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Continuum. Processo d’interazione tra spazio ambientale e pubblico di Raffaele Quida.

A cura di

Michela Casavola

Antonella Marino

Lorenzo Madaro

Milano – Ex Fornace – Alzaia Naviglio Pavese,16

Dal 13 al 23 Settembre 2017

Inaugurazione 13 Settembre 2017 ore 19:00

A cura di

Alessia Locatelli

Si terrà a Milano, dal 13 al 23 Settembre nei suggestivi spazi della Ex-Fornace – con il patrocinio del Municipio 6 del Comune di Milano – la quarta ed ultima tappa del progetto “Continuum” dell’artista leccese Raffaele Quida a cura di Alessia Locatelli. La mostra è conclusiva di un percorso che dal 2016 è approdato nelle principali città pugliesi e che ha come focus d’indagine il Corpo. Come l’artista racconta: “Il Corpo, dal momento del concepimento-nascita, ai coinvolgimenti relazionali e sociali. Questa indagine viene attivata attraverso l’immissione di oggetti industriali nel ritmo urbano, a diretto contatto con la collettività e con gli spazi in cui essa quotidianamente vive, con le sue abitudini e le sue necessità”. Una ricerca sull’esistenza, attraverso la lettura delle relazioni con lo spazio pubblico e sociale. La mostra milanese sintetizza tutto il progetto Continuum e si struttura posizionando nelle suggestive volumetrie della Ex Fornace (piano terra e piano2) le fotografie scattate nelle precedenti esposizioni e degli elementi “totemici” che hanno caratterizzato le installazioni urbane nelle città attraversate: Bari a cura di Antonella Marino, Lecce a cura di Lorenzo Madaro. Ci sarà inoltre la proiezione del video ripreso durante la performance della terza tappa di Taranto a cura di Michela Casavola.

Al piano secondo la mostra proseguirà con una installazione di carte fotosensibili in grandi dimensioni, collocate nei mesi di Luglio ed Agosto in un’altra location, e poi a Settembre, ri-posizionate per interagire con la luce milanese alle finestre che affacciano sul naviglio pavese. La luce interverrà tracciando le sagome di entrambe le geometrie architettoniche sulle carte in una interazione di luoghi geograficamente distanti, ma uniti in un ponte di luce concettuale.

Lo spazio pubblico della Ex Fornace si colloca coerentemente con l’idea di ridefinizione degli spazi urbani già attuata nelle precedenti esposizioni, in un tentativo d’indagine che dovrebbe indurre il fruitore ad una rielaborazione attraverso una serie di operazioni – fisiche e simboliche – che esprimono da un lato la crisi di disadattamento ambientale e dall’altro la rottura di equilibri precostituiti. La ridefinizione delle geografie cittadine e degli spazi pubblici entra così in una relazione profonda con la riflessione sul ciclo della vita: l’individuo nel suo periodo vitale, che non cessa con la morte, bensì rientra in un ciclo, in un Continum appunto spazio-temporale, in cui la polvere (la morte intesa come fine) non è altro che l’elemento costitutivo di nuove realtà tangibili.

L’Arte in Condominio

VENERDÍ 5 MAGGIO ALLE 18

INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA COLLETTIVA “ARTE IN CONDOMINIO”

PRESSO LA LIBRERIA HOEPLI DI MILANO

Milano, 4 maggio 2017 – Si terrà il prossimo 5 maggio alle 18 l’inaugurazione della mostra collettiva “Arte in Condominio” ideata e realizzata da DONGHI–gestioni immobili, che da 3 anni, attraverso un concorso fotografico nazionale gratuito, diffonde e tutela il benessere di tutte le persone che vivono e lavorano nei condomìni italiani.

Quest’anno il Premio Donghi promuove alcune iniziative culturali: primo fra tutti il concorso fotografico nazionale gratuito, quest’anno dedicato a “Vivere con l’ARTE. BenESSERE in Condominio” che ha chiuso le iscrizioni lo scorso 26 aprile e che si è rivolto a professionisti, fotoamatori e dilettanti, a partire da 18 anni, con residenza o domicilio lavorativo in Italia.

Il concorso vuole essere una concreta occasione per confermare l’interesse di DONGHI nel promuovere la cultura e innalzare la qualità dell’abitare, aumentare il comfort ed il valore patrimoniale degli immobili e sostenere la creatività degli artisti/e Made in Italy.

All’interno della prestigiosa Libreria Hoepli, nel cuore di Milano in via Hoepli 5, la mostra collettiva “l’Arte in Condominio” dal 05.05.2017 al 26.05.2017 vedrà esposte le immagini selezionate dalla Giuria Ufficiale che hanno partecipato al concorso fotografico, con l’obiettivo di attrarre l’attenzione di tutti i cittadini/e per una maggiore sensibilizzazione alla presenza dell’Arte in Condominio.

L’allestimento della mostra sarà curato insieme all’artista Gabriella Torri.

Interverranno Matteo Ulrico Hoepli, Consigliere d’Amministrazione di Hoepli Spa, Alga Rossi, Presidente Sezione Milano Distretto Nord-Ovest FIDAPA

BPW-Italy, Eleonora Tarantino, Presidente dell’Associazione Culturale Ponti x l’Arte, Nicola D’Amico, giornalista e saggista oltre che Presidente della Giuria Ufficiale, Giulio Cerocchi, professionista fotografo, Antonio Schiavano, professionista fotografo.

Seguirà un brindisi di benvenuto per gli ospiti.

E’ preferibile per i partecipanti  REGISTRARSI ON-LINE a questo link

Il Premio Donghi è realizzato con il sostegno della Libreria Hoepli, ed è patrocinato da più enti, tra cui: F.I.D.A.P.A. – B.P.W. ITALY, A.N.A.C.I. Milano, Associazione Culturale Biblioteca Famiglia Meneghina-Società del Giardino, Associazione Green City Italia, Associazione Garden Club Milano, Associazione Ikebana Ohara Chapter Milano, Consulta Femminile Interassociativa di Milano, con il sostegno di: F.I.D.A.P.A.-.B.P.W. ITALY Distretto NO-Sezione Milano, media partnership di: CasaFacile, Condominioweb, Fiori&Foglie-blog verde di Tgcom24, testata online del Gruppo Mediaset, Coolmag, media di settore: Foto Cult, e partner tecnico: Magogel, Azienda vitivinicola Guidi Fiorenzo, Il Centro della Copia, Bricocenter – Milano v.le Corsica, Associazione Ponti x l’arte.

 

 

Poesia inedita: vincitore assoluto Gianluca Regondi

Il poeta lombardo si aggiudica la quarta edizione del premio nazionale organizzato dagli Amici di L. Ron Hubbard con l’opera “Fragile”

Palazzo Visconti, Milano – 30 aprile. Quasi 300 persone in piedi per applaudire il poeta Gianluca Regondi, vincitore assoluto del premio nazionale degli Amici di Ron, tema “Vivo sul pianeta Terra”. Emanuele Tesser vince nella videopoesia e Marco Bottoni nel monologo teatrale.

Domenica pomeriggio a palazzo Visconti si è respirata l’atmosfera delle grandi occasioni, ospite d’onore Elisabetta Armiato già prima ballerina interprete del Teatro alla Scala di Milano ed étoile della danza Italiana nel mondo.

L. Ron Hubbard – ha esordito Renato Ongania presidente del premio e direttore dell’ufficio delle relazioni pubbliche personali di L. Ron Hubbard per l’Italia – è stato uno dei più famosi e più ampiamente letti scrittori nella storia, con 350 milioni di copie delle sue opere in circolazione con 34.235 singole opere pubblicate.  Nel corso della sua lunga carriera ha avuto a cuore il destino degli scrittori tanto da impegnarsi in prima persona per promuovere gli inediti, gli emergenti e aiutarli. ‘Giorno per giorno, postulando le nuove realtà del futuro, l’artista realizza una rivoluzione pacifica’ scrive Hubbard, grazie a tutti voi rendiamo questa rivoluzione pacifica più concreta”.

Donatella Rampado, scrittrice e coordinatrice delle tre giurie, prima delle premiazioni e declamazione delle opere, ha presentato l’edizione su carta dell’antologia della collana legata al premio, curata degli Amici di Ron, titolo: “Alla Ricerca della Verità – viaggio nel mondo della poesia inedita”, tiratura 500 copie.

Gianluca RegondiAl tavolo di giuria hanno così preso posto il presidente della sezione poesia inedita, la poetessa Maria Giovanna Bonaiuti ed i giurati: Sara Rodolao – madrina dell’evento, il poeta Rodolfo Vettorello e Roberta Di Febo preside del Liceo Musicale e Coreutico Giuditta Pasta (Como). “Come si può leggere nel verbale di giuria, sono state valutate 419 poesie inedite – ha riferito Bonaiuti – “Primo premio assoluto va a Gianluca Regondi con l’opera Fragile”. Per lui anche un week-end a Londra, offerto degli Amici di Ron.

Secondo classificato Nicola Cordioli, terza è giunta Milena Cicatiello. Quarto posto per Agostina Spagnuolo, Antonella Damato, Chiara Marinoni, Donatella Nardin, Rosanna Cracco e Stefano Magnani. Menzione di merito per Carmelo Loddo, Consuelo Ziggiotto, Giorgio Cavalli, Giulia Molino e Giuseppe Leccardi.

La sezione Monologo teatrale la cui giuria è stata presieduta da Fabrizio De Giovanni e composta da Maria Chiara Di Marco, Jessica Polsky e Pasquale Quaglia, ha valutato invece 29 opere e premiato Marco Bottoni primo classificato, seguito da Cinzia Pachioli.

Nella sezione del premio dedicata alla Videopoesia, la giuria è stata presieduta da Nunzio Buono e composta da Stefania Salardi, Grazia Romanoni e Fabio Amato. A loro il compito di passare in rassegna 19 opere. Primo posto conferito a Emanuele Tesser, seconda Serena Manzone seguita da Patrizia Stefanelli.

Nel corso dell’evento è stata consegnata una targa alla carriera letteraria “Per l’impegno e la passione nella ricerca poetica” alla poetessa Ninnj Di Stefano Busà ed al poeta cav. Hafez Haidar.

A fare da cornice all’evento, una serie di performance artistiche molto apprezzate dal pubblico curate dal Direttore Artistico Fabrizio Lello: dall’Accademia Giuditta Pasta presieduta da Roberta Di Febo, gli insegnanti Consuelo Gilardoni (arpa e voce) e Daisy Citterio (flauto traverso); Luca Campioni (violino). Reading e interpretazioni delle opere realizzati da Luca Forlani, attore iscritto all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Roma. Regia video a cura di Gianni Vacca Wall Screen Video (Svizzera). Per maggiori informazioni www.premiodipoesia.it

 

 

 

Il Bosco di Attilio Stocchi, per “Muse a Milano”: Poesia degli Apici in risonanza

Nel Dialogo fra Apici
L’Alta Fonte, al Bosco:

Sono e non sono/
Corona di fuoco/
Del Nostro Oro/
Aspettati d’udire un grande fragore, / ma tu dì di nuovo: “Silenzio! Silenzio! Sono un astro che procede con voi e che splende dall’abisso” /.
Odimi, ascolta me: / stelle pentagrammate / duplice corpo /respiro ardente/.

Origine prima di mia origine, principio del mio primo principio, / del soffio primo in me/.
Mescolanza delle mescolanze in me/ primo del fuoco primo in me,/ Acqua/ prima dell’Acqua in me./
Corpo perfetto di me, braccio onorato/.
Soffio di Luce, /gioia del Fuoco, / Radice/.
Bello di luce / che nella Luce hai la vita.

(Gran Papiro Magico di Parigi – PMG IV:
Introitos; Logos. I, II, III; Sec. Istruz; Logos Invocatorio –
22 frammenti da me scelti e disposti a mosaico, e allo specchio –
INTERNO)*

Oltre le cime il respiro è un lembo di sole. Alle radici ne s’incarna il riverbero: è freddo, è rosso, s’invola e ricade sulla densità permeata della notte.
Assorbi ed ascolti la Visione, sei palpito e silenzio: per le lesene agli estremi tu frani dove la luce è radente, e negata, nera di flussi e reflussi a ferire d’estasi, dentro la polpa della pietra; e al fulcro della Sala rivivi, tu guardi fiottare la magnificenza: midollo perenne colore dell’Oceano, caldo come il fuoco, t’affonda la voce, e muto la serra al suo proprio fulgore, risuona, si strappa via dalla terra ad evocare l’Assoluto.
E’ un grandioso Dialogo fra Apici – entro la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano -, la prodigiosa installazione de Muse”, edificata dall’Archistar Attilio Stocchi per accogliere ed amplificare la coinvolgente Esposizione di cui è parte integrante, Muse a Milano – Accoppiamenti giudiziosi”, curata da Paolo Biscottini, Fulvio Irace e Stefano Zuffi, e promossa dal Comune di Milano – Sezione Cultura e dall’Associazione MuseoCity, nell’avvalorare l’inestimabile patrimonio museale della città. Da rivivere fino al 1 Maggio 2017, già sinfoniale avvio anagogico della Prima edizione di MuseoCity (3 – 5 Marzo 2017, con Logo rosso disegnato da Italo Lupi) – con oltre settanta sedi storiche e d’Arte milanesi a raggera a concertare i battiti di un ideale unico Museo diffuso milanese -, “Muse a Milano” e il suo ieratico Bosco ne raccontano il senso, e dei percorsi compiuti gli Apici sfiorati, la memoria, Mnémè, per custodirli; in un respiro, nel tempo interno, dentro e oltre la figura etimologica schiusa dalla triade di parole che correntemente pronunciamo ‘Muse-Museo-Mosaico’, che rinasce da se stessa, ed in circonvoluzione fra “poli limite” (Warbourg, Mnemosyne. BilderatlasAtlante della Memoria. – Versione Daedalus, Intro) dov’è simbolo, pathos, VITA, il sentimento della forma, marea, è “con leggerezza” che entriamo nella perennità.
Dentro al flusso d’Opere d’Arte concatenate per analogia e bellezza (selezionate con la collaborazione di Leonardo Tarchiani), e al di là d’un intento docetico generate dai nove schermi ad incarnare il talento d’ognuna delle nove Muse – figlie di Mnemosyne, divinità motore della creatività umana -, per celebrare nel Canto corale (“DNA 9 Muse” è di Vincenzo Simmarano) l’unicità d’un Percorso, siamo colti al buio in dialogo anche noi, con noi stessi: fra “profondità improvvise” (Paolo Biscottini) e vuoti strazianti annidati nella luce, nel tempo sommerso, all’interno del “perimetro delicato e intangibile” dello “spazio ferocemente evocativo” (Anna Foppiano, Critico d’Architettura) di una Sala com’è visibile profondamente segnata, sfondata e ricostruita dopo il bombardamento del ‘43, lo Spazio adesso si apre, è deiscente, è il “Bosco delle Musedi Attilio Stocchi: architettura suprema degli Apici in risonanza.
Nel progetto d’installazione realizzato con Laura Crespi, Giulia Maculan, e con la collaborazione di Giada Mascherin, responsabile lavori Enrico Prato, il “Bosco delle Muse” nella Sala delle Cariatidi del Mūseóon (dal gr. Mūseóon, der. di Mûsa; propr. luogo sacro alle Muse) di Palazzo Reale a Milano, è “Materia che sta per nascere” (Attilio Stocchi in Favilla – Diffracte, II – P.zza San Fedele a Milano, 2015) e memoria viva di ciò che è stato.
Nel circolo vitale e ermeneutico che fra gli Apici aprendosi ti serra in sé, diventa il solo unico orizzonte: non esistono derive direzionali, soltanto perenne vibrare in un respiro come se tu fossi perduto nello stesso giogo che perdura e lega alla sua conchiglia, l’interminabile riverbero, come un lembo di vita.

 

E il Bosco, – come riverbero, all’Alta Fonte -, di se stesso:
“Quest’è ‘l principio, quest’è la favilla/
che si dilata in fiamma poi vivace,/
E, come stella in cielo, in me scintilla/”
(Dante Alighieri, Par. XXIV, vv.145-147; in Favilla di Attilio Stocchi – P.zza San Fedele a Milano, 2015 – INVOLUCRO ESTERNO)

Sono e non sono/ Corona di fuoco/ Del Nostro Oro/” (PMG IV, cit. all’Incipit):
E arriva ancora un’onda, è viola, è rossa, e non puoi che sfociare.
Si apre in ardenze e in spasimo si serra, la conformazione diaframmatica della Sala: un respiro, ed è notte.
Nel Dialogo fra Apici, misuri e ascolti la Visione: “plenum e forma”, diallelo, è ”dialettica generativa che si accende nella polarità”; è Struttura-limite, nel suscitare dentro l’illimitato. Ѐ marea, perché tu sei di fuoco.
Dal fulcro sommerso del Bosco che irradiandosi trasmuta, convogliato alle cime lo sguardo estasiato percorre il contorno dell’ovale della Volta, lume perimetrale che disegna e reifica nel buio una forma, un anelito, un concetto, l’Alto interlocutore attraverso il quale idealmente ci stiamo inondando; per intima corrispondenza e in contrappunto – come l’Artefice ha desiderato -, la circonferenza alle radici del “Bosco delle Muse” è simultaneamente segnata, e attorno a noi si svela e rivela a se stessa, ordine supremo di un Luogo geometrico segreto che aprendosi si chiude, e contraendosi si apre, confine occulto/manifesto, sovradimensionale, pervasivo, nel flusso dinamico e contingente, vitale della Sala: nella Sala delle Cariatidi, Attilio Stocchi ha edificato una ellisse in risonanza i cui fuochi matematici ed emozionali, amplificati per proiezione e come emanati alla Volta per ‘evocazione strutturale’, nel reciproco e modulare infiammarsi (da qui, “che si dilata in fiamma”, Par. XXIV, v. 146, cit.), raccontano d’Apici, di distanze, di prossimità a cui dissetarsi, aprono a un divenire anche architettonico: nel “puro vibrare” d’un “contatto con il tempo” (dialettica ritmica generativa a configurare la Pathosformel, nel dedalo di Warbourg, Mnemosyne, cit.) attraverso il quale adesso la temporalità anche dove lacerata, non ha più fratture, sono due lumi di cui la Forma intera e suprema del Bosco si avvale nel dilatare tanta magnificenza. Nell’incarnare ancora la Vita.
Al fiat lux (Gn. 1, 3, in Favilla di Attilio Stocchi, 2015), come allora, nel ricordo, non puoi che tornare: riverbero carminio, riverbero scarlatto. Oltre le cime, nel tuo stesso respiro.

Misuri e assorbi la Visione: sei fuoco di una struttura pervasiva inserita nello Spazio con misura, sulle proporzioni 8/3 cosicché ai “40,00 metri di lunghezza per 15,00 metri di larghezza [del]la Sala delle Cariatidi, [corrispondano armonicamente con] 22,40 metri di lunghezza per 8,40 metri di larghezza, gli assi dell’ellissi” (Anna Foppiano, per “Muse a Milano”, 2017); e sei remoto, equidistante da te stesso, tanto quanto trepidando ti appartieni.
L’Ellisse – dal greco ἔλλειψις, ‘mancanza’ – messa in Opera da Attilio Stocchi per “Muse a Milano”, per sua canonica conformazione duplice sorgente di forma statico dinamica, iato e divenire, è nel Bosco orbita al suolo ad imperniare il fulcro della partitura geometrica della Volta, principio sostanziale nel Dialogo architettonico fra Apici in risonanza, e sua propria emanazione; è il Segno di quella prossimità nella distanza attraverso la quale la risonanza è appartenenza, misura e ritmo di se stessa.
Ordine del caos” (Attilio Stocchi in Favilla, Diffracte, II – Piazza San Fedele in Milano, 2015), contrazione e generazione di spazi, l’Ellisse è adesso con il suo “Bosco delle Muse”, nella Sala delle Cariatidi del Mūseóon di Palazzo Reale a Milano, forma pregnante di semiotica, potente connotazione: simbolo eminente a rappresentare “ il mondo naturale” – laddove “Natura è materia vivente: memoria e torsione/tensione” (Attilio Stocchi e Gualtiero Oberti, per Domus n. 974, 2013) -, anelito e rigenerazione, oltre le ferite strutturali della Sala, qui, adesso, prende la sostanza inestimabile di un respiro.
Celati ora i perimetri, nera la Sala, e tace il primo suono; si eleva il flutto del Bosco, si schiude l’astro della Volta in marea sizigiale, ed è l’Assoluto.

 

Mescolanza delle mescolanze in me/ primo del fuoco primo in me, / Acqua/ prima dell’Acqua in me” (PMG IV, cit. Incipit):
Dentro alla sostanza, le distanze diramano radici.
Struttura di luce negata, allora in occulto alla sua base sussiste.
Orbita al suolo che vedi riemergere adesso dal buio, Forma di vita, l’ellisse si rivela limite e fondamenta di un’Opera architettonica: da signum si eleva in dimensio-Dimensione, quindi in misura, e fusa in due tonalità si amplifica la temperatura del colore; dal suo bacino bluverde (Ral 5020, blu oceano), ”la luce esce da dentro come onda” (Attilio Stocchi in Favilla, Diffracte, II – Piazza San Fedele in Milano, 2015) ed equivale ad un grandioso asse ideale il tripudio strutturale che si impernia al centro del grande soffitto a volta, fulcro, a sua volta, della partitura geometrica della Sala; 1288 steli metallici bianchi (Ral 9018, bianco papiro) piantati lungo ed all’interno del suo perimetro s’irradiano come un’iconostasi, fiamma sacrale nell’alchimia che oramai empie gli Spazi: il Bosco delle Muse” edificato da Attilio Stocchi, Apice terreno contingente, è un bosco di Papiri – midollo perenne – ovvero adesso, attraverso “Muse a Milano”, l’anima immacolata di quella lacunosa sostanziale realtà costitutiva che rende manifesta, commovente, indelebile, la sontuosa memoria storica della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale. Ogni suo stelo in risonanza, nell’addizione empatico/emozionale e razionale, è come un “filamento della memoria culturale […] di cui sono principio le Pathosformeln, [o Formule di pathos, e] il telos che ne prefigura lo sviluppo dal mito” (nel seguitare a ripercorrere l’iter di A. Warbourg. In Mnemosyne. Bilderatlas – Atlante della Memoria, cit.), pura coscienza mnemica di se stesso.
E’ traccia umana, ogni stelo, linea guida nel ricercare i Segni propri dell’Artefice, quelle Strutture sue profonde d’immagini che sono purezza, sono testimonianza. Che aprono gli spazi alla vita. Per acume intellettuale, prescienza, per pensiero analitico e analogico, edificate, nel consueto accordare, suo, discipline ed ambiti differenti; e per la radice etimologica, la storia da cui si dipartono e ramificano. Sono porte d’accesso alla vastità: ancestrale risonanza che diventa battito architettonico, laddove memoria è ancora Natura, ovvero materia metamorfica, lume, fonte da custodire.

Grondano via la notte dalle membra, le quaranta Cariatidi del Callani, propaggini grevi pur superbe sotto al peso che le stigmatizza antiche donne di Karya, impetrate a vegliare l’organismo della Sala; irraggiate dalla base, al tumulto affiorano ormai, sono come fiaccole. Traboccano di luce i loro volti erosi, o sfondati e perduti in un ascolto perenne e sconfinato, nel riverbero del Bosco.

Si apre in suono l’Architettura, in distanze, in respiro: svelato delle statue il ritmo celato/rivelato entro le traiettorie esplicite dello spazio, e lasciati diramare nel riflesso i loro corpi vividi d’ardenze a stormire ad infinitum con il Bosco, nel riverbero che li affonda, al di là della superficie degli specchi della Sala; e al contempo rivelata la morfologia del pavimento ai nostri piedi, che “gorgoglia di navicelle azzurre” perché “l’infinito ci aspetta e il mare […] ” (Attilio Stocchi in Favilla, Diffracte, II – Piazza San Fedele in Milano, 2015), non è che la sacra fonte – Castalia – delle Muse.
Costruita dall’Artefice come Luogo di 9 “stanze” esagonali accostate come grandi tessere di mosaico (dal gr. musaikòn e nel lat. opus musivum: ‘opera degna delle/creata dalle Muse’), e cristallizzata nel conformarsi proskḗnion, la fonte sacra si delinea Luogo architettonico per la Visione, theáomai: ognuna delle 9 dee protettrici delle Arti, dai 9 monitor in sincronia del Bosco, apre la Rappresentazione di “Muse a Milano – Accoppiamenti giudiziosi”, identificata nel conformarsi attraverso il volto d’un personaggio milanese che la propria essenza creativa, nel suo medesimo ambito artistico, ha riversato da se stesso: dallo snodo, Calliope (la – bella voce – scrivente; Indro Montanelli), Urania (la trascendente/celeste; Carlo Maria Martini), Euterpe (la rallegrante; Dario Fo), Tersicore (la danzante/volteggiante; Carla Fracci), Melpomene (la cantante; Giorgio Gaber), Clio (la glorificante; Carlo Emilio Gadda), Erato (la desiderante; Alda Merini), Polimnia (la inneggiante; Eugenio Montale), Talia (la fiorente/festante; Franca Sozzani), generate da Mnemosyne, Mnémè, la nostra memoria.
Ad ogni Musa la propria ‘duplice’ identità d’Arte, ad ognuna una “stanza” da cui vibrare fra gli steli vividi del Bosco: fasce coinvolgenti di risonanza, piani dinamici, per un’intersoggettività costruita e alimentata. Dov’è memoria culturale, e patrimonio e radice, ed emozione, ci sono i colori: dai 9 schermi le immagini concatenate in percorsi ed in racconti si diramano in modo che ognuno di noi “come in un caleidoscopio, riveda e riviva Opere note o ignote, che, prendendolo per mano, lo invitino ad un percorso immaginifico” (Paolo Biscottini, Curatore per “Muse a Milano – accoppiamenti giudiziosi”, 2017). Il sovra senso di MuseoCity, la trasversalità di cui si avvale la Rappresentazione: dai Luoghi d’Arte di Milano la luce, come se abitassimo un cristallo; e un Bosco ad orchestrarli, dentro e oltre agli spettatori, per “mostrar loro l’arcobaleno” (Attilio Stocchi, Favilla, IV Refracte – Stasimo. Piazza San Fedele in Milano, 2015).
Nel “trasformare i musei in piazze reali” (Corriere della Sera, n. 46 del 24 Febbraio 2017, p.15, Articolo d’avvio a MuseoCity) da riscoprire inestimabili, e sempre prossime, perennemente in divenire. E nell’edificare una coscienza culturale e sociale che abbia cura e consapevolezza di se stessa.
Un organico “museo totale milanese” (Anna Foppiano, Critico d’Architettura) nella Memoria dell’acqua e della terra, trasfigurato entro quel “Bosco delle Muse” che per consustanzialità poetica e per magnificenza, già lo prefigura. Dal mondo naturale al mondo minerale – nell’ellisse, alla base, l’esagono – e di nuovo “[…] dalla preziosità serafica del cristallo minerale, dall’organicità vegetale di un albero che cresce” (ne La Stampa, del 17 Gennaio 2017, per “Vermiglia” di Attilio Stocchi, Palazzo Reale, Cortile d’Onore, dall’11 Aprile al 12 Settembre 2016).
Mescolanza delle mescolanze” (PMG IV, cit. Incipit), ovvero Natura. Perenne dialogo fra Apici che compenetrandosi conformano se stessi.

 

Principio del mio primo principio, / del soffio primo in me” (l’Alta Fonte – PMG IV, cit. all’Incipit)
Quest’è ‘l principio, quest’è la favilla che si dilata in fiamma” (il BoscoPar. XXIV, vv.145-146 ,in Favilla, cit. all’Incipit):

Oltre le cime il respiro è un lembo di sole. E’ risonanza che si apre, fuoco, vettore di orientamento, polarità che c’indìa, anemos, nel diallelo organico e formale degli spazi, quando l’Architettura è davvero valore: così il “Bosco delle Muse” di Attilio Stocchi, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano. Il nostro sguardo estasiato convogliato dall’Artefice all’ovale rosso della Volta è come il giunco vago, immateriale, che al formale e strutturale si somma, lembo costituente nel portare anch’esso alla sommità: parte integrante dell’Opera, favilla, nel tripudio svelato.
Nell’ascesa, lo vedi che “l’altezza degli steli/papiri/piante aumenta dal centro verso l’esterno, pilotando lo sguardo di chi guarda in direzione della grande volta ellittica, su cui vengono proiettati dettagli fuori scale delle opere – atlanti di nuovi possibili cieli” (Anna Foppiano, per “Muse a Milano”), dentro ed oltre le sommità d’Arte di Milano.
Coordinate fitte di Visione, nel ritmo interno d’una temporalità strutturale che eternandosi se le porta via.

 

Sub – Apud; Acqua e Fuoco. Quando l’hai vista prorompere al sole: impeto trasceso in levità rovente. In una nuvola la nostra Milano, ‘La città che sale’ (Il Lavoro, Umberto Boccioni, 1910, Moma di N.Y – reintitolato dal Marinetti), è irradiata, condensata, raccontata in quanto soffio vitale – anemos – Identità e atmosfera, centro propulsore, nel primo Padiglione Milano: è con “Vermiglia” (2016) che Attilio Stocchi a Palazzo Reale ha elevato una nuvola rossa sospesa sul Cortile d’Onore e ad esso radicata con otto tronchi/pilastri, in occasione della XXI Esposizione Internazionale della Triennale, per “sentire il battito della vita della città” in concomitanza con il Centenario della morte di Boccioni.
Per gradi d’infittimento strutturale progressivo, fino al puro coinvolgimento, al pathos della Forma: strati di fibre salde sussurrate, che dell’acciaio non portavano il peso; sinfonia interna, “Stati d’animo”, nel dar suono e la voce alla laboriosità milanese, al pensiero applicato e tramandato, memoria da celebrare. Densità svelata, nel “vermiglio, che è il colore della carne, ed è anche il colore dello sforzo, della fatica, del Labor”, un pregnante Labor After Labor – omaggio alla Cultura del Lavoro -, tema stesso della XXIT, avvalorato dell’Assessorato alle Politiche per il Lavoro del Comune di Milano, che ha sostenuto il Progetto. E colore del suo stesso nome, “Vermiglia” (dal lat. vermicŭlus, che etimologicamente rimanda all’insetto omottero da cui è tratta la tonalità), come un afflato rosso di materia viva, come un respiro che è appena stato esalato e non si basta, vuole non disperdersi ma strutturarsi.
Nell’ascesa l’ “horse power”, possanza, in quanto “Architettura animale, nata dal soffio vitale, l’anemos” (nel seguitare a ripercorrere per fasce tematiche quel Lavoro di ricerca anche etimologica attraverso il quale alla Forma è giunto l’Artefice, Attilio Stocchi per “Vermiglia”, 2016), ovvero dall’anima vibrante del cavallo dipinto in primo piano, colto dall’alto nella propria antitetica, evanescente veemenza, dal Maestro Boccioni: perno del dipinto, corpo rosso incontenibile fra cantieri e impalcature, spirito e sforzo vermiglio de La città che sale.
Ed oltre ancora, la verticalità profonda che apre in sé la Visione: quando ormai da “Vermiglia” già s’intravedeva alla cuspide ruotare nel vento l’effige dell’Arcangelo Michele, nidi modulari di ombre piovute nella luce, battito, fiato, come se non esistesse divario fra noi e la struttura in alto, come se quasi se ne potesse spostare le fibre ad ogni proprio respiro; quel senso di prossimità incomputabile, empatia di Forma, quella “Coscienza della distanza, che è puro vibrare” (Dentro al vasto concetto di aisthesis, dedalo da sciogliere in A. Warbourg, in Mnemosyne. Bilderatlas, cit.), e che apre in sé della misura il riverbero, il calore, la testimonianza.
Oltre le “Stratificazioni/nembi/Cieli” (Attilio Stocchi per Vermiglia, 2017) che in numero di sette erano innervati alle cime dai tubolari d’acciaio color vermiglio, un lembo di sole: irradiato di luce la sera a quei rintocchi dall’Artefice – e di sette ordini in egual misura la sua scansione verticale in laterizi -, il Campanile di San Gottardo in Corte, parte integrante di “Vermiglia”; risonanza della Visione, giunco in cielo, vettore, com’è adesso il nostro sguardo che sale e che piove dalla Volta al “Bosco delle Muse”.
Era lembo rosso costituente, anelito, “principio del […] primo principio, del soffio primo” (PMG IV – l’Alta Fonte, cit. all’Incipit), nel diallelo architettonico: Apice d’un Apice. Distanza fisica di un Padiglione/Nuvola temporaneo, da se stesso – Sub -, ed il coinvolgimento, la coscienza interna che gli è stata infusa di cuore perpetuandolo – Apud -, nell’avvicinarlo.

 

Super – Intra; Aria e Terra. Puro vibrare, dentro al divario che dirama, fra le Radici pregne del Bosco, e l’Alta Fonte che dilaga. Nel tempo sospeso in Divenire – di cui il diapason perimetrale, l’Ellisse, è ritmica, arcana manifestazione – è un “cerchio magico [ove anch’ella è] duale come il giorno e la notte, il sole e la luna” (Antonella Ranaldi, in Umbracula e i due Savi di Fausto Melotti, Corraini Ed., 2016, p. 23; ove il progetto del Padiglione Umbracula è di Attilio Stocchi) quello spazio estesico, ancestrale, solenne, che è la Rappresentazione: in “Muse a Milano”, i nove alvei bluverdi neon pulsanti ai nostri piedi (le “Stanze” esagonali) – come trasfusi dagli schermi ormai densi di colori e di racconti, che dai due alvei opposti del perimetro ellittico in afflati tematici già s’irradiano all’Apice -, dal fulcro ovale della Volta stessa traggono a loro volta linfa e modulazione.
Una struttura narrativa maestosa e conturbante, per immagini e per Architetture, dove il canonico quadrato semiotico (Greimas 1966), se applicato per suggestione al flusso d’energia e di vettori dell’intera Visione che si ha dal centro del Bosco, è un rombo alchemico ruotato, ovvero in divenire, per sua stessa ragion d’essere; come una gemma, un adamas, un diamante (Paracelso, in ed. 1981; simbolo radice in tutti i tempi e le religioni, senso di coscienza collettiva, “Corpo d’oro, astrale” o “Corona di fuoco”, cit. all’incipit nel PMG IV, che unisce Aria e Terra ad Acqua e Fuoco): è geometria del coinvolgimento.
Architettura suprema degli Apici in risonanza: dalle strutture magnifiche del “Bosco delle Muse” di Attilio Stocchi, là dov’era l’assenza, ovvero nell’ovale vacuo in cui L’Apoteosi di Hayez distrutta nel ’43 non narra più di sé, affiorano i nuovi cieli, Opere d’Arte fuori scala custodite in Milano, dettagli macroscopici di esse.
Le Muse e i loro Cieli, adempiuti in una matrice: attraverso “Muse a Milano – Accoppiamenti giudiziosi”, il loro è un dialogo con la contemporaneità, con la capacità sua di mutare prospettiva, di mettersi in gioco, d’interpretarsi.
Dal Parnaso di Appiani, tautologia commovente, alle analogie organiche della Scultura n.21 di Fausto Melotti, dalla Fondazione a lui intitolata di Via Randaccio in Milano; impulso vitale nel Mito, verità e colori nitidi, pieni, primari, bollenti – Bonalumi, Superficie rossa, del 1951 -, superfici di costruzione e decostruzione (Colombo, Strutturazione pulsante, Archivio d’Artista in Milano), come un alfabeto arcano che si conforma, emerge a noi e galleggia nel vuoto che ha dietro di sé. Nel pathos, il cosmo (Fontana, Concetto Spaziale, dal nostro Museo del Novecento), superfici di costruzione e decostruzione (Colombo, Strutturazione pulsante, Archivio d’Artista in Milano), vita che incombe da un Apice, laddove invece alle radici, nell’ignis centrum terrae del Bosco, le effigi sfaldate ma in pieno lume delle Cariatidi, ancora trepidano per un altro respiro.
Nel tempo dell’ellisse – con La Fine di Dio, dall’omonima serie di Fontana (Archivio Lucio Fontana a Milano) -, l’Assoluto d’Architetture e di Arte apre adesso risonanza, è un vasto orizzonte.
Quando “Tutti gli elementi messi in dialogo tra loro [dal Padiglione After/Umbracula] hanno costruito una sorta di porta sospesa tra passato e futuro, tra strutture preesistenti e interventi umani, in un’unica armoniosa architettura” (Claudio De Albertis, Presidente della Triennale di Milano), non si può che vibrare.

Due fuochi in pietra di Viggiù, e un’ellisse in proporzioni auree sopraelevata e la cui copertura a pergola è membrana trafitta da oltre 4300 fori, ognuno dei quali è osculum di timbrica differente, nidi per la luce; ellisse che sembra vegliare, conchiusa fra sette alberi armoniosi diramati in ali all’alto e alla distanza, avendone i cormi generata l’ombra e la misura dal principio, attraverso la loro stessa fibra. Ellisse, e il riverbero verde che lascia ancora di se stessa.
S’inspira alla lirica delle fronde, alla Sala delle Asse del Castello, oltreché alla suddetta serie di Fontana, la prima Installazione permanente in Milano di Attilio Stocchi, “Umbracula”, dal 16 Giugno 2016 aperta ad avvalorare quell’alveo riposto, al confine fra snodo e immaginazione, accanto alla testata curva del Palazzo della Triennale di Milano.
Fra un Ginkgo ed un Ippocastano il suo asse vitale di disposizione: misura della distanza e lembo alla vita; una soglia d’accesso ritmica, poderosa nella griglia metallica scura che le ombre e le foglie cadute hanno plasmato in tastiera, e il suono interno del colore, contrappunto attraverso il quale il rosso vino (Ral 3005) del pavimento trascende di giorno il diafano schermo del fronte ellittico argenteo strutturale, e affonda la notte, grisaille, indaco, a spegnersi oltre l’alveo della pergola chiusa, incrinata da brividi di luce, fra gli alberi viola. Il ritmo pervade tutta la struttura, che al contrario sembra domandare il silenzio; il Sentire sommesso ma vibrante che quasi la rarefà, è come se celasse un battito interno lento, intenso, un suono cupo, profondo, greve, prolungato, che non s’esprime con la dialogica cristallina della luce e delle fronde, ma che ne trae armonico conforto.
Segni di gioia e di Mestiere, di memoria, e commoventi, le piastre e i bulloni con cui l’Artefice ha assemblato le 78 lamiere della stupenda struttura, involucro formato da 24 spicchi calandrati e ricongiunti, “come le architetture in ferro dell’ingegneria ottocentesca (Attilio Stocchi, in Umbracula e i due Savi di Fausto Melotti, Corraini Ed., 2016, p. 80, cit.); laddove nondimeno per sua stessa composizione il Numero d’oro” (1,618) generato dall’Artefice nel conformare il rapporto aureo tra i due assi dell’ellisse del basamento e quelli dell’ellittica copertura a pergola, è suggello ancestrale della perennità naturale, divenire, logica suprema che solo ascende sovrana mentre si rinnova.
Fra una genesi e un epilogo come sospeso, nato dall’anemos, “Spugna: tra [mondo] vegetale e animale” (Attilio Stocchi, in Umbracula e i due Savi di Fausto Melotti, cit., p. 63, cit.), il Padiglione “Umbracula-After” è in effetti Progetto edificato sul fluidico Senso del divenire, sull’After dell’Architettura, sull’addizione all’esistente – in occasione della XXI Triennale, con l’apporto della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio di Milano, illuminate committenze -, culminato con la coinvolgente Mostra After, a cura di Antonella Ranaldi e Fulvio Irace, che ha permesso d’ammirare ed ‘interagire’ con due dei Savi del gruppo scultoreo La disputa dei Sette Savi di Atene, realizzato da Fausto Melotti tra 1960 e 1962. Dei prototipi di Costante uomo già esposti in precedenza in Triennale (nel 1936 e nel 1940), i due Savi posti di spalle l’uno all’altro, esposti con After, entro il nucleo delimitato/illimitato di “Umbracula”, hanno aperto una dimensione toccante nel modulo e nel tempo, nelle distanze: 10 i pilastri organici innalzati conseguentemente dall’Artefice Attilio Stocchi, a sorreggere la copertura/membrana del Padiglione, e nati all’origine da estrusioni della membrana stessa; 10, in modo che con i due Savi in Mostra generassero allora per addizione il numero originario della loro unità/totalità, 12, come al principio.
Una “poetica della distanza […] secondo le coordinate intra, super, sub, apud. Dentro, sopra sotto, vicino […] alla ricerca di una distanza armonica nella disputa immaginaria [che li vede interrogarsi sul] divenire, le metamorfosi organiche al trascorrere del tempo […] la possibile addizione, l’opera aperta […] nello spazio ideale” (Antonella Ranaldi, Ibidem, p. 24-27), con un “dialogo senza voce [ove] astratto, metafisico, classico diventano spigoli di un medesimo volume: una mescola che misura la coerenza, cioè la continuità e la pertinenza” (Fulvio Irace, in Umbracula e i due Savi di Fausto Melotti, cit., p. 44), come Apici ai confini impigliati nella magia infusa, coscienza interna, rivelazione vorticosa entro il fulcro d’ “Umbracula” di Attilio Stocchi.
Fra le loro enigmatiche, vulnerabili, pietrificate effigi, come argini ciechi – Alfa e Omega (merismo totale ripreso al di là dell’esegesi dal Canone, in Indro Montanelli – Calliope) – la vita unica che scorre.
Ferita dall’ombra la luce sembrava stremarsi, fra l’uno e l’altro apice, e poi sfolgorare ancora, per ”spegnersi in volo” (Da Attilio Stocchi, Favilla, Reflexe, III), eternamente.
La “coscienza della distanza” (A. Warbourg, in Mnemosyne. Atlante della Memoria, cit.) non è numero, non è struttura, è l’anima, tutta, che la riempie.

Nell’ombra d’un fiore si spegne la Volta (Jannis Kounellis, Rosa nera), si estingue il flutto del Bosco che ardeva con te alle cime. Ѐ una rivelazione l’alveo a mosaico edificato in basamento: soltanto materia, ma dentro al battito ha un fiato di vita.
Un Artefice grande è Attilio Stocchi, per le sensazioni che il suo lavoro riesce a suscitare. Che ‘vive e che muore’ nelle Sue coinvolgenti Architetture, nel suo incessante costruire, e che nel prossimo suo Spazio, già promesso, sussurrato nel Bosco, e atteso, rivivrà ancora. Per raccontare in Strutture la purezza, la meraviglia, il ricordo, le voci. La Poesia viva di quel giorno che tutti aspettiamo arrivare domani con l’alba, perché non l’abbiamo ancora vissuto.
Quattro battiti lascia di sé il perimetro d’ellisse; e le statue a quel fiato serrate sono perdute nel riverbero, come all’onda per sempre le conchiglie.
Oltre le cime il respiro, lembo rosso di sole.
Soltanto un respiro, ma è un lembo di vita.

Guarda le foglie, ascolta le foglie (Talia, la fiorente): da dove vengono i colori se non dal cuore che li ascolta. Palpito che non muore, nel nido rosso di fronde (Erato, la desiderante).
Guarda l’inverno: una sola foglia bianca perduta su di un ramo, così riflessa nell’onda che riposa, nel riverbero mesto che fa dell’oro un soffio viola, ti si rovescia Dentro, dove non sei che bambina (Tersicore, la danzante/volteggiante), purezza che trascolora nel tempo liquido che scorre, sotto il cielo che trabocca (Urania, la trascendente/celeste).
Dove vanno le case, le nuvole, i sogni, le barche, l’orizzonte, e i ponti d’argento dipinti per attraversarle (Clio, la glorificante). Nel sapore dell’acqua – memoria vivida – tu li ascolti scrosciare, dalla Volta li senti tornare, ti scorrono incontro.
Guarda l’Estate che ritorna: la cogli con le mani, calda come il sole. Ѐ il suggello di una vita, in un grumo di colore. Perché sei il cuore che perdi ad amare, che è sorto sulla tela, memoria vivida che corre come le nuvole sulla via (Calliope, la – bella voce – scrivente).
Affonda la città nera nell’acqua, che è già notte; senza fragore, delle forme cesellate se ne perde soltanto la scorza, la cromatica parvenza, il tenore. Ne riaffiora il respiro azzurro (Melpomene, la cantante), l’anelito irrorato di stelle, la risonanza che in cielo lo apre (Euterpe, la rallegrante). Colore nel colore, vita e dolore, memoria che ti corre incontro, e il cuore che perdi nel ritrovarla.

 

Giada Eva Elisa Tarantino
© Copyright

Attilio Stocchi, website:
http://www.attiliostocchi.it/

Visione dall’alto de “Muse”, ne La Repubblica (del 5 Marzo 2017):
http://video.repubblica.it/edizione/milano/muse-a-milano-l-installazione-che-omaggia-le-meraviglie-custodite-nei-musei/269483/269930
Ivi, a proposito di “Favilla” (2015):
http://www.livemilano.it/2015/06/21/favilla-di-attilio-stocchi-matrice-di-vita-alle-radici-di-ex_po/#
Ivi, a proposito di “Seme” (2013):

http://www.livemilano.it/2013/04/13/seme-seed-di-attilio-stocchi-fondamenta-di-luce-al-foscarini-spazio-brera-a-milano/
Ivi, a proposito di “Librocielo” (2012): http://www.livemilano.it/2012/04/22/librocielo-di-attilio-stocchi-milano-e-lume-patria-e-misura/#
Ivi, a proposito di “Cuorebosco” (2011): http://www.1channel.it/il-theatrum-naturae-di-attilio-stocchi-a-milano-allestisce-un-cuorebosco/

Ivi, a proposito di: “Vortice” (Attilio Stocchi, con Gualtiero Oberti. Dal 2006, in Piazza Cavour a Vaprio d’Adda); “Ex_ Po. Milano e la sua distanza” (2015 – in divenire. Progetto di land art in via d’edificazione, in mostra alla Triennale di Milano, dal 30 Gennaio al 22 Febbraio 2015); “Reame” (2014, Progetto effimero.duraturo per la riqualificazione dell’area pedonale di Piazza Castello a Milano, avviato in Sala Leonardo di Expo Gate dal 15 al 31 Luglio 2014, in mostra per Atelier Castello alla Triennale di Milano, 7 Novembre – 14 Dicembre 2014); “Lumen” (Attilio Stocchi con Gualtiero Oberti. 2009-2011, Piazza Giovanni Paolo II a Lumezzane, Bs); “Bulbo” (2007 – 2008, Attilio Stocchi con Gino Guarnieri. Galleria d’Arte, Milano); “SEME/Seed” (Saloni 2013, Foscarini Spazio Brera, a Milano); “Attesa” (2010, Installazione per il Padiglione Italia, XII Biennale di Venezia, Tesa delle Vergini); “Fuso” (2010, scultura/architettura per Venezia); “Lucegugliavoce– I “Dialoghi sull’amore” (2007 – primo evento della Rassegna pensata e diretta da Attilio Stocchi all’interno del progetto Domus vivendi, promosso dal Comune di Milano); “Fluxum” (2003, allestimento per la mostra “Acqua”, Palazzo Reale, Milano); ”Papilio” (1995, Progetto di riqualificazione di Borghetto Flaminio a Roma),
http://www.livemilano.it/2015/06/21/favilla-di-attilio-stocchi-matrice-di-vita-alle-radici-di-ex_po/#

 

 

* “Gran Papiro Magico/Grand Papyrus Magique de Paris” (PMG IV), Bibliothèque Nationale de France, IV Sec. Rituale mitraico [ivi, in contrappunto a Par. XXIV, vv.145-147].
Disposizione frammenti selezionati di Testo, e onomatopee del Canto:

Sono e non sono” (Pre Logos) // “Corona di fuoco” (IV Logos) // “Del Nostro Oro” [Logos Invocat.] //
Aspettati d’udire un grande fragore […] ma tu di’ di nuovo (Sec. Istr.): Silenzio! Silenzio! Sono un astro che procede con voi e che splende dall’abisso (OXYOXERTHUTH – II Logos)” //

Odimi, ascolta me” (III Logos) // : “stelle pentagrammate“ (II. Logos) // […], “duplice corpo” (tu, che dimori nel Fuoco PENPTERUNY – III Logos) // […], “respiro ardente” (PSYRYNEY) […]. “Origine prima di mia origine [AAEЀIOYO – Logos Invocat.] […], principio del mio primo principio [P P OO PHR] […] del soffio primo in me [M M M] […]; mescolanza delle mescolanze in me, primo del fuoco primo in me [ЀYЀIAEЀ] […] , Acqua […] prima dell’Acqua in me […] Corpo Perfetto di me, braccio onorato [… che hanno formato nel mondo oscuro e trasparente, inanimato e che venne animato YЀI AYI EYÒIE]” […].
Soffio di Luce” [AOI – III Logos], gioia del Fuoco [AILURE]” // […], “Radice [I Logos] […].
Bello di luce [AZAIAIÒNA] […] che nella luce hai la vita” [AIA IÒ (e)] “.

Poesia: pubblicati i nomi dei finalisti del Premio Poetico Nazionale dedicato a L. Ron Hubbard

Contrariamente alla tradizione delle passate edizioni, gli Amici di Ron hanno pubblicato preventivamente su premiodipoesia.it i nomi dei finalisti della IV edizione del premio di poesia che ha come tema “Vivo sul pianeta Terra”. Cerimonia prevista a Milano, palazzo Visconti, il prossimo 30 aprile 2017.

Milano,  12 aprile 2017  – “L’artista riveste un ruolo enorme nell’innalzamento della realtà di oggi e nella creazione di quella di domani – scriveva L. Ron Hubbard nel 1951”, a riferirlo è Renato Ongania, presidente del premio poetico nazionale dedicato allo scrittore statunitense e dal 2008 direttore dell’ufficio di rappresentanza italiano della Fondazione degli Amici di Ron. “Il sito è preso d’assalto, abbiamo superato i 100,000 visitatori annui con una media che si aggira intorno alle 600 persone al giorno. Buon segno, la poesia è viva e grazie a Internet sta conoscendo una nuova vita. I giurati anche quest’anno hanno fatto un lavoro encomiabile. Il loro impegno ci permetterà il prossimo 30 aprile di celebrare i migliori poeti inediti, e mantenere alto il valore della poesia, dando voce ai poeti, nello spirito della nostra iniziativa ed in continuazione a quanto fece L. Ron Hubbard per sostenere i giovani scrittori”.Palazzo-Visconti-Socrea-Sala-Visconti

“Anche quest’anno ho coordinato le varie giurie – afferma la scrittrice Donatella Rampado fondatrice in collaborazione con gli Amici di Ron del Premio Poetico – le tre sezioni del premio sommariamente ci hanno impegnato con 467 opere di cui 419 poesie inedite, 29 monologhi teatrali inediti e 19 video-poesie inedite. In questa quarta edizione mi ha colpito la declinazione artistica estetica ed originale in seno al tema proposto.”

Tra i giurati Maria Giovanna Bonaiuti, poetessa di Fermo vincitrice della primissima edizione, la poetessa Sara Rodolao madrin
a d’eccezione della IV edizione, il poeta Antonio Maglio presidente dell’associazione La Nuova Poesia di Formigine (Modena), Stefania Salardi speaker radio e giurato sin dalla prima edizione, il poeta

Nunzio Buono presidente della sezione video-poesia, la scrittrice Grazia Romanoni ed il poeta Fabio Amato, oltre a Fabrizio De Giovanni, Maria Chiara Di Marco e Jessica Polsky, nomi più che noti al mondo del teatro.

rodolfo-vettorello - Vincitore della III edizioneNew entry della giuria del premio, il vincitore della scorsa edizione per la sezione teatro, l’autore campano Pasquale Quaglia ed il concorrente che ha primeggiato nella sezione Poesia Inedita lo scorso 29 marzo 2016, il poeta Rodolfo Vettorello. Entrambi gli autori compariranno nell’antologia degli Amici di Ron “Alla ricerca della Verità”, che sarà presentata il 30 aprile a palazzo Visconti (Milano) parallelamente alla cerimonia di premiazione e declamazione delle opere che hanno primeggiato con il tema “Vivo sul pianeta Terra”, già votate e selezionate, ma che rimarranno segrete ancora qualche settimana.

 

 

 

 

PREMIO DONGHI 2017: Al via la terza edizione del concorso fotografico nazionale in collaborazione con la Libreria Hoepli

“Vivere con l’ARTE. BenESSERE in Condominio”

concorso fotografico nazionale (gratuito)

MILANO, 3 aprile 2017 – DONGHI–gestione immobili, forte del proprio ruolo come amministrazione di Immobili e Condomìni a Milano, rinnova per il terzo anno l’appuntamento con il ‘Premio Donghi’, concorso fotografico nazionale gratuito dedicato al tema “Vivere con l’ARTE. BenESSERE in Condominio” che si rivolge a professionisti, fotoamatori e dilettanti, a partire dai 18 anni, con residenza o domicilio lavorativo in Italia.

Il concorso si è aperto lo scorso 30 gennaio e si concluderà il 30 aprile 2017.

La terza edizione del Premio Donghi (www.donghi.eu) punta alla scoperta del mondo condominiale italiano attraverso le foto di opere d’Arte già presenti in qualche Condominio (sezione A) oppure di quelle che si vorrebbe fossero inserite come nuove proposte o fossero un utile suggerimento (sezione B) per abbellire gli spazi comuni degli stabili.

Il concorso si avvale di una Giuria ufficiale e di una Giuria popolare del web. La Giuria ufficiale, composta dal Presidente Nicola D’Amico – giornalista e saggista – e da fotografi professionisti: Giulio Cerocchi, Gloria Fenaroli e Antonio Schiavano, selezionerà le immagini meritevoli per la rilevanza tecnica ed artistica e decreterà il vincitore assoluto che si aggiudicherà un soggiorno in Italia per due persone.

La Giuria popolare del web invece decreterà il vincitore WEB per ogni sezione/album cliccando “mi piace” sulla foto preferita nei due  album sulla pagina Facebook: https://www.facebook.com/CristinaDonghiGestioneimmobili/ e riceverà una pergamena.

Tutte le foto entreranno a far parte del prestigioso catalogo interattivo del progetto, pubblicato online in lingua italiana, come già realizzato per le due edizioni precedenti.

Prestigioso e importante partner della terza edizione è la Libreria Hoepli, nel cuore di Milano in via Hoepli 5, MM Duomo, che ospiterà i tre appuntamenti gratuiti e aperti al pubblico:

  • Mostra collettiva “L’Arte in Condominio” dal 05.05.2017 al 26.05.2017 in cui saranno esposte le migliori immagini selezionate dalla Giuria ufficiale, con l’obiettivo di attrarre l’attenzione di tutti i cittadini sull’argomento;
  • Inaugurazione della Mostra, venerdì 05.05.2017 – ore 18 alla presenza di associazioni, enti, civili e, ospite d’onore, la Giuria ufficiale,  con brindisi di benvenuto per gli intervenuti ed estrazione tra i presenti di un cofanetto regalo – esperienza speciale tra benessere e gusto per due persone;
  • Cerimonia di Premiazione del Concorso Fotografico, giovedì 25.05.2017 – ore 18 e tavola rotonda “Il valore dell’ARTE in Condominio”; il programma dell’evento è visionabile sul sito donghi.eu.

Il concorso vuole essere una concreta occasione per confermare l’interesse di DONGHI nel promuovere la cultura, per innalzare la qualità dell’abitare, aumentare il comfort ed il valore patrimoniale degli immobili e sostenere la creatività degli artisti Made in Italy” afferma la Dott.ssa Cristina Donghi, ideatrice e organizzatrice del Premio Donghi.

 

THOMAS HELLER

Jam Session

a cura di Stefano Bianchi

dal 20 Febbraio 2017  al 31 Marzo 2017

Inaugurazione:  mercoledì, 1° Marzo 2017 dalle ore 18.00

 

Milano, 15 febbraio 2017 – ARTE IN HOTEL: Con la formula “Like It?” Buy It!” in collaborazione con l’Associazione Culturale Ponti x l’Arte, il FourPoints by Sheraton Milan Center ospiterà la personale diell’artista tedesco Thomas Heller. Con le sue opere pittoriche l’artista darà vita a un percorso visivo che coinvolgerà la Hall della Reception e il Ristorante Nectare.

“Dita nervose ghermiscono i tasti di un pianoforte, al punto da intrecciarsi e confondersi con essi. Percussioni, come colpi di frusta, si mettono a scandire ritmi bollenti. Un assolo di chitarra si trasforma in una spirale del suono. Ecco 3 esempi, estratti tutt’altro che a caso dallo spartito pittorico di Thomas Heller: una Jam Session dove ad avvicendarsi sono vibranti pennellate che equivalgono a improvvisazioni Jazz. E come sono Bebop, quei selvaggi cromatismi che sprigionano una nuova “pittura d’azione”… O che si raggrumano, fino a farsi materia espressionista. Se il sassofono è un erotizzante strumento che in Night Cafe azzarda i sinuosi movimenti di un serpente, la tastiera del pianoforte (paradossalmente sormontata da un pesce rosso) è surrealtà allo stato puro, mentre lo strumento del violoncellista cinese Yo-Yo Ma è sinonimo di leggerezza, di soffice contrappunto. Laddove invece è più nitida la forma (è il caso del contrabbasso di Bach) ecco che si materializza sinfonicamente la figura umana; ecco che va in scena la magia di colui che suona. 2 simboli, infine, sono imprescindibili nel dipingere di Thomas Heller. Se la mano è la quintessenza dell’energia, l’occhio è lo specchio dell’anima: che si tramuta, in questa coinvolgente jam session, in musica Soul” questo il commento del critico d’arte Stefano Bianchi dell’Associazione Culturale Ponti x l’Arte che cura l’esposizione.

Thomas Heller (Pirmasens, Germania, 1961) ha trascorso la prima parte della sua vita in Spagna, il luogo dove ha scoperto l’amore per l’arte iniziando a esprimersi attraverso la pittura e la scultura. Ai primi disegni d’impronta surrealistica, hanno fatto seguito nudi e ritratti. Dalla figurazione, è quindi passato all’astrattismo (“Il Quadro Blu”) per poi approdare a un mix di forme astratte, simboli e colori che coinvolgono elementi concreti (“Occhio in Occhio, Mano in Mano”). Heller ha frequentato varie accademie artistiche e stage di formazione: Circulo de Bellas Artes ed Escuela G. Aparicio (Madrid), Städelschule (Francoforte), Freie Kunstschule (Berlino), Scuola di Schultere (Svizzera), Scuola d’Incisione di Gigi Pedroli (Milano) e, più volte, la Sommerakademie di Salisburgo fondata da Oskar Kokoschka e frequentata da artisti contemporanei quali G. Eisler, E.Wagner, Zhou Brothers e Mohamed Abla.  Alcune fra le sue mostre personali si sono svolte presso Objektform (Wiesbaden), Galeria Reiser (Bad Bergzabern), Kulisse (Pirmasens), Allianz (Berlino), Notariato Giehl (Erlangen), Hotel Enterprise (Milano), Caffè Tommaseo (Trieste), Galleria Co61 (Taranto).  Insieme ad altri artisti, ha esposto al Castello di Certaldo Alto, in Toscana, e allo Studio D’Ars di Milano. Nel 2005 si è aggiudicato il Premio Montblanc di disegno; nel 2006 ha ideato e dipinto una scultura pubblicitaria per la fabbrica di scarpe più antica della Germania (Toro di Peter Kaiser), nonché l’etichetta per il Barolo dell’azienda vinicola piemontese Livia Fontana. Altre tappe artistiche: “Shoes For Ever” al Deutsches Schuhmuseum di Hauenstein (2012), “Flowers & Frogs” Ponti x l’Arte c/o Studio delli Ponti di Milano (2014), “Shoes For Ever Hanno un’anima le scarpe?” Museo della Calzatura Pietro Bertolini Seconda Scuderia del Castello di Vigevano (2014) e “Ink is the link: artist’s sketchboos” boutique Montblanc di Torino (2016).

La mostra si terrà presso:

FourPoints by Sheraton Milan Center

Via Gerolamo Cardano 1, Milano

Tel. 02 667461

Orari d’apertura: da lunedì a domenica, dalle 9 alle 23

Ingresso libero

www.fourpointsmilan.com/it

 

Thomas Heller (Pirmasens, Germania, 1961) ha trascorso la prima parte della sua vita in Spagna, il luogo dove ha scoperto l’amore per l’arte iniziando a esprimersi attraverso la pittura e la scultura. Ai primi disegni d’impronta surrealistica, hanno fatto seguito nudi e ritratti. Dalla figurazione, è quindi passato all’astrattismo (“Il Quadro Blu”) per poi approdare a un mix di forme astratte, simboli e colori che coinvolgono elementi concreti (“Occhio in Occhio, Mano in Mano”). Heller ha frequentato varie accademie artistiche e stage di formazione: Circulo de Bellas Artes ed Escuela G. Aparicio (Madrid), Städelschule (Francoforte), Freie Kunstschule (Berlino), Scuola di Schultere (Svizzera), Scuola d’Incisione di Gigi Pedroli (Milano) e, più volte, la Sommerakademie di Salisburgo fondata da Oskar Kokoschka e frequentata da artisti contemporanei quali G. Eisler, E.Wagner, Zhou Brothers e Mohamed Abla.  Alcune fra le sue mostre personali si sono svolte presso Objektform (Wiesbaden), Galeria Reiser (Bad Bergzabern), Kulisse (Pirmasens), Allianz (Berlino), Notariato Giehl (Erlangen), Hotel Enterprise (Milano), Caffè Tommaseo (Trieste), Galleria Co61 (Taranto).  Insieme ad altri artisti, ha esposto al Castello di Certaldo Alto, in Toscana, e allo Studio D’Ars di Milano. Nel 2005 si è aggiudicato il Premio Montblanc di disegno; nel 2006 ha ideato e dipinto una scultura pubblicitaria per la fabbrica di scarpe più antica della Germania (Toro di Peter Kaiser), nonché l’etichetta per il Barolo dell’azienda vinicola piemontese Livia Fontana. Altre tappe artistiche: “Shoes For Ever” al Deutsches Schuhmuseum di Hauenstein (2012), “Flowers & Frogs” Ponti x l’Arte c/o Studio delli Ponti di Milano (2014), “Shoes For Ever Hanno un’anima le scarpe?” Museo della Calzatura Pietro Bertolini Seconda Scuderia del Castello di Vigevano (2014) e “Ink is the link: artist’s sketchboos” boutique Montblanc di Torino (2016).

 

La mostra si terrà presso:

FourPoints by Sheraton Milan Center

Via Gerolamo Cardano 1, Milano

Tel. 02 667461

Orari d’apertura: da lunedì a domenica, dalle 9 alle 23

Ingresso libero

www.fourpointsmilan.com/it

 

Ponti x l’Arte (www.pomtixlarte.eu) è un’Associazione Culturale no-profit. Con il coinvolgimento diretto degli artisti, è il risultato di anni di passione e dedizione che ne fanno una realtà unica e versatile quanto a tematiche e allestimenti. Oltre a svolgere un’attività di “volontariato culturale” per promuovere lo studio, il recupero e la valorizzazione della bellezza delle arti, Ponti x l’Arte si prefigge di educare al Contemporaneo e sostenere l’attività di artisti ed enti benefici realizzando e promuovendo aste, mostre personali e collettive, anche in location inconsuete.

L’Arte orafa, vitale, del Maestro Giuliano Ottaviani: dalla linfa al suggello, nel Tempo liquido delle Forme

Giuliano Ottaviani

Duplice Personale del Maestro
Dal 31 Gennaio 2016
presso La Banque di Milano –
al 14 Gennaio 2017 con INowArt,
presso InArte Werkkunst Gallery

Suggestioni e ricordi di Percorso

Intervento di Giada Eva Elisa Tarantino

Breccia nella materia, è la fibra esperienziale a dar valore alla sostanza; tacito accordo, testimonianza, vibra di vita e una sorgente dona all’effigie che sembrava prosciugata.
L’energia vibrazionale del Maestro Giuliano Ottaviani è il lustro nel quale sono incastonate le forme, a loro volta colmate della linfa di sole che gli è stata infusa in oscure impronte o grafi, e resa suggello: orafo ed Artefice esimio di risonanza mondiale, cultore di una dinamica iconica possente e peculiare, mai autoreferenziale, cosmopolita, poetica ed intima nel suo manifestarsi, il Maestro Ottaviani persegue ed alimenta un dialogo denso fra ciò che scorre e ciò che permane, fra medium espressivi i più disparati da contaminare senza posa, fra la propria estensione plasmata da donare in quanto pura Arte e l’immanenza nostra da rivelare equorea, flusso cromatico mutevole nel quale rispecchiarsi.
Un ponte si erge sulla laguna, cara pulsante memoria; ed un ponte è l’afflato materico che lega l’aurea sostanza ed insolubile quale cera fusa delle superfici scultoree sospese, con i grevi virgulti umani e bruni del bronzo: metafisica della contingenza, alveo della vita, brandello di Verità.
Vegliano le forme sul mare verde e viola di Venezia, perse a meditare una scenografia che non si è mai compiuta; come vetroresina le onde lucide ne correlano i contorni, che s’infrangono dove grondano i colori: nella trasparenza dell’animo che si contempla, dove tutto è capovolto. Se ti tuffi è in cielo, non in acqua; ti slanci sui colori, e ti cadi in cuore. Nel fluido riflesso la sostanza si spoglia d’apparenza, e la luna è una carezza fatta ai simulacri consunti che s’inverano scindendosi al riverbero bianco. Poi sarà passato, ma domani è l’Ieri a respirare dietro a una maschera: battito atavico, ponte per la coscienza, tempo che scorre via rosso in tracce volatili: se non gli diamo valore muore in un lembo di volto.

Nelle prospettive cognitive del Maestro Ottaviani, l’Entaglement quantistico equivale al legame arcano e remoto ricercato fra i corpi dipinti o plasmati: come Quanti non sono scomponibili se non dal ricordo, e si ritrovano al di là della logica e dei sensi, colti in misteriosa risonanza mentre s’allontanano.
Le splendide e flessuose Indossatrici, armoniche e pervasive scale fra il sogno e il compimento, d’ogni distanza e passo anch’esse custodiscono le tracce, pur perdendosi in se stesse; una cinestetica silente ed immota fra di esse ed entro i flutti del Tempo, le fa vivere senza un respiro come fossero strumenti segreti a vibrare, e come ruderi di colonne serrati all’architrave vitreo dell’acqua e dell’Identità, con i piedi d’oro su una corda di luce.
Tacito accordo, testimonianza, breccia nella materia, a risuonare è la sorgente del Maestro, adamantina oltre l’apparenza, e voce che sembra di udire:
Dove corre la mia anima, io non ho peso, non esiste peso.
Quando andrò via, che cosa resterà di me? Delfino smarrito nell’onda dell’aria, scia di fuoco che solca la terra.
Guardami adesso, nel trionfo di colori che si sfalda in un nido di stelle intrecciato al mare: le mie mani che piovono sull’onda sono rondini di luce, ma come comete sembrano tornare all’arcobaleno così riflesse sull’acqua.
Via dall’oggi, via dal domani: se ti tuffi è in cielo, non in acqua; ti slanci sui colori, e ti cadi in cuore.
Ascolto il mio corpo, i battiti interni, le fibre dei muscoli, il ritmo interno che mi lega alla terra: tumulto e neve alle cime, magma e musica assordante, frammenti senza nome di un passato che veglia su di me, come quei ruderi coperti d’edera in cima alle scogliere, che ascoltano le onde.
Langue la Laguna, nel ricordo; comincia a vibrare là dove non posso più udirla. E come luna s’abbandona dove io stesso non ho più corpo.
Dove vado io non c’è un volto a definire l’Identità, e nemmeno un nome, né sulla mano il solco della vita; c’è la livrea del sogno che da bambino ho dimenticato d’esprimere. Lo scorgo adesso in ali d’oro che si librano dove più mi sento morire. Azzurro sentire, lo vesto di bronzo: ha il grembo d’avorio, come una madre. E muliebre, adorato si conforma, si stende rosso, Ieri, quando da uomo ho potuto plasmarlo.
Dove ci amiamo, io non trovo la pace; dove ci amiamo, là si posa la vita come il sole sull’acqua: gondola d’aurora, tesoro senza peso, come raggiungerla? E come toccarla, con queste mani di rondine.
Domani è l’inverno, e non posso migrare. Langue in volo la Laguna, se mi tocco in cuore, ad aspettare.

 

 

Giada Eva Elisa Tarantino

© Copyright Giada Eva Elisa Tarantino

Giuliano Ottaviani Website:
http://www.giuliano-ottaviani.it/gallery.html

 

 

 

‘Diario di un giovane architetto a ‘spasso’ per l’Europa’

Da venerdì 18 a domenica 20 novembre l’affascinante biblioteca della casa museo di via Gesù farà da cornice all’ esposizione del diario di viaggio e dei taccuini di disegni del giovane Pier Fausto Bagatti Valsecchi (Milano, 1886 – 1914) che nel 1911 intraprese il suo Grand Tour attraverso l’Europa. Il viaggiatore, figlio di Giuseppe Bagatti Valsecchi e Carolina Borromeo, da poco laureato ingegnere architetto; tra febbraio e agosto visitò la Spagna, il Portogallo, la Francia e l’Inghilterra documentando il viaggio in maniera puntuale tramite un diario recentemente ritrovato ed esposto per l’occasione. Parallelamente scattò fotografie e raffigurò dal vero dettagli decorativi, arredi ed edifici: nei suoi taccuini, il disegno appare lo strumento per impratichirsi con gli stili e la loro “grammatica”. Questi materiali, cosi come i volumetti del Baedeker – le guide assiduamente consultate da Pier Fausto per mettere a punto il proprio itinerario – restituiscono il profilo di una vicenda, in cui i libri, la scrittura, la pratica della fotografia e del disegno diventano inseparabili compagni di viaggio e contribuiscono a strutturarne uno straordinario senso.

Da venerdì 18 novembre a domenica 20 novembre 2016

Il Museo è aperto dalle ore 13 alle ore 17,45

Biglietto: intero 9 euro; ridotto 6 euro

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Lalla Romano è la prima protagonista femminile di Storie Milanesi

0.4 Lalla Romano anni 40Storie Milanesi, il progetto della Fondazione Adolfo Pini che – attraverso la piattaforma digitale storiemilanesi.org, consultabile in italiano e in inglese, che mette a circuito 15 case museo, atelier d’artista, studi di architetti e designer, dal 15 giugno si arricchisce della prima protagonista femminile: Lalla Romano.

Donna appassionata e colta, vissuta tra Torino e Milano, Lalla Romano fu pittrice e scrittrice, ma anche insegnante, traduttrice, critica d’arte.

Nasce nel 1906 in provincia di Cuneo. Dopo la laurea in lettere all’Università di Torino, entra nella scuola di pittura di Felice Casorati. Nel ’47 si trasferisce a Milano, smettendo di dipingere. Nel 1951 pubblica con Einaudi Le metamorfosi, seguiranno: Maria, La penombra che abbiamo attraversato, Le parole tra noi leggere (premio Strega 1969), Una giovinezza inventata, Nei mari estremi… Benché quasi cieca, continua a scrivere fino alla fine (Milano, 2001).

I critici (Carlo Bo, Calvino, Pasolini, Segre…) hanno indicato nei suoi scritti la ricerca della verità, evidenziando la struttura sperimentale della sua scrittura, la tensione fra classicità e modernità del suo stile, il rapporto costante fra vita e letteratura.

Nasce così un nuovo itinerario che si snoda all’interno di Brera, prendendo avvio dalla Fondazione Adolfo Pini, per poi attraversare il quartiere degli artisti fino alla casa-studio di Lalla Romano arrivando, poco più in là, alla Biblioteca Nazionale Braidense, dove dal 2014 è presente una sala a lei intitolata: la Sala Lalla Romano, che accoglie una parte di manoscritti, carteggi, volumi postillati, prime edizioni delle opere, dipinti, disegni, fotografie, e  alcuni mobili della scrittrice e pittrice, resi disponibili grazie al lavoro e alla dedizione di Antonio Ria.

“L’ingresso di Lalla Romano tra i protagonisti di Storie Milanesi arricchisce il progetto di una nuova storia e, con essa, di nuovi valori e frammenti in una grande tela che, personaggio dopo personaggio, ci porta a scoprire la straordinaria ricchezza e complessità della cultura milanese”, dichiara la curatrice Rosanna Pavoni.

Stella Ferro

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