14 luglio – 3 agosto 2025 – Fabbrica del vapore
Tra i volti, le storie e le energie che meglio incarnano l’idea di una Milano come “città che sale”, la figura di Elio Vittorini assume un significato emblematico. La sua vicenda personale e professionale testimonia quanto la città sia stata capace di accogliere e valorizzare il talento di chi, come lui, arrivava da lontano. Milano, per Vittorini, non fu solo un luogo geografico, ma un ambiente creativo, industriale e umano dove l’intellettuale poté esprimere pienamente la propria vocazione.
Siciliano di origine, Vittorini giunge per la prima volta a Milano nel 1933. Quel primo viaggio, da lui stesso ricordato come determinante, segna un punto di svolta:
«Se scriverò mai un’autobiografia, racconterò della grande importanza ch’ebbe per me quel viaggio a Milano. Ne tornai innamorato di luoghi e nomi, del mondo stesso, come ero stato altre volte solo nella mia infanzia»
(Elio Vittorini, Conversazioni in Sicilia, introduzione dell’autore, 1941).
Ma è nel 1939, quando si stabilisce definitivamente in città per lavorare con Arnoldo Mondadori, che il legame con Milano si fa profondo e permanente. In quegli anni Vittorini scrive:
«Anzitutto è città: quando ci si è dentro veramente si pensa che il mondo è coperto di case; e poi può capitare che si trovi della campagna in mezzo a un quartiere, che si trovi un posto con una chiesetta proprio da campo al margine; copre il mondo ed è piena del mondo, di tutte le possibilità naturali del mondo (tranne montagne, che detesto). Io non sarò più tranquillo se non saprò d’esserci là dentro, come milanese»
(da una lettera del 1939 a Cesare Pavese, in Lettere 1932–1943, a cura di Dante Isella, Einaudi, 1990).
A Milano rafforza la sua collaborazione con Mondadori – in particolare nell’ambito delle traduzioni – e avvia un duraturo rapporto con Valentino Bompiani, per il quale cura collane come “Corona” e soprattutto “Pantheon”, che nel 1942 ospita la celebre antologia Americana. Quest’ultima introduce in Italia alcuni tra i maggiori autori statunitensi contemporanei (Hemingway, Faulkner, Caldwell), diventando un punto di riferimento per la cultura italiana del dopoguerra.
Parallelamente, mantiene attivi legami con l’editore Einaudi di Torino, per il quale dirige nel biennio 1945–1946 la rivista Il Politecnico, laboratorio d’idee e punto d’incontro tra cultura, politica e società. Fino alla morte, nel febbraio del 1966, Vittorini svolge un lavoro febbrile: promuove e cura collane fondamentali come la “Medusa” per Mondadori e i “Gettoni” per Einaudi, oltre a fondare, insieme a Italo Calvino, Il Menabò, rivista che si pone all’avanguardia nella riflessione sul rapporto tra letteratura, comunicazione e società industriale.
Il contributo di Vittorini è duplice: è creativo e intellettuale, ma anche industriale e progettuale. Il suo lavoro si distingue per l’originalità e per il coraggio nella ricerca di forme nuove di comunicazione, con particolare attenzione al rapporto fra parola e immagine, fra testo e grafica.
Milano, in questo percorso, non è solo sfondo ma protagonista: luogo di stimolo continuo, fucina di idee, spazio aperto al confronto e alla trasformazione.
«Continuo a vivere, oggi, a Milano», dichiarava Vittorini in un’intervista a Lamberto Sechi pubblicata su Il Giorno nel 1961, «perché mi sembra possibile, qui e non altrove, in Italia, un’esistenza a livello moderno […]. Qui c’è la realtà del lavoro, la realtà della fabbrica, che non possiamo abolire dalla nostra immaginazione, se viviamo oggi…»
È questa la Milano che Vittorini ama: moderna, concreta, imperfetta ma viva. Una città che non smette mai di costruire – e di ricostruirsi – attraverso il lavoro, la cultura e l’incontro. Una “città che sale”, come l’ha definita Boccioni, capace di accogliere, ispirare, far crescere.












