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Il Bosco di Attilio Stocchi, per “Muse a Milano”: Poesia degli Apici in risonanza

Nel Dialogo fra Apici
L’Alta Fonte, al Bosco:

Sono e non sono/
Corona di fuoco/
Del Nostro Oro/
Aspettati d’udire un grande fragore, / ma tu dì di nuovo: “Silenzio! Silenzio! Sono un astro che procede con voi e che splende dall’abisso” /.
Odimi, ascolta me: / stelle pentagrammate / duplice corpo /respiro ardente/.

Origine prima di mia origine, principio del mio primo principio, / del soffio primo in me/.
Mescolanza delle mescolanze in me/ primo del fuoco primo in me,/ Acqua/ prima dell’Acqua in me./
Corpo perfetto di me, braccio onorato/.
Soffio di Luce, /gioia del Fuoco, / Radice/.
Bello di luce / che nella Luce hai la vita.

(Gran Papiro Magico di Parigi – PMG IV:
Introitos; Logos. I, II, III; Sec. Istruz; Logos Invocatorio –
22 frammenti da me scelti e disposti a mosaico, e allo specchio –
INTERNO)*

Oltre le cime il respiro è un lembo di sole. Alle radici ne s’incarna il riverbero: è freddo, è rosso, s’invola e ricade sulla densità permeata della notte.
Assorbi ed ascolti la Visione, sei palpito e silenzio: per le lesene agli estremi tu frani dove la luce è radente, e negata, nera di flussi e reflussi a ferire d’estasi, dentro la polpa della pietra; e al fulcro della Sala rivivi, tu guardi fiottare la magnificenza: midollo perenne colore dell’Oceano, caldo come il fuoco, t’affonda la voce, e muto la serra al suo proprio fulgore, risuona, si strappa via dalla terra ad evocare l’Assoluto.
E’ un grandioso Dialogo fra Apici – entro la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano -, la prodigiosa installazione de Muse”, edificata dall’Archistar Attilio Stocchi per accogliere ed amplificare la coinvolgente Esposizione di cui è parte integrante, Muse a Milano – Accoppiamenti giudiziosi”, curata da Paolo Biscottini, Fulvio Irace e Stefano Zuffi, e promossa dal Comune di Milano – Sezione Cultura e dall’Associazione MuseoCity, nell’avvalorare l’inestimabile patrimonio museale della città. Da rivivere fino al 1 Maggio 2017, già sinfoniale avvio anagogico della Prima edizione di MuseoCity (3 – 5 Marzo 2017, con Logo rosso disegnato da Italo Lupi) – con oltre settanta sedi storiche e d’Arte milanesi a raggera a concertare i battiti di un ideale unico Museo diffuso milanese -, “Muse a Milano” e il suo ieratico Bosco ne raccontano il senso, e dei percorsi compiuti gli Apici sfiorati, la memoria, Mnémè, per custodirli; in un respiro, nel tempo interno, dentro e oltre la figura etimologica schiusa dalla triade di parole che correntemente pronunciamo ‘Muse-Museo-Mosaico’, che rinasce da se stessa, ed in circonvoluzione fra “poli limite” (Warbourg, Mnemosyne. BilderatlasAtlante della Memoria. – Versione Daedalus, Intro) dov’è simbolo, pathos, VITA, il sentimento della forma, marea, è “con leggerezza” che entriamo nella perennità.
Dentro al flusso d’Opere d’Arte concatenate per analogia e bellezza (selezionate con la collaborazione di Leonardo Tarchiani), e al di là d’un intento docetico generate dai nove schermi ad incarnare il talento d’ognuna delle nove Muse – figlie di Mnemosyne, divinità motore della creatività umana -, per celebrare nel Canto corale (“DNA 9 Muse” è di Vincenzo Simmarano) l’unicità d’un Percorso, siamo colti al buio in dialogo anche noi, con noi stessi: fra “profondità improvvise” (Paolo Biscottini) e vuoti strazianti annidati nella luce, nel tempo sommerso, all’interno del “perimetro delicato e intangibile” dello “spazio ferocemente evocativo” (Anna Foppiano, Critico d’Architettura) di una Sala com’è visibile profondamente segnata, sfondata e ricostruita dopo il bombardamento del ‘43, lo Spazio adesso si apre, è deiscente, è il “Bosco delle Musedi Attilio Stocchi: architettura suprema degli Apici in risonanza.
Nel progetto d’installazione realizzato con Laura Crespi, Giulia Maculan, e con la collaborazione di Giada Mascherin, responsabile lavori Enrico Prato, il “Bosco delle Muse” nella Sala delle Cariatidi del Mūseóon (dal gr. Mūseóon, der. di Mûsa; propr. luogo sacro alle Muse) di Palazzo Reale a Milano, è “Materia che sta per nascere” (Attilio Stocchi in Favilla – Diffracte, II – P.zza San Fedele a Milano, 2015) e memoria viva di ciò che è stato.
Nel circolo vitale e ermeneutico che fra gli Apici aprendosi ti serra in sé, diventa il solo unico orizzonte: non esistono derive direzionali, soltanto perenne vibrare in un respiro come se tu fossi perduto nello stesso giogo che perdura e lega alla sua conchiglia, l’interminabile riverbero, come un lembo di vita.

 

E il Bosco, – come riverbero, all’Alta Fonte -, di se stesso:
“Quest’è ‘l principio, quest’è la favilla/
che si dilata in fiamma poi vivace,/
E, come stella in cielo, in me scintilla/”
(Dante Alighieri, Par. XXIV, vv.145-147; in Favilla di Attilio Stocchi – P.zza San Fedele a Milano, 2015 – INVOLUCRO ESTERNO)

Sono e non sono/ Corona di fuoco/ Del Nostro Oro/” (PMG IV, cit. all’Incipit):
E arriva ancora un’onda, è viola, è rossa, e non puoi che sfociare.
Si apre in ardenze e in spasimo si serra, la conformazione diaframmatica della Sala: un respiro, ed è notte.
Nel Dialogo fra Apici, misuri e ascolti la Visione: “plenum e forma”, diallelo, è ”dialettica generativa che si accende nella polarità”; è Struttura-limite, nel suscitare dentro l’illimitato. Ѐ marea, perché tu sei di fuoco.
Dal fulcro sommerso del Bosco che irradiandosi trasmuta, convogliato alle cime lo sguardo estasiato percorre il contorno dell’ovale della Volta, lume perimetrale che disegna e reifica nel buio una forma, un anelito, un concetto, l’Alto interlocutore attraverso il quale idealmente ci stiamo inondando; per intima corrispondenza e in contrappunto – come l’Artefice ha desiderato -, la circonferenza alle radici del “Bosco delle Muse” è simultaneamente segnata, e attorno a noi si svela e rivela a se stessa, ordine supremo di un Luogo geometrico segreto che aprendosi si chiude, e contraendosi si apre, confine occulto/manifesto, sovradimensionale, pervasivo, nel flusso dinamico e contingente, vitale della Sala: nella Sala delle Cariatidi, Attilio Stocchi ha edificato una ellisse in risonanza i cui fuochi matematici ed emozionali, amplificati per proiezione e come emanati alla Volta per ‘evocazione strutturale’, nel reciproco e modulare infiammarsi (da qui, “che si dilata in fiamma”, Par. XXIV, v. 146, cit.), raccontano d’Apici, di distanze, di prossimità a cui dissetarsi, aprono a un divenire anche architettonico: nel “puro vibrare” d’un “contatto con il tempo” (dialettica ritmica generativa a configurare la Pathosformel, nel dedalo di Warbourg, Mnemosyne, cit.) attraverso il quale adesso la temporalità anche dove lacerata, non ha più fratture, sono due lumi di cui la Forma intera e suprema del Bosco si avvale nel dilatare tanta magnificenza. Nell’incarnare ancora la Vita.
Al fiat lux (Gn. 1, 3, in Favilla di Attilio Stocchi, 2015), come allora, nel ricordo, non puoi che tornare: riverbero carminio, riverbero scarlatto. Oltre le cime, nel tuo stesso respiro.

Misuri e assorbi la Visione: sei fuoco di una struttura pervasiva inserita nello Spazio con misura, sulle proporzioni 8/3 cosicché ai “40,00 metri di lunghezza per 15,00 metri di larghezza [del]la Sala delle Cariatidi, [corrispondano armonicamente con] 22,40 metri di lunghezza per 8,40 metri di larghezza, gli assi dell’ellissi” (Anna Foppiano, per “Muse a Milano”, 2017); e sei remoto, equidistante da te stesso, tanto quanto trepidando ti appartieni.
L’Ellisse – dal greco ἔλλειψις, ‘mancanza’ – messa in Opera da Attilio Stocchi per “Muse a Milano”, per sua canonica conformazione duplice sorgente di forma statico dinamica, iato e divenire, è nel Bosco orbita al suolo ad imperniare il fulcro della partitura geometrica della Volta, principio sostanziale nel Dialogo architettonico fra Apici in risonanza, e sua propria emanazione; è il Segno di quella prossimità nella distanza attraverso la quale la risonanza è appartenenza, misura e ritmo di se stessa.
Ordine del caos” (Attilio Stocchi in Favilla, Diffracte, II – Piazza San Fedele in Milano, 2015), contrazione e generazione di spazi, l’Ellisse è adesso con il suo “Bosco delle Muse”, nella Sala delle Cariatidi del Mūseóon di Palazzo Reale a Milano, forma pregnante di semiotica, potente connotazione: simbolo eminente a rappresentare “ il mondo naturale” – laddove “Natura è materia vivente: memoria e torsione/tensione” (Attilio Stocchi e Gualtiero Oberti, per Domus n. 974, 2013) -, anelito e rigenerazione, oltre le ferite strutturali della Sala, qui, adesso, prende la sostanza inestimabile di un respiro.
Celati ora i perimetri, nera la Sala, e tace il primo suono; si eleva il flutto del Bosco, si schiude l’astro della Volta in marea sizigiale, ed è l’Assoluto.

 

Mescolanza delle mescolanze in me/ primo del fuoco primo in me, / Acqua/ prima dell’Acqua in me” (PMG IV, cit. Incipit):
Dentro alla sostanza, le distanze diramano radici.
Struttura di luce negata, allora in occulto alla sua base sussiste.
Orbita al suolo che vedi riemergere adesso dal buio, Forma di vita, l’ellisse si rivela limite e fondamenta di un’Opera architettonica: da signum si eleva in dimensio-Dimensione, quindi in misura, e fusa in due tonalità si amplifica la temperatura del colore; dal suo bacino bluverde (Ral 5020, blu oceano), ”la luce esce da dentro come onda” (Attilio Stocchi in Favilla, Diffracte, II – Piazza San Fedele in Milano, 2015) ed equivale ad un grandioso asse ideale il tripudio strutturale che si impernia al centro del grande soffitto a volta, fulcro, a sua volta, della partitura geometrica della Sala; 1288 steli metallici bianchi (Ral 9018, bianco papiro) piantati lungo ed all’interno del suo perimetro s’irradiano come un’iconostasi, fiamma sacrale nell’alchimia che oramai empie gli Spazi: il Bosco delle Muse” edificato da Attilio Stocchi, Apice terreno contingente, è un bosco di Papiri – midollo perenne – ovvero adesso, attraverso “Muse a Milano”, l’anima immacolata di quella lacunosa sostanziale realtà costitutiva che rende manifesta, commovente, indelebile, la sontuosa memoria storica della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale. Ogni suo stelo in risonanza, nell’addizione empatico/emozionale e razionale, è come un “filamento della memoria culturale […] di cui sono principio le Pathosformeln, [o Formule di pathos, e] il telos che ne prefigura lo sviluppo dal mito” (nel seguitare a ripercorrere l’iter di A. Warbourg. In Mnemosyne. Bilderatlas – Atlante della Memoria, cit.), pura coscienza mnemica di se stesso.
E’ traccia umana, ogni stelo, linea guida nel ricercare i Segni propri dell’Artefice, quelle Strutture sue profonde d’immagini che sono purezza, sono testimonianza. Che aprono gli spazi alla vita. Per acume intellettuale, prescienza, per pensiero analitico e analogico, edificate, nel consueto accordare, suo, discipline ed ambiti differenti; e per la radice etimologica, la storia da cui si dipartono e ramificano. Sono porte d’accesso alla vastità: ancestrale risonanza che diventa battito architettonico, laddove memoria è ancora Natura, ovvero materia metamorfica, lume, fonte da custodire.

Grondano via la notte dalle membra, le quaranta Cariatidi del Callani, propaggini grevi pur superbe sotto al peso che le stigmatizza antiche donne di Karya, impetrate a vegliare l’organismo della Sala; irraggiate dalla base, al tumulto affiorano ormai, sono come fiaccole. Traboccano di luce i loro volti erosi, o sfondati e perduti in un ascolto perenne e sconfinato, nel riverbero del Bosco.

Si apre in suono l’Architettura, in distanze, in respiro: svelato delle statue il ritmo celato/rivelato entro le traiettorie esplicite dello spazio, e lasciati diramare nel riflesso i loro corpi vividi d’ardenze a stormire ad infinitum con il Bosco, nel riverbero che li affonda, al di là della superficie degli specchi della Sala; e al contempo rivelata la morfologia del pavimento ai nostri piedi, che “gorgoglia di navicelle azzurre” perché “l’infinito ci aspetta e il mare […] ” (Attilio Stocchi in Favilla, Diffracte, II – Piazza San Fedele in Milano, 2015), non è che la sacra fonte – Castalia – delle Muse.
Costruita dall’Artefice come Luogo di 9 “stanze” esagonali accostate come grandi tessere di mosaico (dal gr. musaikòn e nel lat. opus musivum: ‘opera degna delle/creata dalle Muse’), e cristallizzata nel conformarsi proskḗnion, la fonte sacra si delinea Luogo architettonico per la Visione, theáomai: ognuna delle 9 dee protettrici delle Arti, dai 9 monitor in sincronia del Bosco, apre la Rappresentazione di “Muse a Milano – Accoppiamenti giudiziosi”, identificata nel conformarsi attraverso il volto d’un personaggio milanese che la propria essenza creativa, nel suo medesimo ambito artistico, ha riversato da se stesso: dallo snodo, Calliope (la – bella voce – scrivente; Indro Montanelli), Urania (la trascendente/celeste; Carlo Maria Martini), Euterpe (la rallegrante; Dario Fo), Tersicore (la danzante/volteggiante; Carla Fracci), Melpomene (la cantante; Giorgio Gaber), Clio (la glorificante; Carlo Emilio Gadda), Erato (la desiderante; Alda Merini), Polimnia (la inneggiante; Eugenio Montale), Talia (la fiorente/festante; Franca Sozzani), generate da Mnemosyne, Mnémè, la nostra memoria.
Ad ogni Musa la propria ‘duplice’ identità d’Arte, ad ognuna una “stanza” da cui vibrare fra gli steli vividi del Bosco: fasce coinvolgenti di risonanza, piani dinamici, per un’intersoggettività costruita e alimentata. Dov’è memoria culturale, e patrimonio e radice, ed emozione, ci sono i colori: dai 9 schermi le immagini concatenate in percorsi ed in racconti si diramano in modo che ognuno di noi “come in un caleidoscopio, riveda e riviva Opere note o ignote, che, prendendolo per mano, lo invitino ad un percorso immaginifico” (Paolo Biscottini, Curatore per “Muse a Milano – accoppiamenti giudiziosi”, 2017). Il sovra senso di MuseoCity, la trasversalità di cui si avvale la Rappresentazione: dai Luoghi d’Arte di Milano la luce, come se abitassimo un cristallo; e un Bosco ad orchestrarli, dentro e oltre agli spettatori, per “mostrar loro l’arcobaleno” (Attilio Stocchi, Favilla, IV Refracte – Stasimo. Piazza San Fedele in Milano, 2015).
Nel “trasformare i musei in piazze reali” (Corriere della Sera, n. 46 del 24 Febbraio 2017, p.15, Articolo d’avvio a MuseoCity) da riscoprire inestimabili, e sempre prossime, perennemente in divenire. E nell’edificare una coscienza culturale e sociale che abbia cura e consapevolezza di se stessa.
Un organico “museo totale milanese” (Anna Foppiano, Critico d’Architettura) nella Memoria dell’acqua e della terra, trasfigurato entro quel “Bosco delle Muse” che per consustanzialità poetica e per magnificenza, già lo prefigura. Dal mondo naturale al mondo minerale – nell’ellisse, alla base, l’esagono – e di nuovo “[…] dalla preziosità serafica del cristallo minerale, dall’organicità vegetale di un albero che cresce” (ne La Stampa, del 17 Gennaio 2017, per “Vermiglia” di Attilio Stocchi, Palazzo Reale, Cortile d’Onore, dall’11 Aprile al 12 Settembre 2016).
Mescolanza delle mescolanze” (PMG IV, cit. Incipit), ovvero Natura. Perenne dialogo fra Apici che compenetrandosi conformano se stessi.

 

Principio del mio primo principio, / del soffio primo in me” (l’Alta Fonte – PMG IV, cit. all’Incipit)
Quest’è ‘l principio, quest’è la favilla che si dilata in fiamma” (il BoscoPar. XXIV, vv.145-146 ,in Favilla, cit. all’Incipit):

Oltre le cime il respiro è un lembo di sole. E’ risonanza che si apre, fuoco, vettore di orientamento, polarità che c’indìa, anemos, nel diallelo organico e formale degli spazi, quando l’Architettura è davvero valore: così il “Bosco delle Muse” di Attilio Stocchi, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano. Il nostro sguardo estasiato convogliato dall’Artefice all’ovale rosso della Volta è come il giunco vago, immateriale, che al formale e strutturale si somma, lembo costituente nel portare anch’esso alla sommità: parte integrante dell’Opera, favilla, nel tripudio svelato.
Nell’ascesa, lo vedi che “l’altezza degli steli/papiri/piante aumenta dal centro verso l’esterno, pilotando lo sguardo di chi guarda in direzione della grande volta ellittica, su cui vengono proiettati dettagli fuori scale delle opere – atlanti di nuovi possibili cieli” (Anna Foppiano, per “Muse a Milano”), dentro ed oltre le sommità d’Arte di Milano.
Coordinate fitte di Visione, nel ritmo interno d’una temporalità strutturale che eternandosi se le porta via.

 

Sub – Apud; Acqua e Fuoco. Quando l’hai vista prorompere al sole: impeto trasceso in levità rovente. In una nuvola la nostra Milano, ‘La città che sale’ (Il Lavoro, Umberto Boccioni, 1910, Moma di N.Y – reintitolato dal Marinetti), è irradiata, condensata, raccontata in quanto soffio vitale – anemos – Identità e atmosfera, centro propulsore, nel primo Padiglione Milano: è con “Vermiglia” (2016) che Attilio Stocchi a Palazzo Reale ha elevato una nuvola rossa sospesa sul Cortile d’Onore e ad esso radicata con otto tronchi/pilastri, in occasione della XXI Esposizione Internazionale della Triennale, per “sentire il battito della vita della città” in concomitanza con il Centenario della morte di Boccioni.
Per gradi d’infittimento strutturale progressivo, fino al puro coinvolgimento, al pathos della Forma: strati di fibre salde sussurrate, che dell’acciaio non portavano il peso; sinfonia interna, “Stati d’animo”, nel dar suono e la voce alla laboriosità milanese, al pensiero applicato e tramandato, memoria da celebrare. Densità svelata, nel “vermiglio, che è il colore della carne, ed è anche il colore dello sforzo, della fatica, del Labor”, un pregnante Labor After Labor – omaggio alla Cultura del Lavoro -, tema stesso della XXIT, avvalorato dell’Assessorato alle Politiche per il Lavoro del Comune di Milano, che ha sostenuto il Progetto. E colore del suo stesso nome, “Vermiglia” (dal lat. vermicŭlus, che etimologicamente rimanda all’insetto omottero da cui è tratta la tonalità), come un afflato rosso di materia viva, come un respiro che è appena stato esalato e non si basta, vuole non disperdersi ma strutturarsi.
Nell’ascesa l’ “horse power”, possanza, in quanto “Architettura animale, nata dal soffio vitale, l’anemos” (nel seguitare a ripercorrere per fasce tematiche quel Lavoro di ricerca anche etimologica attraverso il quale alla Forma è giunto l’Artefice, Attilio Stocchi per “Vermiglia”, 2016), ovvero dall’anima vibrante del cavallo dipinto in primo piano, colto dall’alto nella propria antitetica, evanescente veemenza, dal Maestro Boccioni: perno del dipinto, corpo rosso incontenibile fra cantieri e impalcature, spirito e sforzo vermiglio de La città che sale.
Ed oltre ancora, la verticalità profonda che apre in sé la Visione: quando ormai da “Vermiglia” già s’intravedeva alla cuspide ruotare nel vento l’effige dell’Arcangelo Michele, nidi modulari di ombre piovute nella luce, battito, fiato, come se non esistesse divario fra noi e la struttura in alto, come se quasi se ne potesse spostare le fibre ad ogni proprio respiro; quel senso di prossimità incomputabile, empatia di Forma, quella “Coscienza della distanza, che è puro vibrare” (Dentro al vasto concetto di aisthesis, dedalo da sciogliere in A. Warbourg, in Mnemosyne. Bilderatlas, cit.), e che apre in sé della misura il riverbero, il calore, la testimonianza.
Oltre le “Stratificazioni/nembi/Cieli” (Attilio Stocchi per Vermiglia, 2017) che in numero di sette erano innervati alle cime dai tubolari d’acciaio color vermiglio, un lembo di sole: irradiato di luce la sera a quei rintocchi dall’Artefice – e di sette ordini in egual misura la sua scansione verticale in laterizi -, il Campanile di San Gottardo in Corte, parte integrante di “Vermiglia”; risonanza della Visione, giunco in cielo, vettore, com’è adesso il nostro sguardo che sale e che piove dalla Volta al “Bosco delle Muse”.
Era lembo rosso costituente, anelito, “principio del […] primo principio, del soffio primo” (PMG IV – l’Alta Fonte, cit. all’Incipit), nel diallelo architettonico: Apice d’un Apice. Distanza fisica di un Padiglione/Nuvola temporaneo, da se stesso – Sub -, ed il coinvolgimento, la coscienza interna che gli è stata infusa di cuore perpetuandolo – Apud -, nell’avvicinarlo.

 

Super – Intra; Aria e Terra. Puro vibrare, dentro al divario che dirama, fra le Radici pregne del Bosco, e l’Alta Fonte che dilaga. Nel tempo sospeso in Divenire – di cui il diapason perimetrale, l’Ellisse, è ritmica, arcana manifestazione – è un “cerchio magico [ove anch’ella è] duale come il giorno e la notte, il sole e la luna” (Antonella Ranaldi, in Umbracula e i due Savi di Fausto Melotti, Corraini Ed., 2016, p. 23; ove il progetto del Padiglione Umbracula è di Attilio Stocchi) quello spazio estesico, ancestrale, solenne, che è la Rappresentazione: in “Muse a Milano”, i nove alvei bluverdi neon pulsanti ai nostri piedi (le “Stanze” esagonali) – come trasfusi dagli schermi ormai densi di colori e di racconti, che dai due alvei opposti del perimetro ellittico in afflati tematici già s’irradiano all’Apice -, dal fulcro ovale della Volta stessa traggono a loro volta linfa e modulazione.
Una struttura narrativa maestosa e conturbante, per immagini e per Architetture, dove il canonico quadrato semiotico (Greimas 1966), se applicato per suggestione al flusso d’energia e di vettori dell’intera Visione che si ha dal centro del Bosco, è un rombo alchemico ruotato, ovvero in divenire, per sua stessa ragion d’essere; come una gemma, un adamas, un diamante (Paracelso, in ed. 1981; simbolo radice in tutti i tempi e le religioni, senso di coscienza collettiva, “Corpo d’oro, astrale” o “Corona di fuoco”, cit. all’incipit nel PMG IV, che unisce Aria e Terra ad Acqua e Fuoco): è geometria del coinvolgimento.
Architettura suprema degli Apici in risonanza: dalle strutture magnifiche del “Bosco delle Muse” di Attilio Stocchi, là dov’era l’assenza, ovvero nell’ovale vacuo in cui L’Apoteosi di Hayez distrutta nel ’43 non narra più di sé, affiorano i nuovi cieli, Opere d’Arte fuori scala custodite in Milano, dettagli macroscopici di esse.
Le Muse e i loro Cieli, adempiuti in una matrice: attraverso “Muse a Milano – Accoppiamenti giudiziosi”, il loro è un dialogo con la contemporaneità, con la capacità sua di mutare prospettiva, di mettersi in gioco, d’interpretarsi.
Dal Parnaso di Appiani, tautologia commovente, alle analogie organiche della Scultura n.21 di Fausto Melotti, dalla Fondazione a lui intitolata di Via Randaccio in Milano; impulso vitale nel Mito, verità e colori nitidi, pieni, primari, bollenti – Bonalumi, Superficie rossa, del 1951 -, superfici di costruzione e decostruzione (Colombo, Strutturazione pulsante, Archivio d’Artista in Milano), come un alfabeto arcano che si conforma, emerge a noi e galleggia nel vuoto che ha dietro di sé. Nel pathos, il cosmo (Fontana, Concetto Spaziale, dal nostro Museo del Novecento), superfici di costruzione e decostruzione (Colombo, Strutturazione pulsante, Archivio d’Artista in Milano), vita che incombe da un Apice, laddove invece alle radici, nell’ignis centrum terrae del Bosco, le effigi sfaldate ma in pieno lume delle Cariatidi, ancora trepidano per un altro respiro.
Nel tempo dell’ellisse – con La Fine di Dio, dall’omonima serie di Fontana (Archivio Lucio Fontana a Milano) -, l’Assoluto d’Architetture e di Arte apre adesso risonanza, è un vasto orizzonte.
Quando “Tutti gli elementi messi in dialogo tra loro [dal Padiglione After/Umbracula] hanno costruito una sorta di porta sospesa tra passato e futuro, tra strutture preesistenti e interventi umani, in un’unica armoniosa architettura” (Claudio De Albertis, Presidente della Triennale di Milano), non si può che vibrare.

Due fuochi in pietra di Viggiù, e un’ellisse in proporzioni auree sopraelevata e la cui copertura a pergola è membrana trafitta da oltre 4300 fori, ognuno dei quali è osculum di timbrica differente, nidi per la luce; ellisse che sembra vegliare, conchiusa fra sette alberi armoniosi diramati in ali all’alto e alla distanza, avendone i cormi generata l’ombra e la misura dal principio, attraverso la loro stessa fibra. Ellisse, e il riverbero verde che lascia ancora di se stessa.
S’inspira alla lirica delle fronde, alla Sala delle Asse del Castello, oltreché alla suddetta serie di Fontana, la prima Installazione permanente in Milano di Attilio Stocchi, “Umbracula”, dal 16 Giugno 2016 aperta ad avvalorare quell’alveo riposto, al confine fra snodo e immaginazione, accanto alla testata curva del Palazzo della Triennale di Milano.
Fra un Ginkgo ed un Ippocastano il suo asse vitale di disposizione: misura della distanza e lembo alla vita; una soglia d’accesso ritmica, poderosa nella griglia metallica scura che le ombre e le foglie cadute hanno plasmato in tastiera, e il suono interno del colore, contrappunto attraverso il quale il rosso vino (Ral 3005) del pavimento trascende di giorno il diafano schermo del fronte ellittico argenteo strutturale, e affonda la notte, grisaille, indaco, a spegnersi oltre l’alveo della pergola chiusa, incrinata da brividi di luce, fra gli alberi viola. Il ritmo pervade tutta la struttura, che al contrario sembra domandare il silenzio; il Sentire sommesso ma vibrante che quasi la rarefà, è come se celasse un battito interno lento, intenso, un suono cupo, profondo, greve, prolungato, che non s’esprime con la dialogica cristallina della luce e delle fronde, ma che ne trae armonico conforto.
Segni di gioia e di Mestiere, di memoria, e commoventi, le piastre e i bulloni con cui l’Artefice ha assemblato le 78 lamiere della stupenda struttura, involucro formato da 24 spicchi calandrati e ricongiunti, “come le architetture in ferro dell’ingegneria ottocentesca (Attilio Stocchi, in Umbracula e i due Savi di Fausto Melotti, Corraini Ed., 2016, p. 80, cit.); laddove nondimeno per sua stessa composizione il Numero d’oro” (1,618) generato dall’Artefice nel conformare il rapporto aureo tra i due assi dell’ellisse del basamento e quelli dell’ellittica copertura a pergola, è suggello ancestrale della perennità naturale, divenire, logica suprema che solo ascende sovrana mentre si rinnova.
Fra una genesi e un epilogo come sospeso, nato dall’anemos, “Spugna: tra [mondo] vegetale e animale” (Attilio Stocchi, in Umbracula e i due Savi di Fausto Melotti, cit., p. 63, cit.), il Padiglione “Umbracula-After” è in effetti Progetto edificato sul fluidico Senso del divenire, sull’After dell’Architettura, sull’addizione all’esistente – in occasione della XXI Triennale, con l’apporto della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio di Milano, illuminate committenze -, culminato con la coinvolgente Mostra After, a cura di Antonella Ranaldi e Fulvio Irace, che ha permesso d’ammirare ed ‘interagire’ con due dei Savi del gruppo scultoreo La disputa dei Sette Savi di Atene, realizzato da Fausto Melotti tra 1960 e 1962. Dei prototipi di Costante uomo già esposti in precedenza in Triennale (nel 1936 e nel 1940), i due Savi posti di spalle l’uno all’altro, esposti con After, entro il nucleo delimitato/illimitato di “Umbracula”, hanno aperto una dimensione toccante nel modulo e nel tempo, nelle distanze: 10 i pilastri organici innalzati conseguentemente dall’Artefice Attilio Stocchi, a sorreggere la copertura/membrana del Padiglione, e nati all’origine da estrusioni della membrana stessa; 10, in modo che con i due Savi in Mostra generassero allora per addizione il numero originario della loro unità/totalità, 12, come al principio.
Una “poetica della distanza […] secondo le coordinate intra, super, sub, apud. Dentro, sopra sotto, vicino […] alla ricerca di una distanza armonica nella disputa immaginaria [che li vede interrogarsi sul] divenire, le metamorfosi organiche al trascorrere del tempo […] la possibile addizione, l’opera aperta […] nello spazio ideale” (Antonella Ranaldi, Ibidem, p. 24-27), con un “dialogo senza voce [ove] astratto, metafisico, classico diventano spigoli di un medesimo volume: una mescola che misura la coerenza, cioè la continuità e la pertinenza” (Fulvio Irace, in Umbracula e i due Savi di Fausto Melotti, cit., p. 44), come Apici ai confini impigliati nella magia infusa, coscienza interna, rivelazione vorticosa entro il fulcro d’ “Umbracula” di Attilio Stocchi.
Fra le loro enigmatiche, vulnerabili, pietrificate effigi, come argini ciechi – Alfa e Omega (merismo totale ripreso al di là dell’esegesi dal Canone, in Indro Montanelli – Calliope) – la vita unica che scorre.
Ferita dall’ombra la luce sembrava stremarsi, fra l’uno e l’altro apice, e poi sfolgorare ancora, per ”spegnersi in volo” (Da Attilio Stocchi, Favilla, Reflexe, III), eternamente.
La “coscienza della distanza” (A. Warbourg, in Mnemosyne. Atlante della Memoria, cit.) non è numero, non è struttura, è l’anima, tutta, che la riempie.

Nell’ombra d’un fiore si spegne la Volta (Jannis Kounellis, Rosa nera), si estingue il flutto del Bosco che ardeva con te alle cime. Ѐ una rivelazione l’alveo a mosaico edificato in basamento: soltanto materia, ma dentro al battito ha un fiato di vita.
Un Artefice grande è Attilio Stocchi, per le sensazioni che il suo lavoro riesce a suscitare. Che ‘vive e che muore’ nelle Sue coinvolgenti Architetture, nel suo incessante costruire, e che nel prossimo suo Spazio, già promesso, sussurrato nel Bosco, e atteso, rivivrà ancora. Per raccontare in Strutture la purezza, la meraviglia, il ricordo, le voci. La Poesia viva di quel giorno che tutti aspettiamo arrivare domani con l’alba, perché non l’abbiamo ancora vissuto.
Quattro battiti lascia di sé il perimetro d’ellisse; e le statue a quel fiato serrate sono perdute nel riverbero, come all’onda per sempre le conchiglie.
Oltre le cime il respiro, lembo rosso di sole.
Soltanto un respiro, ma è un lembo di vita.

Guarda le foglie, ascolta le foglie (Talia, la fiorente): da dove vengono i colori se non dal cuore che li ascolta. Palpito che non muore, nel nido rosso di fronde (Erato, la desiderante).
Guarda l’inverno: una sola foglia bianca perduta su di un ramo, così riflessa nell’onda che riposa, nel riverbero mesto che fa dell’oro un soffio viola, ti si rovescia Dentro, dove non sei che bambina (Tersicore, la danzante/volteggiante), purezza che trascolora nel tempo liquido che scorre, sotto il cielo che trabocca (Urania, la trascendente/celeste).
Dove vanno le case, le nuvole, i sogni, le barche, l’orizzonte, e i ponti d’argento dipinti per attraversarle (Clio, la glorificante). Nel sapore dell’acqua – memoria vivida – tu li ascolti scrosciare, dalla Volta li senti tornare, ti scorrono incontro.
Guarda l’Estate che ritorna: la cogli con le mani, calda come il sole. Ѐ il suggello di una vita, in un grumo di colore. Perché sei il cuore che perdi ad amare, che è sorto sulla tela, memoria vivida che corre come le nuvole sulla via (Calliope, la – bella voce – scrivente).
Affonda la città nera nell’acqua, che è già notte; senza fragore, delle forme cesellate se ne perde soltanto la scorza, la cromatica parvenza, il tenore. Ne riaffiora il respiro azzurro (Melpomene, la cantante), l’anelito irrorato di stelle, la risonanza che in cielo lo apre (Euterpe, la rallegrante). Colore nel colore, vita e dolore, memoria che ti corre incontro, e il cuore che perdi nel ritrovarla.

 

Giada Eva Elisa Tarantino
© Copyright

Attilio Stocchi, website:
http://www.attiliostocchi.it/

Visione dall’alto de “Muse”, ne La Repubblica (del 5 Marzo 2017):
http://video.repubblica.it/edizione/milano/muse-a-milano-l-installazione-che-omaggia-le-meraviglie-custodite-nei-musei/269483/269930
Ivi, a proposito di “Favilla” (2015):
http://www.livemilano.it/2015/06/21/favilla-di-attilio-stocchi-matrice-di-vita-alle-radici-di-ex_po/#
Ivi, a proposito di “Seme” (2013):

http://www.livemilano.it/2013/04/13/seme-seed-di-attilio-stocchi-fondamenta-di-luce-al-foscarini-spazio-brera-a-milano/
Ivi, a proposito di “Librocielo” (2012): http://www.livemilano.it/2012/04/22/librocielo-di-attilio-stocchi-milano-e-lume-patria-e-misura/#
Ivi, a proposito di “Cuorebosco” (2011): http://www.1channel.it/il-theatrum-naturae-di-attilio-stocchi-a-milano-allestisce-un-cuorebosco/

Ivi, a proposito di: “Vortice” (Attilio Stocchi, con Gualtiero Oberti. Dal 2006, in Piazza Cavour a Vaprio d’Adda); “Ex_ Po. Milano e la sua distanza” (2015 – in divenire. Progetto di land art in via d’edificazione, in mostra alla Triennale di Milano, dal 30 Gennaio al 22 Febbraio 2015); “Reame” (2014, Progetto effimero.duraturo per la riqualificazione dell’area pedonale di Piazza Castello a Milano, avviato in Sala Leonardo di Expo Gate dal 15 al 31 Luglio 2014, in mostra per Atelier Castello alla Triennale di Milano, 7 Novembre – 14 Dicembre 2014); “Lumen” (Attilio Stocchi con Gualtiero Oberti. 2009-2011, Piazza Giovanni Paolo II a Lumezzane, Bs); “Bulbo” (2007 – 2008, Attilio Stocchi con Gino Guarnieri. Galleria d’Arte, Milano); “SEME/Seed” (Saloni 2013, Foscarini Spazio Brera, a Milano); “Attesa” (2010, Installazione per il Padiglione Italia, XII Biennale di Venezia, Tesa delle Vergini); “Fuso” (2010, scultura/architettura per Venezia); “Lucegugliavoce– I “Dialoghi sull’amore” (2007 – primo evento della Rassegna pensata e diretta da Attilio Stocchi all’interno del progetto Domus vivendi, promosso dal Comune di Milano); “Fluxum” (2003, allestimento per la mostra “Acqua”, Palazzo Reale, Milano); ”Papilio” (1995, Progetto di riqualificazione di Borghetto Flaminio a Roma),
http://www.livemilano.it/2015/06/21/favilla-di-attilio-stocchi-matrice-di-vita-alle-radici-di-ex_po/#

 

 

* “Gran Papiro Magico/Grand Papyrus Magique de Paris” (PMG IV), Bibliothèque Nationale de France, IV Sec. Rituale mitraico [ivi, in contrappunto a Par. XXIV, vv.145-147].
Disposizione frammenti selezionati di Testo, e onomatopee del Canto:

Sono e non sono” (Pre Logos) // “Corona di fuoco” (IV Logos) // “Del Nostro Oro” [Logos Invocat.] //
Aspettati d’udire un grande fragore […] ma tu di’ di nuovo (Sec. Istr.): Silenzio! Silenzio! Sono un astro che procede con voi e che splende dall’abisso (OXYOXERTHUTH – II Logos)” //

Odimi, ascolta me” (III Logos) // : “stelle pentagrammate“ (II. Logos) // […], “duplice corpo” (tu, che dimori nel Fuoco PENPTERUNY – III Logos) // […], “respiro ardente” (PSYRYNEY) […]. “Origine prima di mia origine [AAEЀIOYO – Logos Invocat.] […], principio del mio primo principio [P P OO PHR] […] del soffio primo in me [M M M] […]; mescolanza delle mescolanze in me, primo del fuoco primo in me [ЀYЀIAEЀ] […] , Acqua […] prima dell’Acqua in me […] Corpo Perfetto di me, braccio onorato [… che hanno formato nel mondo oscuro e trasparente, inanimato e che venne animato YЀI AYI EYÒIE]” […].
Soffio di Luce” [AOI – III Logos], gioia del Fuoco [AILURE]” // […], “Radice [I Logos] […].
Bello di luce [AZAIAIÒNA] […] che nella luce hai la vita” [AIA IÒ (e)] “.

Issey Miyake ospita Glass Fountain by Tokujin Yoshioka

TOKUJIN YOSHIOKA - GLASS FOUNTAIN - installation 03In occasione della Design Week 2017 il nuovo negozio milanese Issey Miyake, di via Bagutta 12, ospita l’esposizione personale di Tokujin Yoshioka “Glass Fountain”.
Tokujin Yoshioka è un designer giapponese le cui creazioni ispirate alla natura ed ai sensi sono fortemente considerate in tutto il mondo. Ha ricevuto numerosi premi internazionali per il design come il Design Miami Designer of the year nel 2007. Alcuni dei suoi lavori più importanti sono parti delle collezioni permanenti nei più noti musei come il Moma di New York, il Centre George Pompidou, The Victoria and Albert Museum, il Museé d’Orsay a Parigi etc.
Tokujin Yoshioka presenta il nuovo lavoro “Fountain – Glass Table” in collazorazione con Glas Italia.
Questa serie di tavoli in vetro, brillanti come fontane, sono stati creati dalla sinergia tra gli artigiani dell’isola di Murano e le tecnologie insustriali.
Durante il processo di manifattura, grazie alle tecniche degli artigiani vetrai, un disco di vetro viene trasformato in forma tridimensionale dando alla massa vitrea una struttura che rappresenta lo scorrere dell’acqua che rinasce come una fontana e prende una forma che solo la natura incontrollata può creare.
La mostra ci ricorda le meravigliose increspature e gli scointillii della luce naturale, e questo sfavillio verrà proiettato all’interno dello spazio.
Stella Ferro

 

 

 

Design Language

IMG_6848Durante la Milano Design Week 2017, Design Language sarà presente presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori “Altieri Spinelli” che apre le sue porte al pubblico per la prima volta. La manifestazione triennale, nata dall’incontro di CARA/DAVIDE Studio e Connecting the Dots, include più di 50 studi di design internazionali, e permette l’incontro di professionisti provenienti da tutto il mondo durante i tre giorni di conferenze organizzate per l’occasione.

Design Language vuole raccontare la varietà di linguaggi usati nel design. “Design Language è un incrocio tra una fiera commerciale ed una mostra in cui il lietmotiv è la diversità dell’approccio e della forma” dichiara David Heldt, co-fondatore della presentazione per il Salone del Mobile.

Al progetto partecipano 50 tra designers ed aziende internazionali appartenenti a 20 diverse nazioni.

Design Language è anche un’occasione d’incontro tra diverse generazioni come dimostra la presenza di alcuni giovani talenti che espongono a fianco di maestri del design: Alberto Meda, Giulio Iacchetti, Josè Kranen/Shura, Edgar Flauw, Uniqka e ROOFmatters.

La manifestazione ospita una tre giorni di conferenze sul linguaggio del design e vedrà l’intervento di molti ospiti importanti, tra cui Jacob de Baan, Paolo Cascone, Alvaro Catalan de Ocon, Aldo Colonetti, Alberto Meda e Lorenzo Palmeri.

Stella Ferro

Bonotto e Miniwiz presentano Gardening the Trash

BONOTTO_GARDEN_CUT_HRBonotto, azienda storica nel mondo del creative textile presenta, insieme a Miniwiz, leader mondiale nella tecnologia del reciclaggio, Gardening the Trash durante il Fuorisalone 2017, sotto la direzione artistica di Cristiano Seganfreddo.

Una delle più sofisticate maniffature tessili, fondata nel 1912 da Luigi Bonotto, incontra la reingegnerizzazione dei rifiuti alleandosi con Miniwiz, leader globale nello sviluppo e trasformazione dei materiali reciclati.

“Gardening the Trash è un intenso dialogo progettuale tra due grandi aziende, basate tra Europa ed Asia, che fondono tecnologia, innovazione e tradizione” spiega il direttore artistico Cristiano Seganfreddo “Con una visione unica: rivoluzionare la fashion industry, creando tessuti ad alto contenuto estetico e tecnico, prodotti solo con materiali di scarto.”

Dall’ingresso nel fiabesco giardino giapponese di via Durini si arriva ad un primo arazzo che crea un pattern mimetico orizzontale in cui i semplici tondi diventano vere e proprie infloresscenze. Il secondo arazzo rappresenta una visione al microspio panoramico della giungla in cui i fiori diventano animali vivi e vividi e si deformano e sfondano il primo piano, producendo un senso di spostamento dal giardino al dipinto del giardino. I due arazzi a parete propongono delle inflorescenze e delle liane che sono modificabili al calore, diventando dettagli vivi ed interattivi.

L’obbiettivo di Gardening the Trash è portare il settore del fashion di lusso all’interno dell’economia circolare a vantaggio non solo dell’ambiente ma in grado di offrire maggiore competitività e un maggiore prodotto lusso per il cliente.

Stella Ferro

 

Elle Decor Italia Concept Store, The New Shopping Experience

Elle Decor Concept StoreIn occasione della Milano Design Week 2017, Elle Decor Italia presenta a Palazzo Bovara dal 3 al 28 aprile Elle Decor Concept Store, The New Shopping Experience.

L’installazione ricrea uno store di nuova generazione dove gli elementi di base che contraddistinguono un negozio attuale vengono completamente reinventati. Il progetto immagina il retail come punto d’incontro tra analogico e digitale dove la fisicità degli oggetti dialoga con la digital experience e dove il consumatore è protagonista dello spazio in cui si muove, sia esso reale o virtuale.

Il percorso prende via alla reception dove i visitatori che si registrano ricevono un device interattivo per raccogliere informazioni personalizzate. Lo spazio si snoda attraverso una successione di ambienti: Invite , con vetrine soft touch; Gallery, da visualizzare con occhiali olografici HoloLens; Taste spazio d’incontro e condivisione davanti ad una tazza di caffè; Experience per sperimentare la luce con interazioni digitali; Feel per scoprire pattern e tessuti; Try per provare come fossero abiti, arredi e complementi in veri camerini, da esplorare con l’App Sayduk. Il Restaurant e il Garden con caffè-bistrot sono dedicati a pause relax.

Il progetto è stato supportato dall’analisi condotta da Francesco Morace che dichiara ” I consumatori sono molto attenti al design thinking che è un nuovo modo di affrontare l’acquisto. Il 06GF_Storage room(with model2)loroatteggiamento, attento al prodotto, al progetto del punto vendita e allo storytelling spinge a disegnare spazi di vendita innovativi dove i confini tra online e offline, tra digitale e analogico compaiono. si tratta ormai di un’esperienza integrale. In questa direzione di sistema integrato tra negozio ed online si colloca la proposta di Elle Decor Concept Store, un vero laboratorio di idee e soluzioni.”

L’allestimento è stato curato dallo studio GramFratesi, fondato da Stine Gam ed Enrico Fratesi, che descrive così l’idea di fondo: “Abbiamo analizzato la relazione che si instaura tra il visitatore e lo spazio, creando e reinterpretando gli elementi tradizionali dello store. Vetrine che forniscono informazioni  e raccontano storie, microarchitetture dedicate a tesatre la luce, lo spaio intimo e privato del camerino di prova trasportato nel mondo del design e dell’arredo.”

Marco Bay, autore del progetto di lanscape design, ha ripreso alcuni colori ed elementi dell’allestimento interno per disegnare lo spaizo in e out.

Apertura: Lunedì 3 aprile dalle 15.00 alle 20.00. Dal 4 al 28 aprile tutti i giorni compresi festivi dalle 10.00 alle 20.00.

Ingresso Gratuito.

Stella Ferro

L’Arte orafa, vitale, del Maestro Giuliano Ottaviani: dalla linfa al suggello, nel Tempo liquido delle Forme

Giuliano Ottaviani

Duplice Personale del Maestro
Dal 31 Gennaio 2016
presso La Banque di Milano –
al 14 Gennaio 2017 con INowArt,
presso InArte Werkkunst Gallery

Suggestioni e ricordi di Percorso

Intervento di Giada Eva Elisa Tarantino

Breccia nella materia, è la fibra esperienziale a dar valore alla sostanza; tacito accordo, testimonianza, vibra di vita e una sorgente dona all’effigie che sembrava prosciugata.
L’energia vibrazionale del Maestro Giuliano Ottaviani è il lustro nel quale sono incastonate le forme, a loro volta colmate della linfa di sole che gli è stata infusa in oscure impronte o grafi, e resa suggello: orafo ed Artefice esimio di risonanza mondiale, cultore di una dinamica iconica possente e peculiare, mai autoreferenziale, cosmopolita, poetica ed intima nel suo manifestarsi, il Maestro Ottaviani persegue ed alimenta un dialogo denso fra ciò che scorre e ciò che permane, fra medium espressivi i più disparati da contaminare senza posa, fra la propria estensione plasmata da donare in quanto pura Arte e l’immanenza nostra da rivelare equorea, flusso cromatico mutevole nel quale rispecchiarsi.
Un ponte si erge sulla laguna, cara pulsante memoria; ed un ponte è l’afflato materico che lega l’aurea sostanza ed insolubile quale cera fusa delle superfici scultoree sospese, con i grevi virgulti umani e bruni del bronzo: metafisica della contingenza, alveo della vita, brandello di Verità.
Vegliano le forme sul mare verde e viola di Venezia, perse a meditare una scenografia che non si è mai compiuta; come vetroresina le onde lucide ne correlano i contorni, che s’infrangono dove grondano i colori: nella trasparenza dell’animo che si contempla, dove tutto è capovolto. Se ti tuffi è in cielo, non in acqua; ti slanci sui colori, e ti cadi in cuore. Nel fluido riflesso la sostanza si spoglia d’apparenza, e la luna è una carezza fatta ai simulacri consunti che s’inverano scindendosi al riverbero bianco. Poi sarà passato, ma domani è l’Ieri a respirare dietro a una maschera: battito atavico, ponte per la coscienza, tempo che scorre via rosso in tracce volatili: se non gli diamo valore muore in un lembo di volto.

Nelle prospettive cognitive del Maestro Ottaviani, l’Entaglement quantistico equivale al legame arcano e remoto ricercato fra i corpi dipinti o plasmati: come Quanti non sono scomponibili se non dal ricordo, e si ritrovano al di là della logica e dei sensi, colti in misteriosa risonanza mentre s’allontanano.
Le splendide e flessuose Indossatrici, armoniche e pervasive scale fra il sogno e il compimento, d’ogni distanza e passo anch’esse custodiscono le tracce, pur perdendosi in se stesse; una cinestetica silente ed immota fra di esse ed entro i flutti del Tempo, le fa vivere senza un respiro come fossero strumenti segreti a vibrare, e come ruderi di colonne serrati all’architrave vitreo dell’acqua e dell’Identità, con i piedi d’oro su una corda di luce.
Tacito accordo, testimonianza, breccia nella materia, a risuonare è la sorgente del Maestro, adamantina oltre l’apparenza, e voce che sembra di udire:
Dove corre la mia anima, io non ho peso, non esiste peso.
Quando andrò via, che cosa resterà di me? Delfino smarrito nell’onda dell’aria, scia di fuoco che solca la terra.
Guardami adesso, nel trionfo di colori che si sfalda in un nido di stelle intrecciato al mare: le mie mani che piovono sull’onda sono rondini di luce, ma come comete sembrano tornare all’arcobaleno così riflesse sull’acqua.
Via dall’oggi, via dal domani: se ti tuffi è in cielo, non in acqua; ti slanci sui colori, e ti cadi in cuore.
Ascolto il mio corpo, i battiti interni, le fibre dei muscoli, il ritmo interno che mi lega alla terra: tumulto e neve alle cime, magma e musica assordante, frammenti senza nome di un passato che veglia su di me, come quei ruderi coperti d’edera in cima alle scogliere, che ascoltano le onde.
Langue la Laguna, nel ricordo; comincia a vibrare là dove non posso più udirla. E come luna s’abbandona dove io stesso non ho più corpo.
Dove vado io non c’è un volto a definire l’Identità, e nemmeno un nome, né sulla mano il solco della vita; c’è la livrea del sogno che da bambino ho dimenticato d’esprimere. Lo scorgo adesso in ali d’oro che si librano dove più mi sento morire. Azzurro sentire, lo vesto di bronzo: ha il grembo d’avorio, come una madre. E muliebre, adorato si conforma, si stende rosso, Ieri, quando da uomo ho potuto plasmarlo.
Dove ci amiamo, io non trovo la pace; dove ci amiamo, là si posa la vita come il sole sull’acqua: gondola d’aurora, tesoro senza peso, come raggiungerla? E come toccarla, con queste mani di rondine.
Domani è l’inverno, e non posso migrare. Langue in volo la Laguna, se mi tocco in cuore, ad aspettare.

 

 

Giada Eva Elisa Tarantino

© Copyright Giada Eva Elisa Tarantino

Giuliano Ottaviani Website:
http://www.giuliano-ottaviani.it/gallery.html

 

 

 

CANTIEREMEMORIA.LE MACCHINE ARMATE. SCULTURE E FRAMMENTI VISIVI

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Mostra  di Paolo Gallerani 

Fino al 6 gennaio 2017

Casa della Memoria

Via Confalonieri, 14 Milano

 

Dal 1 dicembre a Casa della Memoria è stata inaugurata CANTIEREMEMORIA – manifestazione promossa e prodotta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano – con la mostra LE MACCHINE ARMATE. SCULTURE E FRAMMENTI VISIVI dello scultore Paolo Gallerani.

Dedicato alle arti e finalizzato a mantenere viva la memoria storica della città di Milano e delle vicende che interessarono l’Italia nel corso del Novecento, CANTIEREMEMORIA – parallelamente alla mostra di Paolo Gallerani – propone al pubblico un palinsesto ricco di eventi, tra performance musicali, spettacoli teatrali, letture, laboratori e una rassegna cinematografica, tutti a ingresso gratuito.

Con questa iniziativa Casa della Memoria, spazio pubblico e sede dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), dell’Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti (ANED), dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (INSMLI), dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (AIVITER) e dell’Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 1969 Centro Studi e Iniziative sulle Stragi Politiche Anni ’70, invita il pubblico alla condivisione attiva

Evento principale della manifestazione è la mostra Paolo Gallerani LE MACCHINE ARMATE. SCULTURE E FRAMMENTI VISIVI,  fino al 6 gennaio e a ingresso gratuito. 

L’esposizione si articola in quattro nuclei espositivi – NIKE, INNESTI, con le Vigne, le querce e le Urne, IL DESERTO CRESCE e EUROPA – IL CAPITALE – per un totale di oltre sessanta opere tra sculture, disegni, carte e fotografie e si sviluppa come una riflessione attorno al tema della macchina, centrale in tutta l’opera dell’artista.

I quattro insiemi concorrono a formare un’unica installazione, rete di complessità di rimandi e riferimenti tra corpi organici e meccanici, segni, testi e immagini, con elementi anche di grandi dimensioni; oltre a NIKE e alle querce, nel sistema si innesta la Tavola di Beslan con le novantasei fotografie dell’eccidio riprese dai giornali. 

 Per tutta la durata di CANTIEREMEMORIA performance e pièce teatrali animeranno Casa della Memoria, a cominciare da sabato 3 dicembre  con lo spettacolo UN CRISTIANO Don Giovanni Fornasini a Monte Sole, opera a voci scritta e interpretata da Alessandro Berti e prodotta da Casavuota. Lo spettacolo racconta la storia di Don Giovanni, noto come l’angelo di Marzabotto, una pagina intensa di riflessione sul rapporto tra spiritualità e politica. www.lestanze.eu

Venerdì 9 dicembre si terrà la performance del musicista percussionista Federico Sanesi e della danzatrice Nuria Sala, che portano in scena “Percussioni, Voci e Danza per Le Macchine Armate”: un appuntamento nel quale il linguaggio della musica incontra quello dell’arte, interagendo con le sculture di Gallerani e creando un’altra dimensione sonora e spaziale.

Mercoledì 14 dicembre segue EVA (1912-1945) di Massimo Sgorbani, con Federica Fracassi e regia di Renzo Martinelli. Lo spettacolo, parte del progetto Innamorate dello spavento, ripercorre gli ultimi tragici momenti di vita di Eva Braun. www.teatroi.org

 Infine lunedì 19 dicembre è la volta di Cara Natalia. Omaggio a Natalia Ginzburg a 100 anni dalla nascita di e con Carla Chiarelli, un lavoro dedicato ad approfondire una delle personalità femminili protagoniste della cultura del ‘900.

Per il programma completo consultare il sito www.cantierememoria.it 

Glass House Dream&Charme

182a9965La Glass House Dream&Charme, inaugurata a novembre, proseguirà anche per tutto dicembre la collaborazione con Dom Pérignon. All’interno della Glass House Dream&Charme sarà possibile vivere l’esperienza di Dom Pérignon in un intimo legame con il territorio.

La Glass House Dream&Charme si trova a 50 minuti di auto dal centro di Milano, posizionata su una collina al centro di una valle in Monferrato, terra di tartufi, di grandi vini e patrimonio dell’umanità Unesco dal 2014.

Il cuore della Suite sarà la cantinetta per gli ospiti con diverse Plénitude e annate di Dom Pérignon. A disposizione per gli ospiti della Glass House Dream&Charme, su richiesta, un corso di degustazione e conoscenza del tartufo tenuto da un mastro trifolaio. E per la tavola, su prenotazione, cena stellata presso la Ciau del Tornavento di Treiso dove Maurilio Garola, Dépositaire Dom Pérignon, tra i massimi interpreti della cucina piemontese, preparerà uno speciale menu al tartufo in abbinamento a Dom Pérignon.

La realizzazione della Glass House è stata pensata come una rigenerazione di una vecchia limonaia. La vecchia struttura è stata abbattuta e ricostruita ex novo con nuovi materiali totalmente sostenibili: grandi pareti di cristallo, legno e acciaio, pannelli fotovoltaici di ultima generazione, per diventare una super suite 7 stelle per una coppia che vuole vivere la natura in massima privacy e sicurezza coccolati dalla sua Maitre de Maison.

Su richiesta sarà possibile arrivare alla Glass House con auto d’epoca, sportive o con autista. A richiesta a disposizione degli ospiti anche vetture speciali,  come una Spider Ferrari, una Aston Martin, ecc. per rendere il soggiorno e la visita delle colline del Monferrato nella stagione primaverile o estiva ancora più speciale.

Le esperienze intorno alla Glass House sono di molte tipologie, dalle passeggiate a cavallo , paracadutismo, moutain bike, visite alle famose cantine e naturalmente l’esperienza principe in inverno: il tartufo.

Dream&Charme è stata fondata a Milano da Giorgio Caire di Lauzet con Monica Mazzucchelli nel 2006 ed è stata classificata da Travel & Leisure nel 2014 tra le prime dieci società al mondo nel suo settore del quale è il leader italiano con 500 ville e 50.000 ospiti all’anno.

Info su costi e prenotazioni in orari d’ufficio al +39.02.80.50.34.57 oppure dreamcharme@dreamcharme.com

Stella Ferro

‘Diario di un giovane architetto a ‘spasso’ per l’Europa’

Da venerdì 18 a domenica 20 novembre l’affascinante biblioteca della casa museo di via Gesù farà da cornice all’ esposizione del diario di viaggio e dei taccuini di disegni del giovane Pier Fausto Bagatti Valsecchi (Milano, 1886 – 1914) che nel 1911 intraprese il suo Grand Tour attraverso l’Europa. Il viaggiatore, figlio di Giuseppe Bagatti Valsecchi e Carolina Borromeo, da poco laureato ingegnere architetto; tra febbraio e agosto visitò la Spagna, il Portogallo, la Francia e l’Inghilterra documentando il viaggio in maniera puntuale tramite un diario recentemente ritrovato ed esposto per l’occasione. Parallelamente scattò fotografie e raffigurò dal vero dettagli decorativi, arredi ed edifici: nei suoi taccuini, il disegno appare lo strumento per impratichirsi con gli stili e la loro “grammatica”. Questi materiali, cosi come i volumetti del Baedeker – le guide assiduamente consultate da Pier Fausto per mettere a punto il proprio itinerario – restituiscono il profilo di una vicenda, in cui i libri, la scrittura, la pratica della fotografia e del disegno diventano inseparabili compagni di viaggio e contribuiscono a strutturarne uno straordinario senso.

Da venerdì 18 novembre a domenica 20 novembre 2016

Il Museo è aperto dalle ore 13 alle ore 17,45

Biglietto: intero 9 euro; ridotto 6 euro

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Food or/and ceramic design? Mostra a cura di Anty Pansera

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Cesto di pane realizzato da Daniele Covarino

La Galleria Fatto ad Arte presenta la mostra Food or/and ceramic design? a cura di Anty Pansera dal 27 ottobre al 26 novembre 2016 presso l’Enoteca Ombre Rosse in via Plinio 29  a Milano.

Food or/and ceramic design? cibo e ceramica, due mondi apparentemente antitetici che, nella mostra, si scambiano i ruoli e ingannano il pubblico e i buongustai, perché a volte non è vero ciò che sembra e un prosciutto può essere anche un’opera d’arte.

Si comincia con i Salumi del Moro, alias Gianfranco Morini, maestro ceramista faentino (autore tra le altre cose dell’immaginifico “Giardino dell’arte” a Faenza) che propone insaccati per tutti i gusti che possono essere gustati con gli occhi e fungono da perfetto companatico ai differenti tipi di pani dalle forme variegate di Daniele Covarino, affermato scultore ceramista umbro.

In accompagnamento un buon bicchiere di vino, degustato nelle coppette da vino in coccio di Angie, compagna nella vita e nel lavoro del Moro, e il tutto servito sui taglieri di Giovanna Molinari, anch’essi in ceramica.

La mostra Food or/and ceramic design? si inserisce nella programmazione ventennale della Galleria Fatto ad Arte, da gennaio 2016 nuova realtà del contesto artistico milanese, attiva però a Monza già dal 1997 grazie all’impegno delle sorelle Raffaella e Francesca Fossati.

Le arti applicate sono al centro dell’attività di promozione e valorizzazione della Galleria Fatto ad Arte, che, fin dalla sua fondazione, è stata supportata dal contributo creativo di Ugo La Pietra, e che oggi vuole riportare all’attenzione del mondo del design il sistema dell’artigianato artistico italiano: dalla ceramica al mosaico, passando per il vetro, il marmo e la migliore ebanisteria.Nel corso degli anni ha collaborato con vari artisti e designer tra cui Leandro Bonti, Paolo Coretti, Stefano Follesa, Elisabetta Gonzo, David Palterer, Andrea Pellicani, Franco Poli, Irene Taddei, Alessandro Vicari solo per citarne alcuni.

Stella Ferro

 

Galleria fotografica

http://www.myebook.com/ebook_viewer.php?ebookId=122614
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