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Net Economy’s Got Talent: ecco la talentuosa vincitrice del premio dedicato alla Net Economy

E’ Fajoui Houda, una giovane talentuosa di 23 anni, la vincitrice di Net Economy’s Got Talent, l’iniziativa organizzata da FairOne S.p.A per supportare i più giovani ad inserirsi nello scenario della Net Economy.

L’intento dell’iniziativa era quello di offrire una borsa di studio del valore di 1000 euro ad uno studente meritevole di Economia & Management e Ingegneria Gestionale, che avesse dimostrato, durante il proprio percorso di studi, una forte propensione e interesse per le tematiche legate alla gestione d’impresa, alla finanza e all’intermediazione finanziaria collegate all’innovazione digitale e tecnologica.

Il regolamento completo dell’iniziativa svolta è disponibile qui https://www.mutuisupermarket.it/borsa-di-studio-studenti-economia.

La vincitrice, Fajoui Hounda è una ragazza di 23 anni, che vanta una laurea in Economia delle Banche e degli Intermediari Finanziari conseguita con lode. Attualmente è iscritta al secondo anno di Scienze Economico – Aziendale (specializzazione per Dottori Commercialisti e Revisori Legali) che sta concludendo con il massimo dei voti.

Hounda dai suoi professori viene definita: “Studentessa di prim’ordine, che ha saputo affiancare a un percorso di studi all’insegna dell’eccellenza una serie di esperienze lavorative che la hanno sicuramente forgiata […] Colpisce in Houda il desiderio profondo di migliorarsi continuamente”.

Queste sue caratteristiche l’hanno portata ad essere selezionata dall’Ernest and Young di Milano per partecipare al corso Talent – Lab Empower Your Future e dal Boston Consulting Group come una dei 100 migliori studenti italiani che parteciperanno al progetto “The Future Makers”.

Per il futuro ha in programma di partecipare a un progetto di ricerca di Dottorato.

La studentessa è stata giudicata da una giuria composta da Stefano Rossini, amministratore delegato e founder di FairOne S.p.A e di altre iniziative nel campo della comparazione online come Gruppo MutuiOnline, e Giuseppe Neri CTO e Responsabile IT di FairOne S.p.A.

 

 

 

Cos’è il bail-in? Hello bank! lancia l’infografica dedicata

Tutti i consigli per risparmiare in modo sicuro

A cinque mesi dall’introduzione della nuova normativa europea sulle crisi bancarie (Bank Recovery and Resolution Directive – BRRD), l’entrata in vigore del bail-in continua a suscitare non solo confusione fra correntisti, azionisti e obbligazionisti, ma anche polemiche da parte delle forze politiche del nostro Paese.

In un contesto di crescente preoccupazione intorno alla legittimità e alla flessibilità del meccanismo che prevede il ricorso alle risorse interne della banca per arginare i costi di un’eventuale crisi e salvare l’istituto dal fallimento, Hello bank! dedica una sezione del proprio sito alle novità introdotte dal BRRD e diffonde un’infografica che illustra in maniera semplice ed efficace il funzionamento e gli attori della nuova direttiva europea.

Secondo quanto illustrato nell’infografica della banca digitale del Gruppo BNP Paribas, a partire dal 1° gennaio 2016 per tutelare i contribuenti è stato introdotto a livello europeo il cosiddetto bail-in (letteralmente, salvataggio interno), per cui in caso di crisi a ricostruire il capitale sarebbero prima gli azionisti della banca, poi i possessori di titoli subordinati, obbligazioni e depositi oltre i 100mila euro.

Per dissolvere dubbi e perplessità dei clienti intorno al provvedimento di cui più volte negli ultimi mesi è stata richiesta la modifica e addirittura la sospensione, Hello bank! ha lanciato un’infografica dedicata. Secondo la normativa, gli strumenti che non saranno in alcun modo coinvolti nelle procedure per il salvataggio interno delle banche sono:

  • i depositi fino a 100.000 euro, perché tutelati dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi e dal Fondo di Garanzia dei depositanti del Credito Cooperativo;
  • le obbligazioni garantite, come i covered bond;
  • i titoli depositati in un conto titoli (tranne nel caso in cui i titoli siano stati emessi dalla banca coinvolta nel bail-in);
  • le disponibilità dei clienti in custodia presso la banca, come il contenuto delle cassette di sicurezza;
  • i debiti della banca verso i propri dipendenti, fornitori, fisco ed enti previdenziali.

Alla luce della nuova normativa europea sulle crisi bancarie, la scelta della banca cui affidare i propri risparmi diventa dunque ancora più importante e accurata. 

Ecco perché, nella valutazione dell’istituto di credito cui affidare i propri risparmi, la banca digitale del Gruppo BNP Paribas suggerisce di tenere in considerazione i seguenti parametri fondamentali:

  • il rapporto patrimoniale CET 1, indice di una gestione del rischio efficace. Più è alto, più la banca è solida;
  • il rating delle agenzie internazionali sulla solvibilità di una società che emette obbligazioni;
  • il valore dei CDS (Credit Default Swap, una forma di assicurazione sui titoli obbligazionari), che misurano la percezione dei mercati sul potenziale rischio di default di una banca.

Per ulteriori approfondimenti sul bail-in e la gestione di una crisi bancaria è possibile consultare anche la guida realizzata dalla Banca d’Italia raggiungibile a questo link.

 

Hellobanck infografica_BAIL-IN

Europei 2016, non solo calcio: trend e cifre dell’edizione più ricca della storia

Non solo un evento sportivo che riunisce davanti alla tv amici, famiglie, colleghi di lavoro e tifosi occasionali, ma anche una manifestazione sportiva attorno alla quale ruotano miliardi di euro tra montepremi, investimenti, guadagni e costi.

L’edizione 2016 del Campionato Europeo di Calcio 2016, in particolare, è l’edizione più ricca della storia e, per festeggiarla degnamente, la banca digitale del Gruppo BNP Paribas Hello bank! ha indetto un concorso che regala un iPhone 5s ai fortunati tifosi che indovineranno la squadra vincitrice del torneo. Per partecipare, basta inviare la richiesta di apertura del conto inserendo il Codice Promo, sottoscrivere una carta di Credito Hello! Card o Hello DUO entro il 20 Giugno 2016. Si otterrà subito un buono da 100 euro da spendere su Amazon.it e la possibilità di vincere un iPhone 5s nel caso in cui si indovini la squadra che porterà a casa la coppa messa in palio. Tutte le informazioni sono disponibili a questo link.

 

Analizzando nel dettaglio l’ammontare del montepremi, i posti di lavoro creati, gli investimenti fatti, gli introiti previsti e i costi medi che un tifoso potrebbe sostenere per seguire l’Italia fino alla Finale, si potrebbe affermare quasi senza esitazione che il calcio europeo non risenta affatto della crisi finanziaria: al contrario, la sua crescita è costante nel tempo ed è destinata a continuare.

Tanto per cominciare, il montepremi è salito a 301 milioni di euro, una cifra superiore del 50% rispetto ai 196 milioni della precedente edizione; per quanto riguarda l’ammontare del premio riservato alla prima classificata, la squadra vincitrice degli Europei 2016 si aggiudicherà una somma del valore di 27 milioni di euro, +15% rispetto alla Spagna nel 2012.

Nel caso in cui un tifoso italiano volesse seguire gli Azzurri nella corsa verso la coppa, la spesa media per raggiungere Sain-Dénis – città che ospiterà il match conclusivo del torneo – sarebbe pari a 387 euro in aereo (prezzi rilevato il 13 Maggio 2016). Poco meno di 700 euro se invece scegliesse l’auto, costi di carburante e pedaggi autostradali compresi.

 

Rispetto alla passata edizione, la Uefa ha beneficiato di un aumento del 21% dei ricavi grazie alla novità rappresentata dalla vendita centralizzata dei diritti televisivi per le partite di qualificazione. E le buone notizie non mancano neppure per l’occupazione transalpina: Euro 2016, infatti, ha creato circa 114mila posti di lavoro, di cui 20mila durante le fasi di intervento sugli impianti e 94mila con l’organizzazione del torneo, per un totale di 1,266 miliardi di euro che gioveranno all’economia francese.

 

L’afflusso complessivo negli stadi dove si disputeranno i match è quantificato in 2,5 milioni di persone, le quali si stima investiranno più di 840 milioni di euro allo stadio e 352 milioni nelle fan-zone, le aree dotate di maxischermi per vedere le partite al di fuori dagli stadi.

Affitti in aumento per i residenti a Milano

affitti-300x167Effetto IMU o Effetto Expo: una cosa è certa: oggigiorno vivere a Milano sta diventando un lusso.

Secondo le statistiche inerenti alla media degli affitti, i milanesi detengono il primato di città più cara d’Italia.

I dati parlano chiaro, per un mese come inquilino a Milano si spendono 1462€, con un aumento pari al 10,7% rispetto allo scorso anno. A far compagnia alla metropoli meneghina c’è Roma, con 1388€ mensili, considerando un campione di 18,009 immobili.

Il problema del caro-affitti sta diventando insostenibile per tantissime famiglie, che spesso richiedono alle banche l’accesso ad un mutuo per poter far fronte alle spese. Fortunatamente le possibilità non mancano, e le informazioni sono, nella maggior parte dei casi, reperibili su internet.

E’ possibile scoprire e confrontare le condizioni di prestito online su siti come quello di Hellobank.it, dove sono presentate le offerte dei principali istituti di credito, in modo da avere una panoramica rapida e precisa sulle possibilità di ottenere un finanziamento.

Per risolvere la questione degli aumenti le soluzioni a disposizione delle famiglie sono poche, e una di queste è proprio la richiesta di un prestito. In alternativa si potrebbe prendere in considerazione l’idea di cambiare città, trasferendosi per esempio a Biella, che sempre secondo le statistiche risulta la città più economica d’Italia.

La media degli affitti nella cittadina piemontese è di 384 euro, con un ribasso di 20€ rispetto allo scorso Gennaio. Fino a qualche mese fa però, l’ultima piazza veniva occupata da Ragusa, che per via della stagione estiva e del conseguente afflusso turistico ha visto aumentare i prezzi medi del 2%, lasciando libero il fondo della classifica.

In generale le regioni meno care d”Italia sono l’Abruzzo, la Basilicata, l’Umbria il Molise e la Campania, nelle quali la media affitti rimane comunque sotto la soglia dei 500 euro.

Fino a qualche mese fa anche il Friuli Venezia Giulia rientrava in questa categoria, ma grazie ai recenti aumenti che hanno assestato la media sui 550 € anche dalle parti di Udine la situazione è cambiata.

Per far luce sulla questione è intervenuta Silvia Spronelli, presidente di Solo Affitti, il portale che ha condotto il sondaggio, dichiarando che “Dal monitoraggio delle nostre agenzie sul territorio deduciamo che non c’è una corsa agli aumenti degli affitti per compensare le nuove tassazioni immobiliari. Nel 66% dei casi registriamo aumenti entro 50 euro al mese, nel 33% compresi fra 50 e 100 euro. I rincari sono più contenuti nel nord-ovest, maggiori (superiori a 50 euro) nel centro (35%) e nel sud Italia (43%) e soprattutto nelle grandi città (63% dei rispondenti)”

Inutile prendersela con l’Imu quindi, almeno secondo Silvia Spronelli. Resta il fatto che le famiglie italiane si trovano, come ogni anno, a dover fare i conti con aumenti che in alcuni casi superano le loro possibilità, mettendo in crisi il loro bilancio economico.

Brexit, possibile realtà o semplice prova di forza?

brexitA tre mesi di distanza dalla lettera nella quale David Cameron descriveva le richieste di riforme riguardo il rapporto tra Europa e Gran Bretagna, Donald Tusk risponde con delle proposte di compromesso.
Con questa risposta, il Presidente del Consiglio Europeo apre le ultime e difficili settimane di negoziato, durante le quali l’Ue cercherà di trovare in tutti i modi un accordo che scongiuri il Brexit, ma un compromesso potrebbe non bastare.

Le proposte di Tusk descrivono l’Europa attuale come uno schema in cui al centro vi è un nucleo, composto dai Paesi che condividono l’Euro, circondato da tutti gli altri Paesi il cui punto in comune è il mercato unico.
L’Ue fa un passo indietro ed abbandona il principio dell’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa, da sempre considerato argomento sacro ed immodificabile. A questo si aggiunge la specifica che la libera circolazione dei lavoratori può essere sottoposta a dei limiti.
In sostanza, il pacchetto di Tusk assicura che la Gran Bretagna è esente dalle azioni di salvataggio dei Paesi dell’Eurozona e non subirà gli effetti delle norme finanziarie ed economiche previste per la zona euro.
In casi eccezionali, la cui normativa è ancora in fase di definizione, si potrà limitare ai lavoratori non britannici l’accesso al sistema welfare del Regno Unito.
Con tale proposta l’Ue garantisce di ammortizzare il carico della burocrazia nel campo delle imprese; inoltre alcuni paesi (quelli che rappresentano i voti del Consiglio Europeo con una percentuale superiore al 55%) avranno la possibilità di bloccare, se ritenuto opportuno, alcune iniziative europee di carattere legislativo.

A Bruxelles la convinzione unanime è che il disegno di Tusk sia già una grande concessione, mentre Cameron precisa che ci sono ancora molte cose su cui lavorare, definendo le proposte come cambiamenti sostanziali ma non del tutto sufficienti a rispondere alle necessità del Regno Unito.
Da Londra, il primo cittadino Boris Johnson, del Partito Conservatore prevalentemente euroscettico, rincara la dose chiedendo che sia fatto molto di più.
Ora bisognerà capire se queste iniziative riusciranno a convincere gli elettori a dare il loro sì all’Europa. La partita è in mano anche ad alcuni dei 28 paesi membri dell’Unione Europea. L’Ungheria e la Polonia hanno già palesato un disaccordo per quel che riguarda i limiti al welfare.

 

La ripresa economica italiana traballa

In uno scenario attuale caratterizzato da notevole incertezza finanziaria e ingenti perdite nei mercati internazionali, anche la situazione economica dell’Italia appare meno solida rispetto alle aspettative. La Commissione Europea ha calcolato infatti che il PIL del nostro paese farà registrare nei prossimi due anni prestazioni inferiori a quelle attese, mentre si intravede un aumento del deficit pubblico. Secondo i dati dell’istituzione comunitaria relativi alle verifiche invernali, la produzione interna dell’Italia salirà dell’1,4% nel 2016 e dell’1,3% nel 2017, dati che si collocano al di sotto delle stime fornite dal Governo. Si è invece concordi circa l’andamento della disoccupazione, il cui tasso dovrebbe diminuire fino a raggiungere l’11,3% tra due anni.
economia traballa
La debolezza dell’economia italiana va inserita nel contesto più generale delle difficoltà attuali affrontate da tutti i paesi dell’Eurozona, come ha ricordato anche il commissario Moscovici, esortando i governi nazionali a mantenersi vigili sui potenziali rischi degli scenari finanziari. Sempre secondo il responsabile per gli affari economici, è essenziale riflettere sulla competitività e sulla riduzione del debito pubblico.
In teoria questa sembra essere una ricetta efficace, che si rivela tuttavia assai difficile da mettere in pratica, soprattutto nel caso dell’Italia. Matteo Renzi ha da tempo impostato una trattativa con Bruxelles finalizzata ad alleggerire il patto di stabilità, in modo tale da consentire all’Italia un margine di azione più ampio nel settore della spesa pubblica.

Se da una parte il nostro Governo si sta impegnando per attuare le riforme strutturali in coerenza con le linee guida dettate dall’UE, dall’altra si richiede proprio alla Commissione una maggiore flessibilità nella gestione del bilancio nazionale, per poter fronteggiare al meglio il deficit attuale. Le spese derivate dalle riforme, dai progetti di sviluppo e dalle recenti urgenze nell’ambito dei flussi migratori hanno infatti generato delle uscite di cassa che non possono essere ammortizzate seguendo i vincoli rigidi imposti dalle norme comunitarie. Da qui il braccio di ferro di Renzi con le istituzioni dell’Unione: entrambi i fronti dovranno impiegare capacità diplomatiche per arrivare a ragionevoli compromessi che garantiscano una crescita stabile nei prossimi anni.

 

 

Gli italiani pagheranno veramente meno tasse nel 2016

La stima relativa alle spese che gli italiani dovranno affrontare per le tasse nel 2016 è soggetta a diverse interpretazioni degli articoli della Legge di Stabilità per il nuovo anno. Secondo il premier Matteo Renzi, la pressione fiscale, soprattutto quella sulle famiglie e sui consumatori, è diminuita, tuttavia alcuni organi di stampa hanno sottolineato come la manovra comporterà un aumento dell’importo annuale che gli italiani dovranno versare allo Stato.

A pesare maggiormente sulle spese sono le clausole di salvaguardia imposte dall’Unione Europea, che prevedono un innalzamento automatico delle imposte nel caso in cui le misure governative non dovessero apportare gli introiti pianificati. Questo meccanismo garantirebbe una diretta copertura dei conti, senza che si possa generare un disavanzo nel bilancio, fatto che rappresenterebbe un’infrazione nella cornice della stabilità finanziaria imposta da Bruxelles. meno tasse

Riguardo un eventuale aumento dell’IVA, nella bozza del testo della Legge di Stabilità per il 2016 si prevede un blocco dell’innalzamento dell’imposta per l’anno corrente, che però dovrebbe successivamente schizzare dal 22% attuale al 25% nel 2017 e ad un probabile 25,5% nel 2018, con l’aliquota speciale che dovrebbe invece raggiungere la percentuale del 13% nel 2017. Tradotto in termini pratici, tutto ciò significa che non si dovrebbe verificare una variazione intermedia dell’IVA per quest’anno, con un suo aumento al 24%. Tuttavia, l’imposta aumenterà in maniera più consistente nei due anni successivi. Se da una parte si può affermare che la pressione fiscale sarà inalterata per i consumatori nel corso dell’anno, si prevedono degli aumenti fiscali per il periodo successivo, e pertanto, come dichiarano alcuni osservatori, il risparmio sarà solo apparente.

Il Governo aveva promesso di lasciare inalterata l’IVA per i prossimi anni, ma pare sia ora costretto a garantirne solamente l’abolizione dell’aumento intermedio. Sono soprattutto i vincoli di bilancio imposti dalla revisione della spesa pubblica e dalle direttive comunitarie ad influenzare la strategia fiscale governativa, chiamata ogni anno anno a trovare dei difficili equilibri tra le promessa relative ad una diminuzione della pressione fiscale ed il rispetto delle norme comunitarie.

 

Pessimo inizio settimanale per la Borsa di Milano, l’Europa non è da meno

Il borsa milano2015 si era chiuso con prestazioni record per la Borsa di Milano, con l’indice FTSE MIB che aveva più volte superato quota 24 mila punti nei mesi estivi. A partire dal nuovo anno si è invece registrato un crollo del 30%, che ha interessato soprattutto le azioni del comparto bancario: nella giornata di lunedì 8 febbraio il titolo di Monte Paschi ha perso ben l’11%, confermando il suo trend negativo delle ultime settimane, mentre la maglia nera per il peggior rendimento va a Saipem, con un passivo che si è attestato sul 25%.

Le cose non vanno meglio nei mercati europei ed internazionali. la quotazioni di Eurostoxx50, l’indice tra i più importanti nel vecchio continente, sono scese nella stessa giornata del 3,25%, facendo segnare un calo complessivo pari all’ 8,51% da inizio febbraio. Negativa anche la Borsa di Francoforte, con il Dax che ha chiuso con un passivo del 3,3%, spinta anch’essa dal ribasso dei titoli bancari, e Wall Street, che ritorna ai minimi dell’aprile 2014. In questo scenario finanziario molto turbolento ed incerto, cresce nuovamente lo spread tra i Btp ed il Bund, che si colloca ora a quota 146 punti, come non succedeva dall’estate dello scorso anno. Si stima che siano più di 300 i miliardi di euro che sono andati perduti nella seduta di trattazioni di questo lunedì nero delle Borse europee e mondiali.

L’attuale tendenza ribassista è il risultato sistemico di molteplici variabili concomitanti. Tra le cause principali, va citata la mancata crescita economica dei più importanti paesi dell’Eurozona, che, come ha avuto modo di dichiarare recentemente Mario Draghi, presenta una crescita disomogenea ad ancora lontana dalle aspettative. Le misure introdotte dalla Banca Centrale Europea non hanno finora contribuito a risolvere il problema della deflazione e la debole domanda non facilità la crescita della produzione. Inoltre, sia l’Europa che gli Stati Uniti hanno subito il contraccolpo delle prestazioni negative dell’economia cinese, che ha ridimensionato le prospettive di crescita a causa di un rallentamento del suo settore produttivo e manifatturiero. Questo fenomeno ha causato una minore richiesta di greggio a livello globale, di cui il gigante asiatico è grande importatore, fatto che contribuisce tuttora a tenere il prezzo del petrolio ai minimi storici.
 

Le banche italiane trascinano in basso l’economia

bancheLunedì 8 febbraio 2016 verrà ricordato come una delle peggiori giornate di contrattazioni finanziare in Europa e in Italia. Le principali piazze europee hanno infatti fatto registrare delle perdite assai consistenti, con la Borsa di Milano in prima fila. L’indice FTSE MIB è infatti crollato del 4,69%, dopo un calo del 2,13% fatto segnare nella giornata del venerdì della settimana precedente. A causare il pesante tonfo di Piazza Affari sono stati soprattutto i titoli del comparto bancario, in netta difficoltà nei mesi di gennaio e febbraio del nuovo anno.

Se nel corso del 2015 le azioni quotate alla Borsa di Milano avevano raggiunto livelli record, con prestazioni esaltanti e guadagni consistenti, il nuovo anno si è aperto con ripetute tendenze ribassiste, trainate da un andamento “bearish” dei titoli dei maggiori istituti bancari italiani. Tra quelli che hanno patito le perdite più ingenti va segnalato Monte Paschi, con un calo che ha sfiorato il 12% nella sola seduta di lunedì. La Consob si è vista quindi costretta a sospendere le trattazioni sul titolo, al fine di tutelarlo da speculazioni, posizioni corte e vendite allo scoperto. Il ribasso del titolo della banca senese a partire dal 2016 è oggi pari al 66%, un dato che illustra in maniera esplicita le sofferenze dell’istituto di credito.

Non meglio si comportano le altre banche italiane, con Unicredit, BPM, Carige, UBI, Banca Popolare e Intesa Sanpaolo tutte in netta difficoltà, sia nelle ultime giornate che nel medio termine. Indicativo è anche in questo caso l’andamento delle quotazioni a partire dal gennaio 2016, con un’inversione di tendenza che per alcuni titoli bancari si intravede già a partire dall’autunno dell’anno precedente. Ad esempio, le azioni di Intesa Sanpaolo fanno registrare un calo del 28% da inizio anno, con una flessione che inizia gà nel dicembre 2015 con un -4,93%. Stesso discorso per il titolo di Unicredit, che perde ben il 45% dal nuovo anno, ma il cui graduale ribasso incomincia nell’ottobre del 2015 con un calo che supera l’8%.

 

Prestiti personali senza busta paga: quali sono i requisiti per richiederli?

Money-laundering

Prima funzionava così: volevi un prestito? Bene! Non era così difficile ottenerlo, anche a condizioni piuttosto vantaggiose. Bastava presentare una busta paga in banca ed il gioco era fatto. Facile in un’epoca in cui l’80% degli italiani lavorava come dipendente (magari per lo Stato) con un contratto a tempo indeterminato.

Era il tempo delle favole per banche e lavoratori ma aveva il piccolo difetto di essere economicamente insostenibile, ed infatti quel sistema è caduto sotto i colpi del cambiamento e quello che rimane è una ampia platea di soggetti che non possono più accedere alle normali forme di finanziamento.

Per loro l’unica opportunità è quella dei prestiti personali senza busta paga. Ma qual è il target reale di questa nuova tipologia di finanziamento? I casi possono essere i più disparati. I più comuni sono quelli dei lavoratori autonomi (anche noti come partite iva) e quelli con contratti atipici come i CO.CO.PRO ed i contratti a progetto.

Ma non sono solo loro. Ci sono poi le categorie dei cattivi pagatori, dei protestati, degli studenti che lavorano, dei dipendenti che pur avendo in realtà una busta paga l’hanno già impegnata per altri finanziamenti, e poi ancora i lavoratori irregolari, gli imprenditori e chi, pur non avendo un reddito diretto vanta comunque una rendita che gli permette di vivere.

Per tutte queste categorie i prestiti personali rappresentano l’unica vera possibilità di accesso al credito.

I prestiti personali hanno tre caratteristiche principali. La prima è quella dell’ammontare massimo delle cifre: ammontare che difficilmente supera i 20 mila euro e che normalmente si assesta tra i 10 ed i 15 mila euro.

La seconda caratteristica è il tasso di interesse finale, il TAEG, che ad oggi viaggia sulla media dell’8%.

Infine c’è una terza ed ultima caratteristica che è quella che descrive i diversi sistemi di garanzia utilizzati dalle banche per i prestiti personali. Esistono diversi modi secondo cui il processo di raccolta delle garanzie può avvenire.

Se ad esempio il prestito viene richiesto da un lavoratore autonomo allora la banca potrebbe richiedere il modulo “Unico” degli anni precedenti in modo da poter valutare la redditività della professione del richiedente.

Quando non è possibile esibire nemmeno questa forma di garanzia non resta che provare la via delle ipoteche o delle fideiussioni.

Nel primo caso il richiedente offre un bene immobile (una casa, un terreno, un capannone industriale o un garage) come garanzia per il prestito. Ovviamente tale garanzia è presentabile solo quando non è già attiva una ipoteca sull’immobile in oggetto.

Con le fideiussioni infine il richiedente del credito viene “affiancato” da una terza persona (un parente, un congiunto o un socio) che garantisce al posto suo. Ovviamente la terza persona dovrà essere in grado di dimostrare una o più delle garanzie tradizionali prima elencate (busta paga, modello unico, ipoteca etc).

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