2015.

Guarda, ascolta le Opere di Katalin Kollar: più te ne allontani, e più gli sei immensamente vicina.
A te mostrano l’unico Viaggio che non dà distanze da percorrere: Rinascita è ad un soffio da te, nel volto di chi ti sta vicino, delle persone che stimi, dei tuoi cari; i loro occhi sono la casa di sole in cui non ti senti morire. Ci arrivi in un istante, guardando di fronte a te, guardando nei tuoi stessi.
L’Artefice ha varcato l’orizzonte, con un battito verde di ciglia [36].
E l’Artefice stesso ci dice: dipingi il suono [37.] [38.] [39.] [40.]; rossa è l’emozione dei passi per arrivare al colore del fiume al crepuscolo [41.]. E avorio è il tuo abbraccio [42.]: semitoni e primari additivi sono il ponte cromatico che attraverso correndo per venirti vicino [43.] [44].
Tutto il suono del mondo [45.] è in un palpito ametista, che condiviso diventa azzurro [46.].

 

[47.] Bianca Monroy, Ave Fenix, mista su carta e dibond, 2015.

Senti i colori del lago, fuori, oltre le pareti: così disteso sul verde mirto che scorre, l’azzurro tenue del cielo diviene blu fiordaliso, un petalo fra le sponde del giorno [48.]. Li vedi insieme inondarsi via, non li puoi staccare. Li vedi insieme perché hai due cuori, che si tengono vivi.
Ascolta e vivi le Opere di Bianca Monroy, e guarda dove in un battito suo si è posato il mondo: entro un lembo d’arcobaleno, perché riposi [49.]. L’Artefice custodendolo lo ha celato tra le fibre della tela, perché un giorno possa germogliare, e non fare più paura.
Fra innesti segnici e radici tonali [50.], tracce di vita [51.], guarda il rosso che lei ha dipinto [52.]: plastico, strutturale [53.], è un’arteria profonda [54.]; segui il viola, lo zaffiro e l’indaco, perché sono vettori, pieghe grevi ma preziose sull’epitelio vivido della tela [55.]. Verde bosco, lilla, sono humus cromatico [56.], e giallo sole è l’occhio dell’Opera [57.]; peonia e verde chartreuse sono sorrisi del colore [58.]. Bianco è Viaggio segreto, libertà, perdono, carezza: è piovuto sulla tela allora, grondava dalle mani, per sanare le ferite [59.]; sgorga dal rosa carne fluo, e scorrono insieme sulle guance della composizione.
Scorrono via uniti, come il lago e il cielo, e uniti e candidi rinascono: li vedi insieme perché hai due cuori, che si tengono vivi.
L’Artefice Bianca Monroy, anch’essa, ci sussurra: ho visto in volto l’Amore, il volto della Vita. Ho visto crescere il mio paesaggio interiore, l’ho seminato di tutti i colori, anche quelli del dolore. Di buio e di luce [60.].
Abbiamo un cuore per portare il sole fin nella morte. L’altro scorre all’alba, come lago e cielo. Due cuori, che si tengono vivi [62.].

 

Giada Eva Elisa Tarantino

Comune di Travedona Monate (VA) http://www.comune.travedonamonate.va.it/hh/index.php

Movimento Artistico Spirale di Luce, website:

http://spiralediluce.net/

Wally Bonafé, Artist Painter and President of “Spirale di Luce”:

http://spiralediluce.net/artisti/wally-bonafe/

Maria Brunereau, Artist Painter and boutique:

http://spiralediluce.net/artisti/maria-brunereau/

http://www.mariabrunereau.com/

and Maria Brunereau is Founder of Club EXATEC en el Arte:

http://exatecenelarte.wix.com/exatecenelarte

Amalia Caracciolo, Artist Painter:

http://spiralediluce.net/artisti/artista-1/

Katalin Kollar, Artist Painter:

http://spiralediluce.net/artisti/katalin-kollar/

Bianca Monroy, Contemporary visual Artist:

http://spiralediluce.net/artisti/bianca-monroy/

http://www.bianca-monroy.com/

Consolato Generale dell’Ecuador in Milano

http://www.ecumilan.org/

Centro Ecuadoriano d’Arte e Cultura in Milano, Presidente Guaman Jara Allende

http://www.ceacm.it/guamanallende.htm

Consolato Generale del Messico in Milano

http://consulmex.sre.gob.mx/milan/

“Favilla” di Attilio Stocchi: matrice di Vita, alle radici di “Ex_Po”

Fiat lux et lux facta est (Gn 1, 3)

 Le cose sacre, veduto il cuore dell’autore, vi si fermano (Carlo Emilio Gadda, Primo libro delle Favole, SGF II 21)

Palpito di luce, e riverbero carminio, riverbero scarlatto. Nel patio oscuro echi, nell’Atrium piove il sole, si librano stormi bianchi di parole nelle auricole cave che ancora danno alla notte; sono onde sonore le cime indaco nell’hortus, che al fiat s’infrangono sul nostro silenzio. Si perde l’animo nella Visione e ramifica in cielo, iride e rizoma: sembra di poterlo sfiorare con la mano, di poterlo cogliere in volo, mentre siamo al buio a vibrare, in ascolto, come seme nella terra. Anelito che genera radici in “Favilla – Ogni luce è una voce”, infinitamente toccante e pervasiva, immersiva installazione ultrasensoriale ideata e edificata dall’Archistar Attilio Stocchi per il Salone del Mobile, con l’illuminata committenza di Federlegno Arredo Eventi (già Cosmit), ed in sinergia con Euroluce – in occasione dell’Anno Internazionale della Luce e delle tecnologie d’illuminazione, proclamato dall’UNESCO per il 2015 -, tenutasi dal 14 al 19 Aprile in Piazza San Fedele a Milano. Ѐ l’ancestrale nemeton svelato e vivificato dall’Artefice Attilio Stocchi, nell’Aprile 2011, a tornare ora alla luce e alla memoria: alle fibre le vibrazioni, l’indimenticabile sinestesia di “CuoreBosco”. Realizzato con Laura Crespi, Giulia Maculan, Enrico Prato, e con la collaborazione di Ylenia Rose Testore, il progetto di “Favilla” s’è avvalso inoltre del lungimirante apporto di Ford Motor Company – Azienda partner dell’Evento – che per l’occasione ha scelto d’innestare alla profonda e vasta curiosità intellettuale di Attilio Stocchi ed al valore esperienziale dei suoi Percorsi, il proprio concept di design, parimenti irradiato sull’onda e nel vettore dell’innovazione; all’Ovale Blu si è dedicato infatti il blue box prospiciente la chiesa di Santa Maria della Scala in San Fedele – annesso alla camera obscura di “Favilla”-, ove ha fiammeggiato trasmutando come crisalide la nuova Ford GT. Metamorfosi del resto complementare al ciclo vitale e emozionale che s’è svelato all’interno, nel corpo narrativo anagogico di quel Racconto che già nel suo involucro ‘analogico’ ha avviato il proemio: sull’epicardio opaco e oscuro di “Favilla – Ogni luce è una voce”, in quattro raggi, intelligibili e chiare le coordinate dantesche per un’ascesa non solo letterale, e non esclusivamente fisico-didattica, al misterioso fenomeno della Luce. E quella loro nitida dilogia intrinseca introduce al buio delle fauces, e le fauces a questa prima voce, scavata nell’introito come noi a gemmare – dopo tanta quiescenza – nella Domus interiore, a nuovo sole:

Aprile significa APRIRE. La Natura si schiude ai raggi del sole. Anni fa in questa piazza, raccontai di un bosco popolato di canti di uccelli e sacro; sacro perché la sua radura era trafitta dalla luce. L’ho sempre amata la luce; la luce della Provvidenza, che ho sperato di trovare in ogni luogo e in ogni persona, e la luce come essenza, quella misteriosa entità che si muove in modo strano: a volte come un corpuscolo, e a volte come un’onda. Directe, Diffracte, Reflexe, Refracte. La luce, favilla che illumina il nostro cammino e ci permette di vedere il mondo; voce, favella, promessa di altri MONDI” (Attilio Stocchi, in “Favilla”. Prologo)

Al pròe logos, la diegesi interiore che penetra la notte: è il lume di Alessandro Manzoni (Milano, 7 Marzo 1785 – Milano, 22 Maggio 1873) e sue sono le parole accorate di riscoperta, di rinascita, che auscultiamo pulsare; appartiene a Piazza San Fedele la sua statua – eretta dinanzi la chiesa di Santa Maria della Scala in San Fedele – e a tale “forma sonora” (Cuorebosco, 2011) della città, progettata nel 1569 da Pellegrino Tibaldi, appartengono e rimandano altresì il discorso poetico-narrativo in epanadiplosi di Manzoni, il cerchio della sua propria esistenza che s’affievolì e si spense pochi mesi dopo la caduta dai gradini di quella stessa chiesa, ancorché l’intera struttura cronotopica (Bachtin, in Strada Janovič 1979) del Racconto di Favilla – Ogni luce è una voce”, che immensamente riflette il continuum di ricerca di Attilio Stocchi, palesandone l’archetipo: il soffio vitale, ovvero la luce come flusso introspettivo che anima il corpo della materia, l’arteria che le strutture alla Natura fa diramare, quel “filo conduttore che ci consente di vedere il mondo come nascita generata dalla luce” (Favilla, 2015), dall’intima Genesi che è fondamenta, in risonanza, in corrispondenza omotetica – per il cristallizzarsi d’una Logica assoluta dalla relativa, per prodigio d’intuito, fiat emozionale, per midriasi e miosi come riflesso pupillare – oltre noi stessi e ritorno. Etopoietico il sapere del Manzoni, nell’etopoiesi del Racconto stesso di “Favilla”, la cui struttura circolare di rappresentazione effettivamente è plasmata su quella propria delle tragedie antiche – ovvero, prologo ed epilogo, e quattro atti – com’è noto sorte dai riti sacri in onor della Natura, al thymélē (Sanguineti 2006), e strettamente connesse a quel mythos (μῦθος, parola, racconto) fuso ormai con la rappresentazione diretta. Egualmente in quattro episodi – Directe, Diffracte, Reflexe, Refracte – “Favilla mette in scena le quattro caratteristiche di movimento della luce – ovvero, propagazione rettilinea, diffrazione, riflessione e rifrazione – e la duplice sua essenza ondulatoria e corpuscolare, secondo il divenire anche epistemologico della Scienza. Di lume in lume, agli stasimi è quindi affidata la rappresentazione delle “declinazioni vitali” del fenomeno luminoso (Attilio Stocchi 2015), entro il mondo naturale e artificiale: i raggi solari e la fotosintesi clorofilliana, la cangianza cromatica delle penne del pavone, la luna e il suo corpo opaco che pur splende, le fibre ottiche – che per mezzo di riflessioni totali varcano ogni distanza – ed il nido mirabile del diamante, che riporta la memoria alla fonte, dove si librano i colori. Nel Prologo di Manzoni, figura l’analessi; e la sua sagoma buia – afflato eloquente d’un vivido pigmento, e sigillo d’Artefice – è per noi come raggio che filtra nella terra, dove siamo a germinare. A “Cuorebosco”, a quell’Aprile e a quel Theatrum Naturae, a quel nemeton si corre con la memoria come seme nell’aria; là, trafitto dalla luce e sacro, ancora vivido ricordo, “[…] Un bosco meraviglioso, dove si riunivano per pregare, per sentirsi un’unica cosa con i tronchi degli alberi, un tutt’uno con la Vita […] chiudendo gli occhi, in una vertigine di silenzio, mi sentivo, davvero, in mezzo ad una radura, circondato da alti tronchi; e percepivo l’odore del muschio, l’umido della nebbia che trasuda da terra. Quella nebbia così nostra, avvolgente, materna. E voci. Ognuno, in ogni momento, può ascoltare un frammento di natura” (Cuorebosco, Prologo). Senso d’una rinascita, palpito di luce: ci perdiamo come allora nel primo mattino. Promessa di altri Mondi. Come blastomeri, tutt’uno con la Vita: ci è nato dentro il sole, la sua luce è un sussurro. Anelito che genera radici: Attilio Stocchi sente e crea la Visione, l’edificazione, ma sopra ogni cosa il varco per far sì che la si possa vedere, accogliere, auscultare dal di dentro, come fibra e endoderma, palpito del proprio stesso cuore. In risonanza i “suoni sospesi fra lamento e dolcezza” (Cuorebosco, 2011) del Requiem, dalla Messa da requiem di Giuseppe Verdi, come allora e in quell’Aprile 2011, favilla nella carne, viscerale rivelazione, sentimento; in essi l’Introito, e nell’Introito in embrione la nostra anagnōrisis, e lucus a lucendo una promessa gialloverde, che è vivida e vasta, e gemma da un epilogo: verdiana composizione sacra scritta in onore e in memoria del compatriota Alessandro Manzoni, all’unisono in vita spesosi per l’infine raggiunta Unità d’Italia, ed in essa per quei valori di giustizia e libertà che sono l’anelito del Risorgimento, la Messa in “Favilla – Ogni luce è una voce” si stempera e risorge, genera nel buio perché in sé ha trovato la luce. Nel varco della memoria e della Storia, così lieve dal nido dell’anima, si leva lo stormo che corre alla Vita: com’è stato in “Cuorebosco” ai fringillidi, durante Chloris [verde giallastro, IV], di rimando in “Favilla” canta il lucherino, in onor del lume; preludio, entrambi, allo scarlatto, al miraculum – l’uno con Rubecula, l’altro con sorgente puntiforme d’accento sulla parola “voce”, favillata dal Manzoni – rimandano all’unisono al varco dove s’ausculta la Domus e si eterna la fiamma. In “Librocielo” (2012), infatti, favilla era promessa: là era il cardellino a cantare – per il lume di Attilio Stocchi – in omaggio al cardinale Federico Borromeo, colui che ideò la Biblioteca Ambrosiana e la eresse per colmarla di memorie nell’attuale Piazza San Sepolcro, ovvero nel forum, all’incrocio fra cardo e decumano, sul cuore romano di Milano. E là era la Domus una metafora, prisma e i suoi colori quanto a senso infuso e parti costituenti; là dialogavano i libri e s’accendeva un’aurora, alla voce del nume tutelare – Leonardo da Vinci – nel varco per l’antico peristilio: vestigia e patrimonio della “metro-poli”, città “madre e misura” (Librocielo, 2012), radice e patria in risonanza con il cielo. Al fiat lux, dai due cuori fondativi dell’urbe – celtico e romano – l’omotetico sviluppo in risonanza: in nove circonferenze auree, Milano si svelava un organismo vivente; un’identità avita, perenne, toccante, con in Volto la luce.

In questo giorno perfetto in cui tutto matura, un raggio di sole si è appena posato sulla mia vita” (F.N. in Favilla, Directe, I)

Et lux facta est. Sulle labbra dell’aurora, a “pulsare di vita” (Attilio Stocchi), erano figura delle stelle, i lucherini: nessuno ha mai ascoltato un tale firmamento, generato così, dal tepore delle mani, e vicino, come battito d’ali alle ciglia, che ti si libra negli occhi per sorgere al tuo cuore. E al primo afflato del Verbo, al primo battito, al grande mistero della Genesi ed al racconto stesso, soteriologico e scandito temporalmente, della Creazione, dischiude Favilla – Ogni luce è una voce”, che in climax ripercorre l’eziologico, allegorico percorso sapienziale alla luce e nella luce del Verbo, alle porte dei colori: è un cerchio che si apre, sempiterno per quanto circoscritto, nel cerchio edificante ed indimenticabile della Rappresentazione. Nell’omotetia, la sapienza e la vastità intellettiva dell’Artefice Attilio Stocchi, ed un processo cognitivo infuso, una Cultur – per utilizzare una parola chiave poderosa del lessico filosofico di Nietzsche, segno dell’ “idrico” “senso connessionale” con i cicli naturali, e “familiarità” con gli stessi, basilare nel concetto sostanzialistico ontologico ed organilogico di Cultura (Nietzsche, Umano, troppo umano, I, Af. 255, trad. it. Giametta 1977) – che dà a plasmare e pone in risonanza ciclicità della Natura, imo e simultaneità; trasmutazione ed orbita attorno all’archetipo, pur nell’unidirezionalità narrativa – ovvero, un cronotopo (Bachtin, in Strada Janovič 1979) – e la materia infusa d’anelito, flessuosa, ma vorticosa, è forma di Vita. La Luce è senziente, in “Favilla”, come persona da rivivere, e la sua propria voce c’inonda, ci trasforma come fossimo morfema e radice di memoria, ed apre un varco riportandoci al ‘Significato’: come non pensare, allora, alla costante matrice del ‘triangolo semiotico’, e con essa ai Progetti pervasivi dello stesso Attilio Stocchi, fra i quali la mirabile Passerella-trampolino di “Vortice (2006 – 2013), visione emotivo-strutturale prodigiosa realizzata con Gualtiero Oberti per la riqualificazione del sistema ambientale di Piazza Cavour a Vaprio d’Adda, in sinalefe cromatica con le verdi correnti ed ancorché emotivo strutturale con quel “racconto già iniziato” da Leonardo da Vinci – colui “che dalle finestre di Villa Melzi ritraeva proprio i vortici d’acqua che si creano in quel punto […] come fossero intrecci di capelli e voli d’uccelli” – ripreso duecento anni dopo dalle vedute di Vaprio dipinte dal Vanvitelli e dal Bellotto, anch’essi idealmente omaggiati dalla radiante Visione; divina geometria in “scala-vortice costruita sull’aritmetica della spirale logaritmica inclinata di 54 gradi”, “Vortice” è equoreo fulgore che sale dall’Alzaia “e sembra emergere dai gorghi del fiume, tra le nebbie e i vapori di una creazione che [là] non si è ancora conclusa” (Attilio Stocchi e Gualtiero Oberti, in Domus n. 974, 2013). In intimo dialogo con le voci della corrente, è un flutto di schegge di luce: onda e corpuscolo di 23 m sul suo asse medio, fibra embricata da circa duemila differenti lastre triangolari – matrice creativa in tramutazione, idealmente posizionata entro i solidi platonici disegnati da Leonardo per il De Divina Proportione di Luca Pacioli – t’irradia dall’anelito fino alle radici. Dal culmine apre alla memoria, come varco poderoso per la storica scalinata; e dallo stesso culmine ti inonda via: corpo della Visione e sfumatura dell’iride, sei il verde petrolio scuro del parapetto, il verde mirto e cinabro che stormiscono dalle fronde, e favilla di luce sull’acqua come foglia che corre all’aurora. In dialogo con l’animo e la matrice, anche “Lumen” (2009-2011), progetto di sistemazione di Piazza Giovanni Paolo II a Lumezzane (Bs) – edificato con Gualtiero Oberti – che come prisma trafitto dalla luce “proietta i colori dell’iride sul palco retrostante: aiuole, alberi e pergolato in sequenza come un arcobaleno” (Costruire n. 307, 2008); ed ancora, la costruzione ipogea di “Bulbo” (2007 – 2008), realizzata con Gino Guarnieri: “materia d’introspezione e di creazione” (F. D’Amico), presagio del diamante. Allotropica struttura allegorica data a pervadere, come fuso dell’àncora, è la scultura superba di “SEME/Seed”, realizzata per Foscarini Spazio Brera in occasione dei Saloni 2013: poliedrico reticolo minerale e narrativo infuso d’universo, microcosmo a due geodi plasmato sulle proprietà del pentagono – formula armonica riscontrabile nel mondo vegetale e animale -, dell’eptagono – nella ricerca della metamorfosi tra mondo vegetale e minerale -, e quindi dell’esagono, a rappresentare invece lo stesso Regno minerale, è seme d’Anthriscus nitida ingrandito mille volte che trasmuta ed albeggia nell’humus come organismo vitale, alla sinfonia dell’iride.

Una luce è sorta in me e noi vogliamo vivere vicino al sole. L’amore del sole è innocenza e volontà di creare” (Da Favilla, Directe, I)

I Directe. Giallo – Verde. Dai ventricoli bui, l’eco della terra; e dall’Atrium l’universum è come colomba che piove seminando fulgore, e sui nostri palpiti vola via con le gemme fra le ali. Nel Graduale è lux perpetua, e in “Favilla – Ogni luce è una voce” è il primo Episodio. Nell’Oculus Artificialis (Leonardo da Vinci, Cod. Atl., fol. 135r – 1490 c.), il “vuoto come incontro e interazione”, trafitto da “frecce di luce” (Attilio Stocchi per Attesa, Installazione per il Padiglione Italia, XII Biennale di Venezia, Tesa delle Vergini, 2010), è preludio alla Forma che favilla e s’inombra, langue e trema, grida nello sterno, brucia di rosso come magma, e poi si spegne. Si arresta il circadiano decorso, e il battito è lume, esiste solo la Visione; in embrione anche la notte – segreto rintocco – che sembrava dileguata. Al di sopra dell’auguraculum, giallocelesti, due fiotti d’ali in traiettoria lineare s’irradiano dalle sorgenti puntiformi: i loro canti nitidi grondano come assi cristallografici a solcare la Forma, seguendone gli spigoli, scalfendo l’indaco, fendendone le sfaccettature fino a svelarne il Senso, e fino a collidere dove s’annida l’orizzonte. All’epifania del Geode – corpo della Visione – entriamo in sistema: al vertice ardente i reticoli cristallini, ed ai blastomeri prismatici il fulcro del cono vegetativo; ai foglietti embrionali così congiunti all’ectoderma amniotico nel sito di migrazione gastrulare, i grani dello stroma sull’asse maggiore del cloroplasto. E’ Divina geometria, mentre irrompe la Vita, e tornano gli stormi dalle auricole cave, candido giubilo, ad annunciare la Creazione. Stasimo. Al di sopra dell’amnios, e dentro al Tratto del messale, i raggi vivi del sole che nasce: il sole genera e ti s’irradia incontro come una strada diritta, immane, che ti schiude all’orizzonte. L’animo è bosco trafitto dalla luce, corpo sacro. Nella Rappresentazione della propagazione rettilinea della luce di “Favilla – Ogni luce è una voce”, è il primo Giorno da percorrere, la Favilla che apre al miraculum, la separazione della luce dalle tenebre (Gn 1, 5 – 5), il calore universum. Da un fuso “che attende di sprofondare” (Attilio Stocchi, Fuso, scultura/architettura per Venezia, 2010) s’era formato, ed ora che pulsa nel più profondo ci dà al cielo, è d’Altezze che vuole vibrare: il cristallo divampa sulle interfacce, ieratico, ardente, inondato dall’alba, solcato nel continuum spaziotemporale dalla linea d’universo (Einstein, in Bachtin §); fuori di noi la chiesa di San Fedele ed il caro simulacro di Manzoni, sono quella coordinata segreta, toccante rintocco, che come la notte sembrava dileguata. Sull’onda dorica della strofe del corifeo, al Theatrum Naturae, immensamente coinvolgente, “lo spettacolo che è dentro di noi(Attilio Stocchi). Ciclicità della Natura pur nell’unidirezionalità narrativa: alla gemma radicale l’apicale, e si apre una strada verde nel varco del sole, un nuovo asse attorno a cui irradiarsi, il nesso che ci lega al domani, alle radici, al Sentire; il “senso connessionale, presentimento” (Nietzsche, Umano troppo umano, V, Af. 255, cit.) delle forme di vita. E il nodo agli abbozzi fogliari, le stipole, la nervatura mediana al lembo, in palmo di mano, fanno il turgore della foglia. Nella Creazione del regno vegetale (Gn 1, 11 – 13) di Favilla – Ogni luce è una voce, fluiamo noi stessi, che come in endometrio materno fogliamo capillari nel core del villo. E la notocorda fra tubo neurale e entoderma, genera l’asse che il fusto riflette, e dai nodi il caule si irradia al perno del sole, in dolce vertigine sulla spirale vegetativa: Divina geometria nel rapporto fillotattico, per l’aurea sezione, dalla materia che vorticosa anela alle cime; “sempre la sesta foglia è sopra la prima” (Leonardo da Vinci, Trattato della pittura, Libro VI), al di sopra dell’oblio, di luce in luce. “La natura è materia vivente: memoria e torsione/tensione” (Attilio Stocchi e Gualtiero Oberti per Vortice, in Domus n. 974, 2013), dialogo fra Identità, senso connessionale, varco oltre la struttura, cronotopo; come nella prodigiosa scala a “Vortice” sull’Adda: gli appena 80 cm di distanza fra l’Opera architettonica radiante, ed il vincolo del preesistente scolmatore in cemento anni Trenta, sono ‘scavati’ dall’uno e dall’altro Archistar perché s’apra ad un raggio di luce – trafitto alla radice, trafitto nelle ombre, trafitto alla sostanza come prisma – il corpo sacro della materia.

La Natura è materia che sta per nascere. La Luce esce da dentro come onda. L’infinito ci aspetta e il mare pavone dei pavoni dai colori cangianti, gorgoglia di navicelle azzurre, ordine del caos per vibrazione” (Da Favilla, Diffracte, II)

II Diffracte. Verde – Blu. Nel sacrario come noi a tremare, anche la luce stessa, scavata alle fibre, come una gemma dalla cava. E scandagliata la memoria di quell’onda verde mirto che non si arginava al frangiflutto, ma vi moltiplicava se stessa annidata all’argine, e dissipava nei toni dialogando con l’ombra. Frantuma anche la notte cobalto ai suoi propri rintocchi, costellando il reticolo vivo del prisma di oscuri punti di spola: al Theatrum Naturae di “Favilla”, sull’abito cristallino, la luce”[…] saltem aliquando etiam undulatim” (F. M. Grimaldi, De Lumine, 1665. [1], Propositio II), e rivela il suo segreto ora che è stato negato. Stasimo. Come onda sferica dall’ipocentro, la luce si apre in cerchio ed è sole nel sole; insieme all’animo alla sorgente si dona, e sussulta scuotendo le cime, come mare in burrasca. Nell’hortus l’eco della terra al riverbero di luna è il presagio d’argento che vibra nelle foglie. Dall’imo affiora anche il rizoma, vibrando al suo stesso colore: del flusso indaco è il lume segreto, vestito dalla notte, ossimorica visione. In intima corrispondenza s’origina il coinvolgente racconto della natura ondulatoria, oltre che corpuscolare, della luce, entro l’alveo della Rappresentazione del fenomeno della Diffrazione, che a tale intrinseco dualismo rimanda nella sua pervasiva manifestazione; nella piena conoscenza dei testi fondamentali di quell’edificio storico-scientifico che tuttora ne determina lo studio e ne disvela l’essenza – per quanto concerne la Diffrazione, aurorale e rivoluzionario concetto d’ “inflexion” in Isaac Newton, che lo attribuisce “a una interazione, di tipo attrattivo o repulsivo, tra raggi e ostacoli diffrangenti” entro il terzo ed ultimo Libro di “Opticks” (1704; ove sono adombrate peraltro a questo proposito perturbazioni periodiche come causa scatenante di ‘diffrazione’, sintomatologie come febbri, nei moti di particelle, ed è mutuando il termine “fit”, nientemeno che dalla medicina dell’epoca. Considerazioni, queste, presenti anche nel Libro I dei Principia, del 1687), e coniato quanto al termine dal padre gesuita Francesco Maria Grimaldi nel “De Lumine” (1665, ove ovviamente diffracte significa ‘frazionamento in più parti’), formulato e delineato al pensiero da Huygens (1678; il quale per fronti d’onda vede sorgenti puntiformi che interferiscono costruttivamente dando luogo al massimo centrale), avvalorato da Thomas Young (1801) e Fresnel, stanato da Einstein entro i “quanti” d’un campo di forze (ovvero, particelle, “fotoni”, come successivamente denominati), e così via su piani e prospettive di pensiero –, Attilio Stocchi in “Favilla – Ogni luce è una voce”, ne ausculta le fondamenta, ne riedifica l’essenza, leggendovi attraverso; ed offrendo nuove coordinate percettive ove irradiare se stessi: nella fusione d’orizzonti – epifania condivisa – il Racconto della Luce è flusso da ‘abitare’, virgulto di Forme rivelate, empirica ed empatica scoperta d’un perimetro umano e sapienziale, infinitamente coinvolgente e edificante ciclo ermeneutico e vitale. Attraverso il consueto e magistrale suo accordare discipline ed ambiti differenti – per la radice etimologica da cui si dipartono e ramificano, per pensiero analitico e analogico, per vasta Cultura, acume intellettuale, purezza emotiva – l’Artefice proietta il nostro senso vitale laddove sa che con il suo sboccerà all’unisono, ed infonde anche alla spiegazione più volutamente didattica del fenomeno della luce, un nuovo edificante accento, fiat di riscoperta interiore. All’onda segreta della luce, così trafitta dal lume dell’Artefice, il Geode palpita cobalto e trasmuta alla sorgente, si conforma e dischiude alle proprie sfaccettature, ramifica blu oltremare, come l’edera di notte: anch’esso materia irradiata, materia riedificata, materia connettiva, è Segno dell’originario prisma newtoniano, strumento basilare dell’Experimentum crucis. Ѐ l’ “elemento di movimentazione spaziale della visione”, “supporto di luce” (De Giorgi, in Abitare n.430, per Fluxum di Attilio Stocchi, allestimento per la mostra “Acqua”, Palazzo Reale, Milano 2003), identità da riscoprire: reticoli di diffrazione tridimensionali i suoi cristalli, strutture periodiche ove ogni nodo è sito di diffusione; ogni suo atomo è come sorgente puntiforme d’onde sferiche, che all’interferenza costruttiva ne conforma di nuove rifratte (coinvolgente formula, nella Legge di Bragg), quale specchio dell’iride e della coscienza. La sua ragion d’essere e struttura lamellare non contempla limitazioni: riemerge a se stessa in labradorescenza, nell’effetto ottico mirabile per cui è di nuovo verde e di porpora, aurea, viola, blu profondo, giallo sole e bianca, policroma sulle nervature delle nuove foglie, all’incidenza della luce; si conforma e si delinea il creato, all’imo del cristallo stesso, nell’intima nostra organogenesi, ed alle soglie del quinto giorno della Creazione (Gn 1, 20 – 23). Così guidati dall’Artefice Attilio Stocchi, in un procedimento induttivo-deduttivo, ci estasiamo focalizzando il dettaglio, inondati dalla Visione: dal barlume al fulgore, che ritorna sorgente. In “Favilla”, l’ordine del caos si conforma dall’Iride: “gorgoglia di navicelle azzurre”, di pupilla in pupilla, come l’alba sull’acqua; dal Senso allegorico della Vista – Fonte intellettuale, sorgente di vita nelle Scritture, nella stessa Creazione (Banwell 2008) – agli occhi del mare, celesti faville d’onda che vibrano e diramano nel Geode oltre il frangiflutti della materia; in essi si aprono stupendi i mille occhi delle piume di pavone, mirabile manifestazione di diffrazione – d’iridescenza, e simbolo d’onniscienza – ove ogni raggio di luce incidente è arginato, diffratto, scisso nelle varie lunghezze d’onda, dalle strutture periodiche microscopiche dei cristalli fotonici, ovvero riflesso, convogliato in nuove sorgenti (terminologia introdotta nel 1987, seppure le aurorali considerazioni al fenomeno rimandano alla Micrographia di Hooke, citato dallo stesso Newton entro le Prop. XI – XII, Libro I de “A new Theory about Light and Colours”). Trascolorano ed affondano ai rintocchi cobalto delle auricole cave, quegli oculi primordiali, e la Visione dilegua tacendo, sull’onda lunga del suono. Ma nell’Offertorium la percezione e suggestione sembra diramarsi oltre l’argine del buio, oltre le strutture, dentro alla fibra: s’apre il calice ottico a doppia parete, sul peduncolo, dal diencefalo, per formare la retina; si schiude il Geode che s’offre ai nostri occhi, superbo diramarsi: riaffiora blu reale pulsando e dentro è vivo, rinasce alle sue nervature, colmo di luce come una foglia al mattino che diviene favilla lambendo la corrente, e nello splendore che acceca si perde, come se fosse notte. Il segreto della luce è il suo dono offerto, oltre la fibra del visibile, oltre il frangiflutti. Testimonianza che vibra nell’aria. Sorgente ad ogni foce, affiora dall’ossimoro. Dal cuore della notte rinasce come da se stessa.

Quando s’alzò ieri la luna, immaginai che volesse partorire la luce del sole. La Luce rimbalza sui suoi crateri, La Luce corre a portar voci. Come il vento che rimbalza semi e fiori rossi in un campo. Corpuscolo, scheggia, il suo desiderio è spegnersi in volo” (Da Favilla, Reflexe, III)

  III Reflexe. Blu – Rosso.In un solo sospir l’anima spiro” (C. Monteverdi, Madrigali, Libro IV, 2, in “Lucegugliavoce” di Attilio Stocchi, Duomo di Milano, 2007), e sulla mia sillaba bianca si posa, melisma d’argento. Dalle Alae è ritornata come colomba, a dischiudere la volta, nel fiat che si rinnova: si può chiudere gli occhi e vederla dentro generare sorgenti, cantare nell’onda, traboccare dal cuore. Fra le sue ali la vita è sole che libra a se stesso, specchio infinito di un irripetibile volo; e in librazione parallattica anche la luna si volge ed anela, s’imprime e dilegua nel volto ardente che riflette, come un’orma sulla sabbia. Stasimo. Immagini sonore in omoritmia: si apre lo spazio esperienziale, in dialogo con se stesso. Ѐ un principio dialogico di profondo coinvolgimento a permeare la diegesi di “Favilla – Ogni luce è una voce”, nella Rappresentazione del fenomeno della Riflessione della luce. Come all’incipit era promesso, il Geode trasmuta ancora, ancora si dischiude oltre la “linea d’universo del cronotopo narrativo” (Einstein, in Bachtin 1979), per delineare ancora un Mondo: nel quarto giorno della Creazione, il luminare minore con il maggiore è plasmato (Gn 1, 14 – 19) e con esso entra in risonanza, in intimo dialogo, in congiunzione. E come in rotazione sincrona si appressa la luna e noi a lei nella Visione: remoti ed affini sembianti d’argento. Cinerea effigie calante la sua, che rinnova in rivoluzione sinodica, a noi visibile fino al terminatore le cui cuspidi opposte al Lume fendono l’ombra: sul suo ovale opaco che splende per luce riflessa, oscuri mari e pallidi altipiani – primordiali maria di basalti e terrae di tenui anortositi –, magmatiche orme di un altro lume, crateri sempiterni che dilagano sul volto che si nega. Presagio della luna era già la labradorite per sua stessa composizione, allo Stasimo del II Episodio di “Favilla, entro le fibre del racconto: anch’esso minerale feldspato della serie isomorfa dei plagioclasi, richiamava quindi la similare anortosite, peculiare ed ancestrale affioramento del suolo lunare, magmatico sigillo al mistero che da sempre balugina in giacimenti, dalle terrae. Si volgono i crateri oscurando, e alle vive sfaccettature portano via l’istante; eppure il Geode si rinnova, vivido e vicino, trasmuta per restare, per valicare la materia, per essere interiorizzato: celeste puro, blu reale e blu elettrico, oltremare s’inonda dove a sorgere è l’ardore; rosse impronte di vita e spore a segnarlo, villi coriali, guide d’onda dielettriche ove la luce nel core si propaga ad angolo radente e dal cladding è catturata in riflessioni totali, per varcare ogni distanza. Con il tema delle Fibre ottiche, s’apre un dialogo con la notte, segreto rintocco di “Favilla” che mai è dileguato: al calore universum filtra il fuoco del cuore dall’indaco delle stelle, e il Geode “nella sua apparente immobilità, viene intaccato da luce, colore e suono” (dal Programma di Lucegugliavoce 2007), è animo strutturale, domus vivendi; “nell’intersecarsi di traiettorie visive e sonore si inserisce a intermittenza la voce del coro, e il discorso parlato si trasforma in musica”, all’infinita risonanza di ogni sillaba. Com’è stato in quel novembre, nel corso dei Dialoghi sull’amore” – primo evento della Rassegna “Lucegugliavoce” (2007), pensata e diretta da Attilio Stocchi all’interno del progetto Domus vivendi, promosso dal Comune di Milano – ove l’Artefice accese il Duomo di quattro tonalità di rosso, in quanto cuore antico d’auscultare per non perdersi: sull’immoto tumulto di marmo, cremisi, amaranto, carminio, scarlatto, a rispecchiare erao, fileo, agapao, stergo, ovvero le quattro forme verbali che la lingua greca ha coniato per definire quattro sfumature del sentimento d’amore. Come nella tragedia antica, ed egualmente in quattro episodi, s’accesero alle guglie otto antiche sacre effigi nell’edificare un appassionato ed analogico dialogo con altrettanti pensatori della modernità: palpitante ‘dilogia’ con brani di Nietzsche e Savino, Boccioni e Gadda, Hillesum e Pasolini, Malaparte e Pavese; “associazioni virtuose tra figure di marmo e figure di pensiero” (Ibidem) – fra anelito e radici, in ascesa al plenum della forma – suggellate dal fiat d’un coro che là dischiuse nella notte, dalle ardenti vetrate alle auree guglie in riflessione, sui Madrigali di Monteverdi, il miraculum della Luce. Preannuncio d’una nascita, agli alti rintocchi, dove tutto è palpito. Ѐ un sospiro quel Canto sospeso, che in climax risorge e si leva al Sentire, per languire in Re al suo basso; e al suo buio rizoma l’Iride rimanda, dal fusto flessuoso che avvampa alla luce: cosicché una gemma di sogno dalle radici scavi la sostanza, come quand’era solo seme, un nodo nella terra.

E’ una bella notte per venire alla luce. Notte piena di vapore, ma asciutta in terra. Il viaggio è finito, e tu hai atteso oggi per nascere. Hai saputo aspettare. Ora nasci” (Da Favilla, Ѐxodos)

IV Refracte. Colori del mondo – Bianco. Nido di sogno, alle ciglia s’intreccia, come il primo lume al quale hai dischiuso i tuoi occhi: equoreo fulgore dell’iride, ignoto al riflesso pupillare, sconosciuto al sentimento. Come una lacrima, qui, adesso, “L’architettura è un cristallo” (Giò Ponti), miracolo della sostanza, Identità che dà a plasmare la luce all’anelito, e gronda dal profondo a condensare alla Visione l’alveo del cielo; ”Papilio” che trasmuta (Attilio Stocchi, Progetto di riqualificazione di Borghetto Flaminio a Roma, 1995), Forma di vita che porta via lo sguardo dove si posano le distanze. Ritorna in giubilo al cuore che l’aspettava, la colomba di luce a germogliare: immacolata oltre quei palpiti dall’Atrium era spiccata, rorida nell’alba, con le gemme fra le ali; ed al punto antisolare, poi, inondata in un goccia e nel suo volo rifratta in stormi cromatici, s’era smarrita in se stessa entro i suoi propri colori, lontano a perdersi, remota in una stilla di vita, fra l’infinito e le palpebre. Come il respiro l’hai sentita arrivare: riflessa, ancora rifratta, al primo lume è tornata a vibrare come una lira sugli assi cristallografici per colorarli come radici, per inverarli sulle sfaccettature oltre quei rami, al di là delle cime dove il cielo è uno stormire alare, per sbocciare al tuo sguardo. Stasimo. Nel sensorio di “Favilla – Ogni luce è una voce”, all’intimo orizzonte che Attilio Stocchi ha delineato, è ascesa all’alveo celeste. L’Artefice fornisce precise e nitide coordinate spaziotemporali, per farle perdere: non sussiste più il tempo, eppure stiamo scorrendo sul filo quadrimensionale di un cronotopo letterario, continuum narrativo e simbologico che sfocia all’universum; e non c’è domani, eppure è pieno giorno, e stiamo per nascere, e quando sarà notte verremo alla luce. Si perde l’animo nella Visione e ramifica in cielo, iride e rizoma: sembra di poterlo sfiorare con la mano, di poterlo cogliere in volo, mentre siamo al buio a vibrare, in ascolto, come seme nella terra. Ѐ un’immagine sonora il nido d’Archi che dipana e si leva all’assolo della viola, acre di terra: empie la volta come nube iridata affiorata dal nostro stesso respiro, e dischiude all’intreccio del Racconto – che s’avvia al tripudio – la Rappresentazione del fenomeno della Rifrazione della luce. Ombre e luci che trasfigurano e si susseguono ai nostri piedi rivelano le fondamenta, così come sulla volta del Geode i candidi viluppi dei cirri ne palesano la struttura, vibrando allo sguardo: le peculiari dure e chiuse, solide sfaccettature filtrano ora la troposfera (dal greco: τροπος, modo, mutazione, cambiamento), luogo della Vita la cui circolazione generale a scala planetaria è un perno al motore del Sole, e i cui alti filamenti plasmati dalle onde dei venti, sono colti in metamorfosi. “Luce sulla nuvola iride celeste, frammenti di arcobaleno” (In Favilla, IV, Stasimo): come sbocciate in cielo, le nubi cirriformi si accendono d’iride. Rifrangono, ovvero deviano la Luce, i sottili aghi di ghiaccio che le compongono – cristalli con l’aspetto, per lo più, d’una colonna esagonale (Lucchetti 2013), il cui asse di simmetria è orientato in maniera perpendicolare ai raggi incidenti – e quei loro aloni giallorosa e rossi in cuore, portano al mondo i battiti superni, l’arcano da varcare: dal lume della Scienza, per deduzione, “Le particelle vibranti dei corpi luminosi a seconda della loro differente grandezza, forma e moto provocano nell’etere vibrazioni di differente profondità o ampiezza [ovvero, le diverse lunghezze d’onda della Luce]. Se queste vibrazioni, senza separarsi, attraverso il mezzo arrivano al nostro occhio, provocano la sensazione del color bianco, ma se in un modo qualsiasi vengono tra loro separate, corrispondentemente alla loro disuguale grandezza, provocano la sensazione dei vari colori; le vibrazioni più forti provocheranno il rosso, le più deboli, o corte, il violetto, le vibrazioni intermedie a loro volta i colori intermedi. É naturale supporre che le vibrazioni più forti siano le più adatte a superare la resistenza delle superfici rifrangenti; perciò penetrano con la minima rifrazione. Così dall’ipotesi stessa si deduce la differente rifrazione dei differenti colori” (Newton, Correspondence, 1671 – ‘72; in Turnbull 1959). Lo stesso colore del cielo, per diffusione differenziale, è fibra di Luce; ma da nitido e celeste, già trascolora al trasmutare dell’abito cristallino, isotopia essenziale nella simbologia dell’Artefice Attilio Stocchi: “Materia tagliata da mani umane sa brillare in terra, per intima creazione, al raggio incidente. L’adamantino fulgore indugia e si smorza su ognuna delle facce del Geode, che al fuoco del diamante si conforma, tenendoci in ascolto: al duplice suono penetrante e sommerso, l’alto riverbero lo trafigge, e la struttura della gemma si rivela superbo impilamento ordinato d’atomi di carbonio disposti secondo struttura tetraedrica, e pervasivo fulcro d’un dialogo supremo fra grandezze – fra Aria e materia, ovvero fra diversi indici di rifrazione, al punto d’incidenza del raggio (l’affondo è nella Legge di Snell, 1621, ove è descritto il legame fra l’angolo di incidenza con quello di rifrazione, con le dovute eccezionalità quanto ai mezzi anisotropi, come lo sono alcuni cristalli) – per il quale diviene folgore ogni faccetta intagliata secondo precise e reciproche relazioni angolari, nel padiglione e sulla corona; e dal fiotto incidente – riflesso a noi, e deviato nella sua traiettoria rettilinea, disperso in infinite lunghezze d’onda – si apre il nido di colori. La Luce si piega, la Luce apre alla materia. Ed in essa si rinnova, come vita che trasmuta, la cui “[…] modificazione, dalla quale derivano i colori, è una proprietà innata che non può essere distrutta” (Newton, “Lectiones Opticae”); mutamento, il suo, del resto “[…] conforme al corso della natura, che sembra prediligere le trasformazioni (Newton, Questione XXX). In “Favilla – Ogni luce è una voce, alle soglie dell’Esodo, e per sensibilità dell’Artefice Attilio Stocchi, la Luce si rivela e nei propri stati d’animo, “con una propria voce” (Favilla, 2015), parla ormai in prima persona: “Voglio accompagnarmi a chi crea, a chi miete, a chi festeggia. Voglio mostrar loro l’arcobaleno” (In Favilla, IV, Stasimo). Siamo dentro al suo flusso. Colori, “proprietà originarie e innate” dello spettro visibile (dal lat. spectrum, apparizione; Newton, Opticks, 1704; od in A new Theory about Light and Colours, I, ma già nelle Lectiones opticae del 1669-‘71), gli uni “originarî (o primarî) e semplici, gli altri composti dei primi”, diversi per grado di rifrangibilità, ed a noi visibili per la Refracte che li sperde in dispersione cromatica per lunghezze d’onda come corde di una Lira che suona in sogno, e il cui suono se ricomposto torna sempre all’origine, alla Somma, al continuum del bianco albore; percepiti in relazione armonica o dinamica fra loro e per ciò rappresentati per mezzo della forma del Cerchio dallo stesso Newton in analogia con i pianeti, i sette giorni della settimana, le sette note della scala diatonica – cosicché all’ “[…] intervallo di unisono, il tono, la terza minore, la quarta, la quinta, la sesta maggiore, la settima e l’ottava superiore [corrispondano per frequenze] gli spazi occupati dai rispettivi rosso, arancio, giallo, verde, blu, indaco, violetto)” – sono colti in volo in “Favilla”, in quanto gemma strutturale che Attilio Stocchi dà a plasmare alle superfici dinamiche del Geode fra paesaggio emozionale e materia trafitta, straordinaria suggestione cinetica e fondamenta del Senso da delineare, entro l’ascesa ‘organogena’ e simbologica dell’architettura narrativa. Intima rivelazione – quanto lo sarà a breve la Nascita, nella Creazione che con essa ed in essa si compie – per quella dimensione cognitiva ed emotiva così magistralmente in noi spettatori concertata, i colori stessi costituiscono l’estremità di quel filo diegetico che si snoda a partire dall’incipit per delineare un’Identità, ed il culmine del “percorso generativo del Senso” segnato dalle “isotopie (Greimas 1966, il quale estrapola il concetto d’Isotopia, proprio dal campo della fisica e della chimica) edificate dall’Artefice, per celebrare la Vita. Entro il flusso di Luce di “Favilla – Ogni luce è una voce”, al sesto Giorno della Creazione (Gn 1, 24 – 31), siamo come sospesi alle soglie d’un primo respiro: nell’epochè del Geode la sua propria livrea si tende sui ‘triangoli semiotici’ delle facce cristalline, si apre in frequenze per spiccare nello sterno, s’inarca all’eco del rintocco che mai è dileguato; e nel Communio che idealmente si origina in sequenze di colore, risuona un frammento strutturale-fonema dell’Introito, che dalla “forma sonora” (Cuorebosco, 2011) del Manzoni-Artefice s’era generato. Ѐ il “temporalizzarsi della temporalità stessa” (Nietzsche, Umano, troppo umano, I, Af. 255, cit.), che ci riporta all’incipit ed a noi medesimi rinnovati, ed alla Genesi ci rivela in quanto elementi costitutivi della Visione, soggetto collettivo, simultaneità relative, onda e corpuscolo del flutto che permea le strutture che alla Domus si confanno in quanto ”convivium, dove si può vivere insieme il mondo” (Librocielo, 2012), in risonanza con il cielo. Scavati come semi fin dal principio nello spazio-tempo del cronotopo narrativo, ognuna entro il proprio nucleo ad occupare “in modo preciso, disordinato ma regolare, la trama del disegno a terra”, siamo stati condotti alla Rappresentazione nel numero di 27 per “desiderio di ordine di visione (Attilio Stocchi per Favilla, 2015) dell’Artefice Attilio Stocchi. Identità allo specchio su quella “linea di confine che è la vita” (Bachtin, cit., 1979): sospesa su di noi ed omologa al programma al suolo, la trama sfaccettata ad embrici del ‘tetto’, dove si dischiude l’alveo celeste ad Arco che perdutamente in animo stiamo varcando, alla finestra ottica dell’atmosfera che filtra quanto mai l’universum; e sospeso, cristallizzato il Geode nel suo transito e sospese le strutture sue permeate dalla luce, come pagine alari sulle quali è già stata scritta di questo Viaggio remoto, ogni possibile distanza. Sospesi noi, a vibrare, senza parole. Riflessioni dal cosmo, che è quella calma – geometria d’ordine – che cerchiamo dentro di noi (Attilio Stocchi per Attesa, Installazione per il Padiglione Italia, XII Biennale di Venezia, Tesa delle Vergini, 2010), com’era al principio – per “ordine del caos (In Favilla, II) – sulla “Forma dell’informe” (Attilio Stocchi in merito al Geode, 2015) al fiat di Luce. E viscerale riverbero, riverbero di quel battito d’ali che dal silenzio apriva alla sacra radura, “galassia sonora” (Cuorebosco, 2011) edificata dall’Artefice a dischiudere la volta interiore, nell’immensa sua Visione; com’era al principio, nel nemeton ancestrale, in vivida Natura da ascoltare, sul primo cuore fondativo dell’organismo di questa nostra Milano che territorialmente si apre e cresce in cerchi concentrici, come il cormo d’un albero. Favilla” ed il suo Geode, come lo è ogni Progetto riedificante di Attilio Stocchi, sono Genius Loci, nucleo vitale, Legame che si abita fra l’animo e le strutture, nido architettonico. Al paesaggio percettivo che nel profondo sempre si dischiude, l’orizzonte esperienziale che pur già trasmuta ben oltre lo spazio anagogico-narrativo della Visione, e gli assi, i vettori, corrono come si corre alla vita. Sono la ricerca capillare dell’Artefice e la sua propria profondità analitica in vastità intellettuale, l’empatia sua peculiare per le Forme naturali, il senso d’appartenenza al Luogo a cui dar voce e alle radici di memoria, la nostra identificazione entro lo Spazio da rivivere, a delinearsi in quanto indelebili; porte d’accesso alla vastità, ci conducono, c’imperniano, a quel Racconto che non ha una fine: “[Nel cronotopo narrativo] per quanto distinti tra loro siano il mondo raffigurato e quello raffigurante, per quanto immancabile sia la presenza di un confine rigoroso tra di essi, essi sono indissolubilmente legati tra loro e si trovano in un rapporto di costante azione reciproca, simile all’ininterrotto metabolismo tra l’organismo vivente e l’ambiente che lo circonda” (Bachtin, cit., 1979). Si spegne in volo il Geode: su palpiti di sole si estingue librando viola, nell’indaco di questa notte. Si chiude nella fabula l’ellissi (dal gr. élleipsis «mancanza») retorica e narrativa, su quelle buie sfaccettature, come una foglia d’autunno sui propri filamenti. Ma alle contrazioni del colore, dall’aliare del Geode stesso, la linea melodica circolare che si apre è un nuovo ciclo vitale, il primordio dell’asse vegetativo senza fine che porta al sole il filo della diegesi, per gemmare ancora ai nostri occhi: nel “percorso generativo del senso”, alle “fasce di ridondanza che investono l’universo visivo” (Greimas, 1966, cit.), sulla volta interiore che si apre al buio in piena luce, si delineano i germogli, ed in faville corre il polline, si irradiano fonemi cromatici, “semi concettuali, sememi […]” (Ibid.) come eco del sedimento di quelle parole che già dai Coreuti sono state pronunciate, e di tutte quelle che non hanno più bisogno di esser dette. Rosso come il fogliame cangiante dell’Acer rubrum, chioma di fiamma che infuoca l’inverno, e rossi i suoi fiorellini a Primavera, faville nel ciclo vitale che al primario ritorna, come alla vita; rossi i coralli nel grembo del mare, e purpureo il corion frondoso che dai villi coriali s’è ramificato, con la decidua basale a conformare quella placenta che tanta gittata cardiaca materna riceve, e che è la genesi e la foce della circolazione fetale, miracolo senza confini e insieme Legame. Rosse le foglie delle piante decidue che per l’abscissione ritornano alla terra, e scarlatto quel setto intraventricolare del cuore che batte sul cuore, e che dall’apex cordis sul suo asse verticale si torce, su se stesso e come un’elica, come la spirale vegetativa che alle cime del cielo per sezione aurea s’involve, ed in palpiti di luce guardandola da terra si coglie. Arancio in sfumature tra le fronde, dai frutti ai fiori e alle foglie che si spengono nel vento; amalgama per sintesi additiva e sottrattiva, diametrale dei primari nel Cerchio di colori. Polpa di sole, amnios, terra da arare, fiume al crepuscolo, midollo spinale dal bulbo al cono lombare, e canale xilematico che innerva l’acqua e i soluti dalle radici ai primordi, per suzione traspiratoria, al perno superno dell’onda solare. Dal flusso Giallo e dal Verde, in “Favilla”, sboccia ai nostri occhi l’emisfero boreale, come dal periciclo, dentro, si è generata l’organizzazione radiale; nel floema la linfa dalle foglie va alle foglie, e l’auxina dall’apice alla base nel trasporto basipeto distende le fibre ancora al buio in piena luce, e per fototropismo e geotropismo piega il cormo nel sole, sul cuore della terra, a quella Genesi che è insieme la foce. Divina geometria nella memoria vorticosa della Natura, nelle sequenze anulari de “Li circuli delli rami degli alberi [che] mostrano il numero delli suoi anni […] mostrano gli aspetti del mondo dov’essi erano volti” (Leonardo da Vinci, Trattato della Pittura, Libro VI, inestimabile lascito a Francesco Melzi, il quale dal 23 Aprile 1519 nella sua Villa Melzi a Vaprio d’Adda lo custodì, con tutto il corpus di studi del Maestro, fino alla sua stessa morte), a segnare e sigillare, diramandosi, il Tempo nostro che scorre. Blu transeunte, alle soglie dell’Esodo: era un grumo, ma adesso è misura, condensa l’universum. Ѐ recondito riverbero che levandosi oltre ogni sfera, c’immerge in noi stessi: nello spazio della Rappresentazione, siamo onde lunghe, maree, Luoghi interiori; mai stati così vivi. Schiude i tepali l’Iride, è una stilla di colore, e in un istante sembra che voli: perigonio di sogno che a questo sole s’inonda, via dalle foglie ensiformi che fendono l’aria a concertare lunghezze d’onda, via dalle fronde, oltre l’alveo del cielo, dentro alle fondamenta, dove ritornano tutte le radici. Ruota questo Giorno nella notte, costellato di noi si dirama dove per vederlo scorrere, lo si può solo ascoltare. Oceani e mari come aliti sulle lacinie ricadenti, arcipelaghi a frullare dalle papille, isole gli stami, lembi di suono che s’infrangono su rorido silenzio: con l’emisfero australe che si conforma, è tripudio d’Arcobaleno, Volto terrestre fiorito, disegno di fanciullo, virgulto melodico, sinestesia. L’Artefice Attilio Stocchi vuol che ritroviamo adesso nell’animo – vividi nel buio, dopo tanto Viaggiare – quelle coordinate nette e nitide del suo proprio Disegno, che per “desiderio di ordine di visione” ci aveva fatto smarrire: serbiamo dalla sua promessa, l’apice di quel filo conduttore che ci consente di vedere il mondo come nascita generata dalla luce” (Attilio Stocchi, Favilla, 2015), oltre lo spazio-tempo del Racconto, dove convergono gli assi, le distanze, dove non si dispiega che il nido dell’Identità; perché “[…] solamente nei luoghi delle fiabe possiamo ancora riuscire a immaginare arcobaleni” (Attilio Stocchi, Reame, Progetto effimero.duraturo per la riqualificazione dell’area pedonale di Piazza Castello a Milano, avviato in Sala Leonardo di Expo Gate dal 15 al 31 Luglio 2014, in mostra per Atelier Castello alla Triennale di Milano, 7 Novembre – 14 Dicembre 2014), e quasi a sfiorarli, misurarli, coglierli dentro di noi, nelle “profonde geometrie e le antiche storie (Attilio Stocchi, Ex_ Po. Milano e la sua distanza, progetto di land art in via d’edificazione, in mostra alla Triennale di Milano, dal 30 Gennaio al 22 Febbraio 2015), di cui siamo radice. Celeste, Turchese, Ciano, Ceruleo, Blu reale, Cobalto, Blu elettrico, Blu di Prussia, Oltremare: per far “toccare con mano […] il fulcro segreto (Attilio Stocchi, Librocielo, Esodo: Circonferenze auree che costituiscono Milano. Biblioteca Ambrosiana di Milano, Cortile degli Spiriti Magni, 2012), e portare a comprendere “fisicamente” la “distanza assoluta (Attilio Stocchi per Ex_Po, 2015) che ci portiamo nelle fibre. Viginti Milia sarà la linea che in nove tonalità d’azzurro – da Milano all’Adda, dove già s’impernia poderoso il Vortice (Attilio Stocchi e Gualtiero Oberti, 2006 – 2013, §) – segnerà il peculiare e identitario itinerario verso la consapevolezza e verso l’acqua, che Attilio Stocchi per Cultura ha scoperto e profondamente sondato nelle radici vitali di Milano, e ben oltre la voce ‘Expo’ (che significa, com’è noto, semplicemente ‘esporre’), entro ed attorno alla relativa composita etimologia riposta e valenza semantica d’autentica risonanza: Milano interiore, a due cuori fondativi, celtico e romano, ancestrale pulsare auscultato dall’Artefice, delineato senza fine in noi, di luce vivificato; Milano territoriale, che attorno a tali fulcri s’è espansa progressivamente in circonferenze auree – omoteticamente inesorabile, radicandosi nel territorio – come organismo vivente, fino all’Adda e al Ticino nei punti di guado, affluenti del Po, acque alla genesi della Storia. Mediolanum, medium land – “terra di mezzo e non metropoli accidentale” (Attilio Stocchi, Cuorebosco, 2011), centrale a diramarsi fra Vaprio d’Adda e Vigevano, equidistante (EX, senso della misura e della distanza) dall’acqua (PO, gli affluenti del grande fiume, il Potamus greco) esattamente venti miglia, ventimila doppi passi, distanza che corrisponde esattamente al raggio del nono anello della sua costruzione aurea costitutiva. “Ex_Po: Progetto di land art, Racconto d’un Luogo e delle sue tracce, “geometria implicita del paesaggio antropico”, Struttura di rivelazione; con la sua Stadia metallica rossa che è già dispositivo narrativo e superba scultura d’ascoltare, strumento di misura – orma dei nostri passi, conchiglia di fiume densa di concrezioni e propaggini, da porre all’orecchio – ed i Paesaggi orma lungo le auree circonferenze, le Stanze miliari permanenti lungo i raggi delle progressioni, porrà in sistema geometrie funzionali, naturali e di pensiero, il fluire multiforme d’un territorio e la sua salda Identità sostanziale, la nostra distanza da noi stessi ed i passi che idealmente compiremo per ritrovarci. Dove si posano le distanze – dentro, dove solo si possono Sentire -, non potrebbe essere più vasta la Visione. Così misura e ascolta e apre gli spazi, Attilio Stocchi: riedificati li porta a pulsare vivi, oltre le dimensioni strutturali, là dov’erano da sempre. Nell’animo, al palpitante riverbero, colti “in risonanza architettura e paesaggio” (Cuorebosco, 2011), sono d’ali e di sangue, danno noi e essi stessi interminatamente, incessantemente alla luce. All’Esodo, sembra sia il principio. Nasce dal tepore della voce, favilla una viscerale rivelazione. Nel raggio di porpora che fende il buio, il vagito che plana nel cuore si perde nel coro della Vita. Le cose sacre, veduto il cuore dell’autore, vi si fermano (Carlo Emilio Gadda, Primo libro delle Favole, cit. all’Incipit); luce alla luce vi si sono fermate una notte in pieno sole, posandosi remote su se stesse. Riverbero carminio, riverbero scarlatto: ipostasi alari, vibrando immote si sono eternate oltre le cime.

Giada Eva Elisa Tarantino

  Attilio Stocchi, website: http://www.attiliostocchi.it/ Ivi, a proposito diSeme: http://www.livemilano.it/2013/04/13/seme-seed-di-attilio-stocchi-fondamenta-di-luce-al-foscarini-spazio-brera-a-milano/ Ivi, a proposito di Librocielo: http://www.livemilano.it/2012/04/22/librocielo-di-attilio-stocchi-milano-e-lume-patria-e-misura/# Ivi, a proposito di Cuorebosco: http://www.1channel.it/il-theatrum-naturae-di-attilio-stocchi-a-milano-allestisce-un-cuorebosco/

Alla fibra della vita: di luce in luce, l’Arte di Jonathan Santiago Menenes Carty.

Il Consolato Generale dell’Ecuador a Milano

Il Centro Ecuadoriano d’Arte e Cultura a Milano

 

Sono lieti d’invitarLa al dibattito

“Alla ricerca di noi stessi”

 29 gennaio 2015, ore 17

Salotto del Consolato Generale dell’Ecuador –Via Vittor Pisani, 19 / Milano

Interverranno

Narcisa Soria Valencia, Console Generale dell’Ecuador di Milano

Guamán Jara Allende, Presidente del Centro Ecuadoriano d’Arte e Cultura a Milano

Giada Eva Elisa Tarantino, Critico d’Arte *

 

Con la presentazione dei libri:

“Tripoli: fine di un sogno”, del Prof. Emanuele Bettini

“Seeds”, del Poeta Adam Vaccaro; dialogano con l’autore Laura Cantelmo e Roberto Caracci

 

Eccezionale Mostra Personale dell’Artista Jonathan Santiago Meneses Carty *

 

 * Presentazione di Giada Eva Elisa Tarantino.

 

 “Alla ricerca di noi stessi”: un viaggio antico, perenne, transeunte, alla fibra della vita. Ognuno di noi inondato nel proprio itinerario, ma tutti noi scintille insieme dello stesso fluido argenteo orizzonte, la cui linea azzurra circoscrive le testimonianze annoverate nel corso di questo pomeriggio presso il Salotto del Consolato Generale dell’Ecuador di Milano, e ne è il filo conduttore.

Nel cuore dei colori, dove nascono i sogni, e nell’abisso nero delle ombre, dove sboccia ogni luce, ci trasporta l’excursus creativo sperimentale del Maestro Jonathan Santiago Meneses Carty, che dischiude nei pregevoli disegni da lui creati la più vivida consapevolezza.

Irriducibile alla definizione d’iperrealismo, come anche ad ogni lettura critica che non sia ardente slancio intellettuale verso ciò che è ineffabile, e forse tutt’altro che intelligibile, perché eminentemente irrazionale, è la procedura performativa dell’Artefice: idealmente ordinando entro nuclei tematici il grafico ricordo del proprio intimo vissuto, lo fa rivivere stemperandolo nel tempo, come dono per quello spettatore che un giorno vi cercherà una risposta. Ben oltre la ricerca puramente estetica, che pure si distingue, è l’urgenza emotiva del Maestro a plasmare le forme, a dilatare i confini del foglio, delineando un mondo primigenio, lieve come una carezza.

Teniamo noi stessi nel palmo delle mani, eppure non ci conosciamo; ci guardiamo librare via, come rondini al primo volo, eppure siamo qui fermi. Ma le mani dipinte da Jonathan Carty, hanno conosciuto tutte le distanze, schiudendosi alla tenerezza; sono fibra e radici per l’albero di domani, e nelle loro palme s’aprono nidi di promesse. In esse, i fiori di pero e rose così lievemente delineati, paiono virgulti della stessa carne, sbocciati per essere donati interamente, senza riserve di sé, a coloro che a loro volta sapranno condividerli; languidi come lumi nella notte, s’inverano quando ormai non sono più soltanto nostri.

Irriducibile alla simmetria e all’equilibrio, irriducibile al tecnicismo più specificatamente tale, la rappresentazione estetica dell’essenza trascende la stessa sostanza della carta, e l’ontologia per immagini propria dell’Artefice si svela proprio dove lo stile si eclissa perché l’animo è pregno di commozione, dove la luce è fioca e trema, accarezza le cose e si spegne, poi è ancora un barlume a pulsare irradiando un disegno che diventa la vita. Gli occhi ritratti e ripercorsi dal Maestro Carty, linee appena accennate che s’aprono nell’ombra affondando nel foglio, sono invero piegati sull’anima a vegliare, e per questo chiusi sull’avvenire; non avremo mai uno sguardo da luce a luce con loro e in loro, perché la strada è ancora serrata, e si perde nel buio a languire in se stessa. Alla ricerca di ciò che siamo, non è nel volto che dobbiamo cercare.

Così colti mentre ci perdiamo guardandoci in cuore, è la mano che stiamo stringendo nella nostra a dischiudere l’orizzonte: come una sorgente sconfinata il petto, che ha scoperto i suoi colori; le braccia come verdi rami e le spalle come dune, l’aurora fra le dita; e in un grumo di ematite, siamo volati via. In piena luce – lo sussurra attraverso le sue Opere, l’Artefice – noi siamo i colori che custodiamo, siamo le nostre scelte, i nostri gesti, e il Senso che abbiamo il coraggio d’attribuirgli; siamo il nostro Paese, la nostra Memoria, il volto dei nostri cari, le immagini interiori su cui abbiamo edificato noi stessi ancor prima di conoscerci. Siamo il mondo che costruiamo, dentro al mondo in cui siamo stati infusi.

Perde i contorni il nostro corpo, il tempo che scorre via, la nostra stessa sostanza da misurare: “Alla ricerca di noi stessinelle Opere del Maestro Jonathan Carty – fra mille alterità, al di là del fluido argenteo orizzonte, oltre noi stessi, di luce in luce nel tepore delle mani, c’è nient’altro che la vita.

 

 Giada Eva Elisa Tarantino

 

 

Website (in aggiornamento) dell’Artista Jonathan M. Carty:

http://www.jonathanmcarty.altervista.org/

 Consolato Generale dell’Ecuador in Milano

http://www.ecumilan.org/

Centro Ecuadoriano d’Arte e Cultura in Milano, Presidente Guaman Jara Allende

http://www.ceacm.it/guamanallende.htm

Premio Internazionale “Jouan Montalvo” 2014:

http://www.integrazioneculturale.com/

 

 

 

“Luci e ombre dell’amore”: l’Arte contro la violenza di genere, è un Viaggio nel cuore dei colori.

“Luci e ombre dell’amore”

Milano international’s art exposition

Dal 12 al 15 ottobre 2014

Cascina Turro – P.le Governo Provvisorio, 9 / Milano

 Artists: Wally BonafèMaria BrunereauAmalia CaraccioloKatalin KollarBianca Monroy

Presentations:

Ester Foglia, Critico d’arte /

Giada Tarantino, Critico d’Arte / *

Fabio Roia, Magistrato del Tribunale di Milano

 Performance:

Ani Bailan, Soprano / Elda Olivieri, Attrice

 Institutional Guests:

Narcisa Soria Valencia, Console Generale dell’Ecuador a Milano

Guaman Jara Allende, Presidente del Centro Ecuadoriano d’Arte e Cultura e Presidente del Premio Internazionale “Jouan Montalvo”

Marisela Morales, Console Generale del Messico a Milano

 

*Presentazione di Giada Eva Elisa Tarantino,

per la serata d’inaugurazione del 12/10/2014.

Contro la violenza di genere, intendiamo questa sera condividere esperienze e letture d’animo, desideriamo portare in superficie ciò che pulsa nel cuore dei colori, delle note, delle parole; ciò che attraverso tutti noi presenti e questo così ben amalgamato e pregevole connubio di Artiste e Performers, è importante che venga alla luce.     “Luci e ombre dell’amore”, è il titolo scelto per questo percorso d’Arti: sappiamo bene come non possano sussistere implicazioni ossimoriche per l’amore, che è criterio di se stesso, Luce e null’altro che Luce; ma per mezzo delle sfumature tonali di pitture e voci, vogliamo adesso che possa rivelarsi lo sguardo interiore di un’anima che ama e vede e vive il suo amore anche quando non è tale, anche quando non è circondata d’altro che dallo strazio e dal buio, in una gabbia di violenze. Ѐ quest’anima, è questo cuore che deve parlare adesso, dal fulcro delle Opere; e noi lo dobbiamo ascoltare come si fa con le conchiglie.   Ognuna delle Opere esposte è quindi uno sguardo dal di dentro rivolto alle luci ed alle ombre di un amore, così com’è amato; e sappiamo come non ci sia sguardo più abissale di quello dell’Arte, che affonda senza timore anche nel dolore. Quella che vi leggerò, è la mia personale interpretazione ed introduzione per il vostro Viaggio nel cuore dei colori.

 

Nelle Opere di Wally Bonafé, la luce è viaggio supremo alla genesi della materia, per riedificare le forme, inevitabilmente lette dall’Artefice attraverso un carico di memorie sempre più pregnante, ripercorse con ardore e multidimensionalmente, nella propria proiezione nello spazio. Ѐ un paesaggio che trasmuta, un campo vettoriale, quello che l’Opera progressivamente ci rivela: la materia ramifica, ed è albero rosso che saetta contro il manto azzurro della notte; la luce vi s’infonde, ne dà testimonianza, legge ormai ogni fibra del colore in una dendrocronologia della sostanza. Nei pori della tela, la materia respira ed è spugna marina, è fiore lussureggiante che si apre nel cuore della terra, è protervia di una foglia di porpora che cade davanti ai nostri occhi, squarciando nel campo visivo la visione indacoazzurra dell’orizzonte; è una nave di sole che viaggia segreta dentro ai riflessi del mare. La luce frantuma l’ombra e da essa è alimentata, come raggio che diviene folgore assorbendo se stesso, rifranto da un gioco di specchi. La luce è viaggio supremo, mai si stempera e mai si perde; alla genesi della materia, nessuna forma più sarà la stessa.

 

In Amalia Caracciolo,i colori devono divenire forme, per non farsi del male; e percorrono vie interiori tortuose, nel corso del loro progressivo assemblamento: inverni neon in cristalli di ghiaccio, stalattiti cobalto a fendere oscure cave tra i primari, specchi d’acqua indaco in una pennellata di bianco, fibrillazioni fluo che si placano quando al parelio sulla superficie della tela rispondono tenui virgulti pastello dentro alla fibra tonale, sbocciano sfumature e toni complementari, respiro.    E divenuti forma, i colori si adagiano gli uni agli altri, al tepore della luce che li unisce: sono desiderio esaudito, morbidezza cromatica, protezione dalle ombre; perlacei e a palpiti ancora sfavillanti, si contraggono come un muscolo cardiaco, ed offrono al cuore del loro spettatore un nido in cui rifugiarsi. Si schiude al nostro sguardo il nucleo intimo dell’Opera, mentre le effigi plasmate già si librano via come fogli di carta: il sole nasce da ogni loro lembo piegato sulla notte.   L’orizzonte è un nido di forme, che si contrae ancora e si staglia al di sopra delle ombre, leggero e ardente come un aeroplanino di porpora che all’aurora ritorna nell’iride. La luce è ciclicità, la luce è madre.

 

Nelle Opere di Maria Brunereau, una dattilogia cromatica costante, è orma di se stessa e suo stesso sentimento sotteso: l’Artefice ‘suona’ tutte le sfumature tonali e poi s’inonda alla genesi di gesti e colori, sopra un palmo di tela; le sfumature sono una lira da sfiorare con le dita, strumento diafano che vibra insieme alle sue ombre. Siamo dentro la luce, dentro lo spettro luminoso, dentro al suono della vita: la realtà è vortice di sogno, un miraggio, così infusa di sole. Corpo e rivelazione, la luce è fibra di tutte le cose: d’ogni forma e Luogo che la rifletta, della sostanza che siamo, di questi occhi che guardano, dell’anima che ci è stata infusa, di tutto ciò che non è visibile. La luce è ascolto, al di là della materia.

 

La luce di Katalin Kollar pulsa sotto la superficie coagulata dell’Opera, e in virtù di questo l’Artefice sceglie se e quando lasciarci guardare oltre il limen della tela, al di là di colori ed effigi impresse, per cercare filigrane e memorie, segni del suo flusso di coscienza o del nostro passaggio in questa vita.  Ombre lunghe grisaille hanno tenui affluenti di primari prosciugati dai complementari, e linee isocoriche sembrano occludere la vista, mentre il nostro sguardo è sempre più lontano dallo zenit della composizione, ne ricerca la sorgente e scruta dall’alto, come quello di un cartografo; fogliano rami sulle vette chiare di toni e semitoni, ed anfratti bui prendono corpo, come reminiscenze di paure infantili mai dissipate dall’alba. Eppure Colori segreti scintillano dalla fibra stessa del colore, come raggi di luna dalle fronde, la notte; e nel loro pulsare, i capillari e le arterie dell’emozione fiottano le forme che plasmano la scorza, stormisce la vita oltre gli argini, anche dove non c’è sole. Siamo nella carne e nella sostanza della luce. Luce è verità, scelta consapevole, perennità oltre ogni estuario; la luce è umanità.

 

E con tenerezza, “Un mondo al femminile” è dischiuso e caldeggiato o presagito da Bianca Monroy, la quale sceglie proprio questa locuzione come titolo per le cinque Opere da lei create per l’Evento di questa sera, “Luci e ombre dell’amore”: cinque sfumature del medesimo soggetto, cinque microcosmi da ripercorrere, evidentemente cinque lati di un ‘pentagono emotivo’.   All’insondabilità e all’incognita della notte stellata, al silenzio astrale, l’Artefice regala colori e coordinate: blu e poi azzurro, ciano, indaco e rosa, e stelle unite a tratti bianchi – in cuore alla composizione – dalla pareidolia; perché mai nessun Viaggiatore si senta perso, davanti alle incertezze e alla paura. Perché s’accenda infine a nuova luce anche il buio della notte. Perché – ripercorrendo il Senso e la motivazione delle Opere di tutte le Artiste qui presenti – ci sia davvero una presa di coscienza circa il baratro della violenza di genere e perché nessuno ed alcuna donna scelga mai più di restare imprigionata nelle gabbie sociali, nella discriminazione, in una casa di violenze: i colori vanno preservati, va preservata la vita.

L’Artefice pone in asse alla rappresentazione, con cura disposti lungo un asse di simmetria orizzontale oppure in diagonale, singolari nervature che paiono rotanti, provviste di buffi occhiolini variopinti: sono voci di bambina e motivi apparentemente scissi dall’insieme cromatico e strutturale, ma tuttavia nella sostanza irrinunciabili, peculiari, pieni d’amore. La luce è identità, riconoscimento, perennità. E l’Artefice ci ricorda che quando si spegneranno tutte le luci, le stelle del firmamento, rimarranno i nostri segni, le nostre orme, il Senso delle piccole cose che abbiamo donato e custodito di cuore, la purezza, il sole dell’Amore; rimarrà la nostra Luce a segnare la strada. Tutto il resto franerà nell’ombra.

 

 Giada Eva Elisa Tarantino

 Movimento Artistico Spirale di Luce, website:

http://spiralediluce.net/  

Wally Bonafé, Artist Painter and President of “Spirale di Luce”:

http://spiralediluce.net/artisti/wally-bonafe/   

Maria Brunereau, Artist Painter:

http://spiralediluce.net/artisti/maria-brunereau/  ,  http://www.mariabrunereau.com/   ,

and Maria Brunereau is Founder of Club EXATEC en el Arte:  http://exatecenelarte.wix.com/exatecenelarte 

Amalia Caracciolo, Artist Painter:

http://spiralediluce.net/artisti/artista-1/   

Katalin Kollar, Artist Painter:

http://spiralediluce.net/artisti/katalin-kollar/       

Bianca Monroy, Contemporary visual artist:

http://www.bianca-monroy.com/  

Consolato Generale dell’Ecuador in Milano

http://www.ecumilan.org/

Centro Ecuadoriano d’Arte e Cultura in Milano, Presidente Guaman Jara Allende

http://www.ceacm.it/guamanallende.htm

Premio Internazionale “Jouan Montalvo” 2014:

http://www.integrazioneculturale.com/

Consolato Generale del Messico in Milano

http://consulmex.sre.gob.mx/milan/

 

“SEME / Seed” di Attilio Stocchi: fondamenta di luce, al Foscarini Spazio Brera a Milano

E pulsante della luce di tutti i fiori luminosi/ della terra
(Attilio Stocchi)

All’essenza, entro il nucleo primigenio dell’organismo progettuale, luce in noi è infusa dal seme fino all’apice emotivo; nel dolce accordo fra ciò che abbiamo dentro e ciò che invece è fuori, lo spazio ancestrale rivela la materia plasmata in quanto radice che filtra ancora la vita: fondamenta ed analessi d’un continuum semiologico, organico e narrativo, ma anche epifania/prescienza al vertice di un già ramificato e rilevante percorso architettonico-narrativo ed umano, “SEME / Seed” è la vivida e suggestiva rivelazione-installazione multimediale ideata dall’Archistar veneziano Attilio Stocchi per interpretare la nascita del Foscarini Spazio Brera a Milano e per omaggiare invero la relativa storica zona meneghina, come anche la via scelta per un tale ‘germinare’. Proprio Via Fiori Chiari al numero civico 28, sede dell’evento fino al 14 Aprile 2013 (dalle ore 10 alle 22), sarà infatti da quest’anno – in riflessione diffusa con la sede Foscarini a breve inaugurata a New York – uno dei fulcri creativi, culturali, interattivi ed emozionali della nota azienda nata oltre trent’anni fa a Murano, già orientata allo sperimentare con il lighting design un innovativo oltre che peculiare linguaggio; Committenza “Coraggiosa e curiosa”, dunque – com’è stata definita da Lisa Ponti, che ci ha onorato della sua presenza alla serata inaugurale del 9 Aprile – , che nel condividere i propri valori ha scelto di vibrare all’unisono con la profonda curiosità intellettuale di Attilio Stocchi, anch’esso incline a ricercare la sostanza.
In quanto luogo dedicato alla creatività ad ampio raggio, e per questo d’ora in poi costellato d’idee, il Foscarini Spazio Brera è oggi mutato in terra fertile, spazio metaforico oltre che familiare, struttura portante; Domus aperta ad una nuova Visione:

Credo nella METAMORFOSI.
Nella capacità della materia e dello spazio
di trasformarsi.

Credo nelle STORIE.
Nella forza evocativa del racconto,
così grande da creare mondi.

Tutto ha inizio dal nome della via Fiorichiari,
così casualmente prossimo a quello
di Foscarini.
[…]”

Ipostasi e dono con luci e suoni d’una intradiegetica narrazione, “SEME / Seed” è scavato nella Storia e nella fabula, sulla via milanese che l’Artefice ricorda narrata a sua volta come dedicata ai fiori candidi, i più luminosi a sbocciare entro i numerosi giardini, per contrapporsi alla contigua dei Fiorioscuri, nella quale la tonalità prescelta era invero antitetica; la nostra Via Fiorichiari, allora, si rivela a sua volta quale luogo idealmente ancora da seminare, così solcata su quella Brera ancor oggi “tranquilla e tutta nostra”, “ciottolosa” e gaia, microcosmo, “cittadella” ed “isola” nel mare spesso ostile della città (L. Bianciardi, La vita agra, 1962). Brera ancora “Braida” – termine latino medievale da cui trae etimologicamente il proprio nome – terreno incolto, e “Campus vel ager suburbanus in Gallia Cisalpina”, ovvero pugno di verde intra moenia, seguendo l’originale excursus fra linguistica, storia e glottologia dello stesso Bianciardi; con un anagogico “seme di luce”, Attilio Stocchi fa rivivere quindi l’intreccio del racconto, e nel multisensoriale consueto suo accordare la matematica con la melodia, la letteratura con la botanica, bioacustica ed astronomia, mineralogia e storia, nel corso d’un’ellittica traiettoria di viaggio ed al cuore delle proprie coordinate, ci dona una risposta che è al contempo epifania e primo bagliore, Senso e vastità, lucus della memoria ed archetipo di ricerca, dolce vibrare in infinita risonanza.

Come non ipotizzare la costruzione di un seme –
di fiore chiaro (simile o all’Anthriscus cerefolium
o all’Helianthus annuus)- ma grande, grandissimo,
adagiato-infilzato da lunghi fili d’erba?
E pulsante della luce di tutti i fiori luminosi
della terra.

Perché poi non arricchire il morbido mondo vegetale,
facendolo fondere con quello duro,
geometrico minerale, del cristallo, del geode:
in modo che in questa metamorfosi
le curve organiche del seme,
riflettano al meglio anche la luce dell’aria?
[…]”

Nell’oosfera, s’accende la vita. L’idea si fa grembo, plenum e forma; diachenio oblungo ovoide, e quindi ellittico, il primo candido Seme risuona nel cuore alla polifonica ciclicità naturale; lo spermoderma è oscuro e poroso, non riflette la sua luce interna, ma ne è testimone. Il fulgore del giorno è l’anelito segreto che in un virgulto sfonderà la terra. Già punto nodale, unità di misura in quella fillotassi ‘cromatica’ che lo irradierà nello spazio sino al fulgido apice, “SEME / Seedè una scultura di 15 metri, architettura di 142 facce che mille volte ingrandisce la propria tenera matrice, e vasta superficie metallica, sabbiata e scura, da scorrere con le dita lungo tutte le sfaccettature originate dalla sua pervasiva metamorfosi. E’ dolce veemenza, in quanto guscio e corazza che custodisce l’anima tutta, e con essa la forza; è l’armatura d’aurora che “consente al seme di essere lancia: di incunearsi, di sfondare, di pervadere” (Attilio Stocchi 2013). Come le ataviche avieclir nell’auguraculum, ancora, è una forma evocativa costellata da fori triangolari che ne rivelano il Senso; ognuno di essi, custodisce una calotta fissata al guscio con semplici calamite, a sua volta contenente una Striscia LED RGB, che rende allora una lampada autonoma ogni triangolo di luce (Ibidem). Trasmutato fin dal primo palpito della sua creazione, dalla sapienza dell’Artefice, “SEME / Seed” appare come un Seme che s’estrae dalla miniera, minerale che si schiude in immagini e proiezioni di luce e colori; in quanto frutto d’una evoluzione di pensiero, e plasmato sulle proprietà del pentagono – ovvero formula armonica riscontrabile nel mondo vegetale e animale -, dell’eptagono, nella ricerca della metamorfosi tra mondo vegetale e minerale, e quindi dell’esagono, a rappresentare invece il Regno minerale, il medesimo scultoreo organismo contiene in sè due geodi: l’uno come macrocosmo visibile, con progetti di Lamps Lighting ed immagini di semi e di fiori costruite e rivisitate con sensibilità dall’artista fotografo Massimo Gardone, e l’altro piuttosto come singola spora, toccante microcosmo corazzato attorno alla propria prima luce (Attilio Stocchi 2013).
Come un narratore intradiegetico, Attilio Stocchi ha scelto di posare tale lirica forma nell’intreccio naturale, adagiandola-infilzandola con lunghi fili d’erba in metallo: alabarde sottili che ne scandiscono il ritmo ascendente, e che tanto richiamano quelle fondamenta simbologiche esplicitate negli edificanti progetti di riqualificazione ambientale ed installazioni da lui stesso ideati; dalla metafisica di “Aurea” (2001), al poetico sigillo architettonico su porfido d’Albiano in “Palinsesto” (2002), realizzati con Gualtiero Oberti. Dalla timbrica ariosa di “Trafitta” (2002) al flusso di tubi in “Fluxum” (2003), dalla valenza cromatica di “Lumen” (2011) alla sinestesia di “Cuorebosco” (2011), fino ai rami di luce rifratti sulla volta del nido dell’anima in “Librocielo” (2012): simboli d’accesso alla vastità, sia essa naturale oppure interiore.
Sono “araldi degli dei” (Cicer. De Divin. I, 41) i corifei che s’odono al buio, prima che con l’alba stormisca anche l’essenza: la capinera, il forapaglie, il codibugnolo e il codirosso, sono fiati d’un colore che attende di pulsare; ancestrale è questo suono che ci sboccia dal petto, mentre è “SEME” che, alla genesi, di bianche stelle ormai riveste le due cellule sinergidi. E’ biancoazzurro e struggente il palpito di Sirio, fulgido sorgere eliaco che con l’asterismo dello Scudo di Orione auspica la semina, e svela la corazza del Seme che scava la terra; è fervido ed incalzante questo battito, giallo tenue e gialloverde sul pernambuco dell’archetto, che oramai all’aurora ramifica il suono. Si cristallizza allora al proprio sole la fisionomia allegorica di SEME / Seed”, poliedrico reticolo minerale e narrativo, armatura superba che è infusa d’universo: nel tumulto rosso vivo noi perdiamo ogni difesa, e nell’Atrium siamo frammento se non guardiamo anche in alto; in sincronia con luci e suoni vibriamo nel lilla e poi al blù notte, “SEME” si spegne ma Dentro è nuova luce. Natura (dal latino natura, participio futuro del verbo nasci – nascere – e letteralmente “ciò che sta per nascere”) e materia mater, Madre, è Domus e sinfonia corale che con un Seme risuona, ti si edifica nell’anima.

E sullo sfondo,
dolcissima avvolgente, una musica di violoncello.
Incalzante come il vomere
e il seme che sfonda la terra.
Vegetale, minerale.
MONDI.

(Attilio Stocchi)

Giada Eva Elisa Tarantino

Attilio Stocchi, website:
http://www.attiliostocchi.it/

Foscarini, website:
http://www.foscarini.com/

Il 25 del mese di Marzo, Festa dell’Annunciazione. Poesia dell’icona di Ustjug.

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre
(G. Ungaretti, Il Dolore, 1947)

Una radiosa finestra aperta sul trascendente è custodita oggi alla Galleria Tret’jakov di Mosca: trattasi dell’icona dell’Annunciazione di Ustjug”, in questo modo denominata poichè per tradizione proveniente dall’iconostasi del monastero Veliky Ust’jug, cenobio situato nella regione di Novgorod, nella Russia nord-occidentale; risalente al XII secolo – ovvero al periodo in cui l’antico templon si è ormai ‘sublimato’ in iconostasi nell’area bizantino-slava e l’icona stessa è dunque diffusa in tutto l’Impero, costellando i propri esordi iconografici assegnati al VI secolo, di una pervasiva e inusuale enfatizzazione del sentimento – tale bidimensionale immagine (icona, dal greco eikon, immagine) dell’Oltre, ci parla con parole d’oro e moti dell’animo, costituisce l’esito superbo di formulazioni iconografiche innanzitutto paleocristiane e poi propriamente bizantine, schiude al Senso quell’itinerario umano fra tenebre e splendore, tracciato come ipostasi sullo stigma gemmato della semiotica e quindi dell’Arte. Al fine di sondare una rappresentazione di tale risonanza emotiva, è necessario in primo luogo utilizzare un metodo che potrebbe definirsi ‘deduttivo’ – ovvero il mettere a fuoco progressivamente la collocazione geografica e cronologica, l’ubicazione all’interno dell’edificio sacro e le ‘sfaccettature iconologiche’ che il prezioso manufatto custodisce in qualità di ‘narrazione extratemporale’ di un sacro episodio in divenire – ed in secondo luogo, per quanto sia impervio trattandosi di una stupefacente rappresentazione sacra evidentemente radicata nelle Scritture, nella poesia omiletica e nell’innografia, prescindere addirittura dal Credo personale: è il nostro animo di ‘viaggiatori’ ad essere sollecitato, è il nostro cuore che palpita ad essere inondato di luce ed infine rivelato a sè stesso.

Dunque che cos’è l’iconostasi? L’iconostasi è la parete tempestata di icone che cela il Santuario allo sguardo dei fedeli che ad essa si volge dalla navata, nelle chiese ortodosse; è lo scrigno al centro del quale come nuovo scrigno si apre una porta, e questa porta nei battenti ritrae le effigi della Vergine e dell’Arcangelo – l’umano e il divino complementari e divisi da uno iato, universi opposti ma congiunti da ineffabile legame – nell’istante dell’Annunciazione. Il programma iconografico esplicitato prevede dunque che il Santuario – ovvero il luogo della Teofania – si schiuda a noi, all’umanità tutta, solamente attraverso l’Incarnazione del Figlio nel seno di sua Madre, l’episodio chiave della Storia della Salvezza; attorno all’evangelismos – la magnam festivitatem celebrata il giorno 25 del mese di Marzo, a partire dalla metà del sesto secolo – la magnificenza della Deesis – ovvero l’intercessione della Madre di Dio, raffigurata al cospetto del supremo Giudice, per i peccati dell’umanità – e in alcuni casi, fin dall’XI secolo, il ciclo delle Grandi Feste, i dodici episodi salienti della vita di Cristo. Alle medesime coordinate spaziali probabilmente si atteneva l’icona di Ustjug, che al suo interno tuttavia ritrae l’Arcangelo Gabriele (”Mia forza è Dio”) in atto di recare il lieto Annuncio a Maria secondo quanto narrano in primo luogo il canonico Vangelo di Luca (Lc 1, 26-38) e l’extracanonico Protovangelo di Giacomo (Pr. Gc I. X-XII); egli s’irradia dalla trascendenza, irrompe dall’eterno al tempo per svelare la sublime sinfonia della regalità divina: una clamide imperiale nei toni dell’ocra e del bianco ne rivela le fattezze, lo scettro della regalità è impugnato con la mano sinistra – poiché nell’Oriente cristiano, come attestano gli studi di Andrè Grabar, sono i ministri alati di Dio a portare gli attributi dell’Imperatore, non il Cristo – ed il gesto della destra esprime invece il mistero imperscrutabile della Trinità e la natura del Verbo fatto carne. Radioso ed intessuto in una trama di splendore, le ali composte ma ancora rigonfie, Gabriele si specchia nella Vergine stante ed intenta alla filatura: la “vera porpora” che essa tesse – riproponendo l’archetipo iconografico classico relativo, simbolo di priorità morali e status sociale della donna, divenuto in seguito standard nella cristianità d’Oriente per la rappresentazione della Madre di Dio – è il corpo del Figlio. Il maphorion che la avvolge e che unisce tonalità calde e fredde nell’unicità avvolgente delle sfaccettature cromatiche della porpora, rappresenta nella simbologia dei colori la totalità di cui essa è rivestita; le stelle disposte sul velo in numero di tre, adombrano perpetua purezza; gli occhi suoi, immensi infiniti nel volto reclinato di lato, guidano il nostro cuore al suo, l’insostenibile meta del nostro ‘viaggio’: è quì che converge il filo purpureo, quì si stempera il raggio di luce divina irradiato dal clipeo blù cobalto nel registro superiore dell’icona – ove l’Antico dei Giorni, conformemente alla visione profetica di Daniele (VII, 9-28), fiammeggia di candore sopra un trono di cherubini e serafini ardenti – qui, infine, si posa la sua mano di Madre: palpito di luce, turbamento, profonda emozione. Circonfusa di sole, essa mostra il proprio nido e ci toglie le parole.
Ritroviamo noi stessi, umanità e tenerezza, il “Giardino Chiuso” (Ct 4, 12) immacolato ed ancora celato agli albori dell’anima; comprendiamo la levità e la semplicità di uno schema iconografico che richiede tuttavia un percorso ermeneutico estremamente complesso per la sua decodificazione e che si avvale ad ogni modo di una delle formulazioni più suggestive del dogma della Maternità divina di Mariaformulato dall’assise efesina del 431 d.C. – al fine di rappresentare simultaneamente Incarnazione e Concepimento; possiamo cogliere in noi stessi il lucore crescente di una certezza che è inconfutabile poichè ci appartiene da sempre: il cuore.
L’icona di Ustjug è per me un’ametista, perla di fiume e rubino, la ‘mia’ Annunciazione; è ciò che più palpita all’unisono con la versificazione intensa, la sinestesia sublime, l’intimo raccoglimento di un componimento poetico struggente di Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 1888 – Milano, 1970), scritto a Roma tra il ’43 ed il ’44 ed incluso nella terza raccolta dell’autore: in “Mio fiume anche tu”, il dolore personale e la tragedia collettiva sono complementari, sono abisso e notte “straziata”, sono aberrazioni dell’uomo, della vita, di Dio; ma la parola poetica è capace di schiudersi alla propria luce ed in silenzio posarsi sull’anima, come la mano della Vergine nell’icona di Ustjug. E dal “palpito” di vita, dalle radici della Storia, l’io viaggiatore può attingere infine al fiume del tempo e cogliere nella foce una sorgente, un “astro” interiore: dal dolore per la perdita al valore anagogico della sofferenza, dalla lacerazione alla riedificazione, alla Redenzione, al riconoscimento, al senso; l’ “eterna umanità” (ne La preghiera) è la dimora del cuore, un atto di fede e di speranza fondato sull’appartenenza, sulla solidarietà, sulla profonda comunione seppur nel sacrificio e nell’apòcope della materia (“D’un pianto solo mio non piango più”). Nella Vita d’un uomo – già titolo scelto nel ‘42 da Ungaretti per circoscrivere il proprio corpus di opere – il Tevere è metafora di quel ricongiungimento alla vita, che può intendersi unicamente con la consapevolezza della circolarità dell’esistenza stessa: posto a suggello dell’ “opera-vita” – per utilizzare il sintagma che Giachery, nei primi anni di questo secolo, utilizza per definire l’itinerario lirico dell’autore – il fiume scorre verso il mare costretto dagli argini, perchè dall’imo possa sgorgare, commovente, una rivelazione.

“[…] La piaga nel Tuo cuore
la somma del dolore
che va spargendo sulla terra l’uomo;
il tuo cuore è la sede appassionata
dell’amore non vano.
Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo

Dalle profondità della similitudine emerge come stella dall’abisso la dimensione sacrale dell’esistenza; il riferimento alla caducità e alla perdita, la memoria di ciò che è umano e che come tale dovrà affievolirsi e spegnersi, è esplicito in ultima istanza: in esso rifulge la componente blù del manto della Vergine e gli occhi suoi di madre, il candore terreno di colei che rivestita di Luce donerà la salvezza. Come fosse un’icona, la poesia di Ungaretti è una “Epifania totale – secondo la definizione di Cambon, coniata negli anni Settanta del secolo scorso – ed anch’essa ci conduce ad un palpito “pensoso” di fulgida quanto dolorosa consapevolezza, fiore celeste sbocciato in seno alle tenebre dell’epilogo: l’Incarnazione del Figlio è strettamente connessa al sacrificio supremo suo, Croce gemmata o Agnello di Dio tempestato di preziose granate nei manufatti dell’arte; alla luce soteriologica della Grazia, all’oro e alla porpora della regalità divina, è legato il buio della morte; da esso sorgerà nuova luce e più vivida – salvifica, ovvero sigillo solenne d’alfa e omega nel monogramma cristologico – sgorgherà la rinascita.

Questo è per me l’Annunciazione alla Vergine: aurora e tenebre, infine splendore; finestra aperta sulle onde del mare in tempesta e ieratica, inaccessibile, sovrumana compostezza. Ciclicità del tempo, perennità di una Madre che porta il Figlio nel nido dell’anima.

 

Giada Eva Elisa Tarantino

Galleria Tret’jakov di Mosca, website:

http://www.tretyakovgallery.ru/en/

Con queste righe di semplici pur meditate impressioni, che spero possano costituire un giorno l’ouverture di un ben più approfondito studio iconografico, desidero ringraziare coloro i quali hanno scelto di dar valore ad ogni mia domanda o risposta, per stima e per affetto, in questi ultimi due anni e mezzo d’umana ricerca.

La Game Art (R)Evolution: “radice di arma” al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano

Arte ha la radice di arma
(D. Ferrari, L. Traini,
Stanza acrostica binaria
per Ezio Auditore)

Al punto di confluenza, è la genesi. In osmosi sei fibra di colori e di voci, apice radicale di un’immanenza che nella propria veemente per quanto parziale esperibilità, è tuttavia permeabile alla rivelazione, ai sedimenti emotivi, alle correnti metafisiche dell’Animus; nell’humus l’ascesa sensoriale è canale comunicativo per l’identità ai suoi albori, intimo solco che dona all’Arte volto multiforme e respiro corale, organismo autotrofo in piena consapevolezza, vivida memoria per squarciare il buio.
E una “vertigine conoscitiva” effettivamente ci pervade ad Art (R)Evolution, esposizione temporanea dedicata all’ avanguardia Assassin’s Creed in programma fino all’11 Novembre 2012 presso il Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da vinci di Milano; sorgente d’un circuito di conferenze ed approfondimenti scientifici, workshop di gioco con MFLabs fra loro interconnessi ed allestiti entro le sale dello stesso Museo come anche presso il Wow-Spazio Fumetto milanese, Art (R)Evolution elegge il capoluogo lombardo quale ramo d’una rete che si lega a E-Ludo ed a Game Art Gallery fin dalla 54. Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, per irradiarsi quindi all’avvenire entro la maglia dell’attuale dibattito internazionale inerente la valenza culturale ed artistica del medium videoludico.
Con il patrocinio di prestigiosi atenei ed enti di ricerca, a cinque anni dalla first release del videogioco – la quale, nell’effettivo, contestualizzava l’azione proprio nel 2012 – la Rassegna adduce adesso un percorso edificante, rivoluzionario quanto doverosamente anacronistico, nelle Artes mechanicae “crossmediali” della Game Art contemporanea, grazie al prezioso apporto critico, scientifico e creativo dei curatori Luca Traini e Debora Ferrari, che al progetto hanno infuso genesi, morfologia e consapevolezza, con la partecipazione al concept di Riccardo Hofmann; il catalogo d’arte edito da Skira – il primo interamente dedicato ad un videogioco – è a tal proposito una fonte pregevole di studio, riflessioni e suggestioni, con affondi nella e-motività di Assassin’s Creed, validi Apparati coadiuvati da schede tecniche a fine volume, corollario di 190 Pictures a colori nonchè letture iconologiche di spessore molto ben innestate, anche sotto il profilo “sperimentale”, nell’organismo multidimensionale e multisensoriale – per questo veemente – della nuova Arte.

Arte ha la radice di arma, Assassino,
Una lama celata incide i sogni:
Disegno forte, sofferto di un mondo.
In palio una pace che verrà tardi.
Tutto è lecito: la realtà è in gioco,
Osmosi fra primi e ultimi livelli.
Resterà la bellezza del gesto, Ezio,
E la gioia di vittorie senza odio.
(D. Ferrari, L. Traini, Stanza acrostica binaria per Ezio Auditore)

Un’incessante eziologia – nel senso etimologico del termine – dischiude un unicum che è insieme di linfa e di carne, vicino e lontano, pulsante ed intermittente in un gioco induttivo e deduttivo d’ “Osmosi fra i primi e ultimi livelli”: la corrente esperienziale di Assassin’s Creed della francofona Ubisoft, radica al Sè la sua negazione attraverso la mimicry (“immedesimazione”, dal Catalogo) del player con il proprio simulacro, seppure le memorie progressivamente acquisite ne riedifichino essenza e ‘fronde percettive’ al punto di confluenza fra e-motività e Storia, tecnologia ed intimi codici dell’Arte. In maniera affine sono stati selezionati dai Curatori gli artworks per Art (R)Evolution: sono infatti al contempo e all’unisono “Disegno forte, sofferto di un mondo” – in quanto segni di una realtà virtuale che è il virgulto della nostra più intima dimensione esistenziale – ed Opera d’arte totalizzante scandita dalle singole rivelazioni che dà il gioco stesso; sono porte istoriate aperte al fruitore sulla visio di ”due mondi possibili e coesistenti” nell’arco di un “tempo di osservazione immersivo come il gioco, ma non dinamico, per osservarne con la durata necessaria tutte le sfumature” (Ferrari 2012).
Le valenze tattili e cromatiche del mosaico, della tela, della pelle, del crystal e dello skybond, nonchè la lirica delle venature del legno, affiorano sorprendentemente dal centinaio di opere proposte: grazie alla partnership con Demart, nella Rassegna, il medium digitale è infuso alla materia reale in base ad esso preventivamente selezionata, quale formula espressiva di un ‘ordinario’ manufatto d’artista; a rimarcare la fibra innovativa propria della Game Art di Assassin’s Creed, anche le opere di Maestri contemporanei: se, infatti, la “Macchina dei ritratti” di Samuele Arcangioli è anch’essa luogo di confluenza e di riedificazione percettiva entro il simbolo anagogico (e vinciano) del pentagono – prescelto, nell’opera, in pertinenza dimensionale con il volto multiforme e respiro corale della personalità labirintica di Ezio-Desmond-Altaïr -, l’approccio empirico del musicista e lighting designer Massimo Giuntoli, dal canto suo, interconnette invece sulle note e in “Osmosi” i linguaggi iconografico e cromatico per espandere idealmente le immagini video.
In “Untitled” di Edward Paul Quist siamo alla genesi, e nella blurry vision con l’Animus intercettiamo il percorso emotivo di reminiscenza genetica del nostro simulacro; come conduttori d’ un flusso di corrente, siamo colmati dall’installazione a due postazioni gioco di Mirco Ferrari Labs ed un effetto Joule ci coglierà inoltre – fino al 23 Ottobre 2011 – al Museo WOW Spazio Fumetto di viale Campania 12 a Milano, nella sezione Comics e grafica di Assassin’s Creed: ottanta tavole fra le quali l’inedito ed intuitivo “Codice di Altaïr”, il “Tributo ad Ezio Auditore” dell’artista No Curves, nonchè venti opere selezionate dal contest lanciato da Musea ed E-Ludo, avranno luce da donare al “la realtà [che] è in gioco”.

Resterà la bellezza del gesto

Nell’endoderma tu senti “Una irradiazione di fondo che riscrive la storia con tutta una serie di sottili anacronismi e allusioni” (Traini 2012), e che sapiente contempla il tuo vissuto come fosse uno spin-off della propria parabola: rimane il Frutto dell’Eden dell’itinerario eziologico proprio del nostro Libro della Genesi, e come il Codex musivo arcano da comporre la Mela stessa è svelata da Leonardo da Vinci, anch’egli Assassino (nella saga, il termine è plasmato piuttosto sull’arabo “asās”, “fondamenti”, con la relativa valenza semantica: ciò, in Traini 2012), legato alla sapiente famiglia Auditore e nodo di diramazione – come tanti altri illustri personaggi storici – di quel circuito di corrente che in Assassin’s Creed poderosamente ci raccoglie; il ramo dell’Eden invece si espande nel mito pagano, in modo che il player possa apparire – nel cum clave della Cappella Sistina – come il profeta dei tempi circonfuso da uno scrigno architettonico. La transmedialità rivela le fondamenta come i Glifi il senso dell’itinerario, e “senza obbligo di direzione temporale univoca […] ci spostiamo tra il 2012 ed il 1191” nell’ “opera totale” (Ferrari 2012): all’origine Gerusalemme (AS), e poi Firenze come punto focale, Venezia (AS II), Roma, Monteriggioni, San Gimignano (AS: Brotherhood); nell’ascesa, ancora, incastonata fra Europa ed Asia – dunque intuitivo luogo di congiunzione fra Altaïr ed Ezio – la città di Costantinopoli, e Maṣyāf in Siria, la Cappadocia nelle sue peculiarità geologiche ‘lunari’ e l’isola di Rodi, ovvero il tempio del sole (AS: Revelations).

Come alburno nel fusto arboreo, il team creativo Ubisoft si avvale d’approfonditi studi multidisciplinari per dar linfa a un progetto che è nato già “affamato di storia”: intimamente radicato innanzitutto all’ École des Annales e a Michel Foucault (Traini 2012), denso di “appunti e citazioni che mettono in gioco l’arte cinetica e l’estetica relazionale di molti movimenti e gruppi dagli anni sessanta in poi” (Ferrari 2012), Assassin’s Creedè percorribile centimetro per centimetro coinvolgendo il giocatore-esploratore in un processo virtuoso di appropriazione e lettura dell’opera d’arte a quattro dimensioni” (Roncella 2012).
Dendrocronologia emozionale virtuale, per la rifondazione del linguaggio artistico contemporaneo: nella Sala delle Macchine vinciane del “Museo del Divenire del Mondo” (Ucelli di Nemi, Fondatore del Museo della Scienza) – organismo ufficialmente inaugurato il 15 febbraio 1953, con una mostra dedicata allo stesso Leonardo da vinci – la Rassegna Art (R)Evolution mette in luce quel giunto sincronico che segna “l’osmosi inscindibile fra arte e tecnologia” (Traini 2012) e guida le fronde dei nostri rami là dov’è bello che ai raggi s’intreccino. Artes mechanicae e Game Art dalle radici alla gemma apicale: sei fibra di colori e di voci che trascende nel Cormo dell’arte.

 

 

Giada Eva Elisa Tarantino

Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci
Via S. Vittore 21 – 20123 Milano
Tel. 02 48 555 1
www.museoscienza.org

Tutti gli Eventi legati ad Art (R)Evolution:
http://www.museoscienza.org/areastampa/art_revolution_inaugurazione/

WOW Spazio Fumetto
Museo del fumetto, dell’illustrazione
e dell’immagine animata
Viale Campania 12 – 20133 Milano
Tel. 02 49524744 – 02 49524745
http://www.museowow.it/

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Poesia de l’ “Andrea Chénier” all’Auditorium di Milano

Fu in quel dolore/ che a me venne l’amore
(Maddalena in Andrea Chénier; III;
dal Libretto originale di Luigi Illica, 1896)

All’epifania musicale le onde orchestrali giungeranno in volute di rapimento; entro il leitmotiv dell’ ”Eterna canzone”, l’Identità e la Patria con l’Amore entreranno in risonanza. Sarà la “possanza arcana” della Poesia a farci librare fra le ali dell’ Orchestra Sinfonica e del Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi – quest’ultimo, diretto dal Maestro Erina Gambarini – nella rappresentazione integrale dell’opera che chiude la stagione sinfonica 2011-‘12 de LaVerdi, presso l’Auditorium di Milano in Largo Mahler: “Andrea Chénier”, dramma storico musicato da Umberto Giordano su libretto di Luigi Illica. Diretto dal Maestro Jader Bignamini e proposto in forma concertistica per le serate di sabato 23, martedì 26 e giovedì 28 Giugno 2012 – a partire dalle ore 20.00 – l’ “Andrea Chénier” de LaVerdi s’avvarà della variopinta livrea vocale d’un cast d’eccezione, per ascendere all’Ideale.
Congiunti ogni istante fin dall’organico orchestrale, consacrati e sublimati infine in Sol maggiore pur nell’epilogo tragico dell’Opera, saranno i fiati d’anime dei due amanti: le tessiture acute e la timbrica avvolgente, l’estensione vocale del tenore Marcello Giordani–Andrea Chénier, faranno sbocciare infatti alla propria luce l’inizialmente arido e titubante declamare della protagonista dell’Opera, Maddalena di Coigny, ‘edificata’ per noi dal soprano lirico Natalie Bergeron; con colori vocali di una terza maggiori sui mezzosoprani – ancorchè sublimi nel registro medio-basso – ed arcate melodiche radiose sulle maree dell’orchestra, udiremo il femminile suo rivelarsi in intime reminiscenze e purissimo sentire:

«Fu in quel dolore
che a me venne l’amore!…
Voce gentile piena d’armonia
” che mi sussurra: «Spera!» „*
e dice: «Vivi ancora! Io son la vita!
Ne’ miei occhi è il tuo cielo!
Tu non sei sola! Le lacrime tue
io le raccolgo!… Io sto sul tuo cammino
e ti sorreggo il fianco
affaticato e stanco!…
Sorridi e spera ancora!… Son l’amore!
Intorno è sangue e fango?… Io son divino!…
” Io sono il paradiso!… „ Io son l’oblio!
Io sono il dio
che sovra il mondo scende da l’empireo,
” muta gli umani in angioli, „
fa della terra il ciel!…
Io son l’amore!»
(Maddalena di Coigny, Aria de “La mamma morta”; Quadro III, vɪɪɪ)
*Racchiusi in segni convenzionali (“ „), i passi non musicati dal Giordano.

Entro il flusso melodico glorioso, ancora, ascolteremo la voce fluttuante ricca e flessibile del baritono Alberto Gazale, che al personaggio di Carlo Gérard – lacerato tra i sentimenti più turpi e la fedeltà all’Ideale – donerà i propri chiaroscuri; tre registri espressivi differenti contraddistingueranno invece i mezzosoprani Valeria Sepe, Lara Rotili e Clara Calanna – nell’Opera, rispettivamente, la buona Bersi, la Contessa di Coigny e l’anziana Madelon, ovvero la donna di mondo, l’aristocrazia per antonomasia ed il registro larmoyant – mentre al baritono Mattia Denti spetterà conferire gradazioni melodiche ai personaggi di Roucher e Fouquier Tinville. Il brillante tenore Francesco Pittari – dal canto suo – saprà evidenziare il timbro aspro, quasi nasale, proprio dell’Incredibile (spia al soldo di Gérard), mentre i baritoni Giovanni Guagliardo e Gianluca Tumino saranno la Voce, rispettivamente, del sanculotto Mathieu e dell’ “accusatore pubblico” Pietro Fléville. Entro la regione più grave del pentagramma, infine, i toni scuri peculiari del basso Emanuele Cordaro intesseranno le ombre tonali del carceriere a San Lazzaro Schmidt e del Presidente del tribunale di Salute pubblica Dumas, il quale condannerà il poeta Chènier al patibolo come antirivoluzionario.

Rappresentato per la prima volta, con esito trionfale, il 28 Marzo 1896 alla Scala di Milano – “capitando in fine di una scocciante e fiascheggiante stagione” operistica (Puccini, Lettera del 20 Maggio 1896 al direttore d’orchestra e compositore Leopoldo Mugnone) – e poi replicato ben dodici volte prima di una nuova consacrazione all’estero, l’ “Andrea Chénier” nasceva grazie all’intercessione del compositore Alberto Franchetti, che al giovane Umberto Giordano (1867 – 1948) aveva ceduto anzitutto il libretto cesellato da Luigi Illica (1857 – 1919), e quindi provveduto ad assicurare l’apporto prezioso dell’editore musicale Edoardo Sonzogno, già al tempo divulgatore di cultura – insieme alla Casa Ricordi – nonchè, com’è noto, promotore del melodramma verista. Oltremodo dettagliate “al pari di disposizioni sceniche” (Girardi 2002), erudite ed esuberanti quanto al contenuto, le didascalie di Illica schiudevano l’ “intimo fervore” dei personaggi (Ibid.) e le fondamenta storiche del dramma: oscurantismo dell’Ancien Régime e poi di colpo i lumi della Rivoluzione irrimediabilmente esasperati/smorzati dal Regime del Terrore.

Assimilate le dinamiche d’un romanzo di Joseph Méry (1849), carpito al primo Mefistofele di Boito il brulichìo dei personaggi secondari e con minuzia immesso entro l’intreccio “un vero e proprio Museo Grevin della Rivoluzione francese” (Franchi 1999) – con tanto di Ça ira rivoluzionaria efficacemente declinata nel suo contrario – si prospettava ormai l’edificazione melodica dell’Ideale; fra La Tour-de-Peilz e Milano sbocciava intensa la sinfonia d’Opera, portata a termine dal compositore pugliese il 27 Gennaio 1896: “irrappresentabile” (Amintore Galli per Sozogno, 1896) ma possente nella propria “musicalità spontanea ed appassionata” di scale splendenti, sanguigna seppure contraddistinta da “singolare compostezza nella linea del canto” (Morini 1986), al contempo distillato di melodramma verista e capovolgimento semantico di pièces à sauvetage tardo-settecentesche (Guanti 2002) nell’unicità espressiva. La poesia di André Marie Chenier (Costantinopoli, 1762Parigi, 1794) – condotto al patibolo appena tre giorni prima che, affratellato a lui nella sorte, il suo stesso carnefice Robespierre lo seguisse all’epilogo – poteva allora salpare alle vette dell’anima.

‹‹ Pura la vita mia
passa nella mia mente
come una bianca vela;
essa inciela
le antenne, ” ali allargate *
” ad un eterno volo, „
al sole che le indora,
e affonda
la spumante prora
ne l’azzurro dell’onda…
[…]
Ma ancor io salgo a poppa e una bandiera
trionfal disciolgo ai venti!
” De’ mille e mille miei combattimenti
” è la bandiera „ e su vi è scritto: «patria!»
(verso Fouquier Tinville)
A lei non sale
il tuo fango, o Fouquier!
” Essa ognora s’insola
” immacolata.
” Essa è immortale! „ »
(Andrea Chénier, “Sì, fui soldato”; Quadro III, xɪɪ)

Itinerario musicale del concerto, in punti cardinali. Denso di rimandi e di contrappunti interni – di eloquente “realismo meditativo” (Terenzio 1967) – l’eliso tonale dell’ “Andrea Chénier” si schiude senza preludio o sinfonia; rapide scale di violini, Allegro brillante in La maggiore, azzurro giardino d’inverno assiepato dal vociare di nobili e lacchè: è il prologo dei quattro quadri del dramma, idealmente radicato alle vacuità dell’Ancien Régime nel castello della signoria dei conti di Coigny, “casa dorata” alle soglie della Rivoluzione. Le note sono sciame di luci su ostentate ricchezze.
Ma l’ellissi temporale dell’Opera vuol sciogliere adesso ogni suo plumbeo sigillo: il monologo del servo Gérard (Alberto Gazale) – sferzante invettiva contro quella casta nobiliare alla quale costui è tuttavia suo malgrado legato – apre uno squarcio sui profondi contrasti cromatici del climax tonale dell’opera: Re maggiore che langue in Fa diesis minore, “parola scenica” (di verdiana memoria, Pagannone 2002) che soffoca in Re minore alla greve orchestrazione e quindi rinsana e s’accende perchè viene la Luce: al Sol maggiore, arpa e legni acuti annunciano Maddalena.

Così mi metto: – Bianca vesta /
ed una rosa d’ogni mese in testa
(I, ɪv)

Albeggia poi come favilla melodica – fra stucchevoli ossequi ed ingannevole lustro dell’aristocrazia, prontamente enfatizzati dal tono lezioso del motivo in La bemolle maggiore – il “gesto scenico” orchestrale, che irrompe quindi ad indicare il poeta Chénier (Marcello Giordani) ed il romanziere Fléville (Gianluca Tumino) idealmente giunti alla soglia d’oro del castello. Eppure la luce dovrà ancora languire all’annuncio recato dall’Abate (Francesco Pittari), che porterà notizia della Rivoluzione in Parigi (1789): sul Mi bemolle minore violoncelli e fagotti tesseranno trame radiose ma di tessitura bassa, e la melodia “si rinchiude[rà] in sè stessa” (Gavazzeni 1965) con la sezione quarta del I Quadro.
Che ognuno trovi le sue note profonde e sappia così librarsi, “Un dì all’azzurro spazio”, sull’ Improvviso di Chénier: possente eppure lieve e tripartito – al contempo, sferzata contro la morale corrotta di nobiltà e clero ed alato inno all’Amore (Amor di Patria, Amore per la Vita, gli Ideali, la Storia), nonchè dichiarazione appassionata a Maddalena (Natalie Bergeron) – tale motivo custodirà quel refrain che con sfaccettature cromatiche di volta in volta differenti sarà il fil rouge dell’intera Opera, figura d’amore o pura reminiscenza, anagogica circoscrivibile assenza nel’assolo strumentale, vivido totalizzante palpitare in un caleidoscopio d’emozioni; Si bemolle maggiore ed archi all’unisono nel suddetto essenziale motivo al I Quadro e poi allusione all’amata con controcanto di violoncello solo e corno inglese al II Quadro, quando l’ellissi temporale sfocerà nel Giugno 1794, a Parigi, in pieno Regime del Terrore. In sillogismo tornerà di nuovo il corno inglese – questa volta in dialogo con il clarinetto – sulla voce di Chénier, all’epifania melodica oltre che scenica di Maddalena; l’orchestra ascenderà allora in scale d’estasi e questa volta l’amorosa reminiscenza s’avvarrà della modulante concretezza vocale, nel duetto “Ora soave”, totale esaltazione dell’anima fino al Sol bemolle maggiore: sul ponte Péronnet ed al di sotto dell’Altare pubblico, volutamente celati dalla sera poichè in “loco periglioso”, Andrea e Maddalena eterneranno il proprio canto, adesso sublimato in sinfonia corale (II, ɪv).
Ritornerà il leitmotiv dell’ “Eterna canzone” (I, ɪɪɪ) al III Quadro, con struggente violoncello solo a svelare i più intimi recessi dell’anima, quando Chénier sarà incorso oramai negli strali del governo rivoluzionario; e lame di violini segneranno il dolore ne “La mamma morta”, adagio ed accorato sentiero melodico della memoria fino alla suprema ascesa emozionale in Sol maggiore, all’empireo orchestrale. Il pensiero dell’amore sarà di nuovo leitmotiv al Tribunale del ‘Terrore’ (III, xɪ), entro il motivo in minore, in quanto “segno corroborativo” (Noske); lugubri accordi in Mi minore seguiranno la condanna (IV), ma il grande accordo di quarta e di sesta a piena orchestra sarà estasi amorosa ed inno alla vita, epifania musicale di creature canore e alate che nell’eterno ritroveranno la via.

‹‹ Per non lasciarti
son qui; non è un addio!
Vengo a morire,
” vengo a morire anch’io „
[…]
Come gemine foglie
” da l’albero di vita
” cadiamo e il vento
” ne avvolge insieme dentro alla infinita
” luce del firmamento!…
” In quell’ora suprema
” de l’ultimo cammino
” ogni dolor finisce
” col tuo bacio; il divino!…
” Ah, se anche è del carnefice
” la man che insiem ci unisce,
” quella sua mano è pia
” se la tua bocca – tocca
” la morta bocca mia. „ »
(Maddalena di Coigny, ed all’unisono; IV, v)

Giada Eva Elisa Tarantino

Dal Direttore editoriale e la Redazione,
per Melissa e tutti i ragazzi del Liceo Morvillo Falcone di Brindisi.

Ringrazio il Dottor Massimo Colombo
dell’Ufficio Stampa della fondazione Orchestra Sinfonica
e Coro Sinfonico Giuseppe Verdi di Milano,
per il materiale bibliografico tanto gentilmente inviatomi.

Auditorium di Milano Fondazione Cariplo
Largo Gustav Mahler
Tel. 0283389401/2/3
Orario biglietteria: da mertedì a domenica 14.30 -19.00

Fondazione Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi
Ufficio Stampa
Massimo Colombo
Tel. +39 0283389329 – 3935285464
massimo.colombo@laverdi.org
ufficiostampa@laverdi.org

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