Rubriche archiviate per: Mostre

L’Arte in Condominio

VENERDÍ 5 MAGGIO ALLE 18

INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA COLLETTIVA “ARTE IN CONDOMINIO”

PRESSO LA LIBRERIA HOEPLI DI MILANO

Milano, 4 maggio 2017 – Si terrà il prossimo 5 maggio alle 18 l’inaugurazione della mostra collettiva “Arte in Condominio” ideata e realizzata da DONGHI–gestioni immobili, che da 3 anni, attraverso un concorso fotografico nazionale gratuito, diffonde e tutela il benessere di tutte le persone che vivono e lavorano nei condomìni italiani.

Quest’anno il Premio Donghi promuove alcune iniziative culturali: primo fra tutti il concorso fotografico nazionale gratuito, quest’anno dedicato a “Vivere con l’ARTE. BenESSERE in Condominio” che ha chiuso le iscrizioni lo scorso 26 aprile e che si è rivolto a professionisti, fotoamatori e dilettanti, a partire da 18 anni, con residenza o domicilio lavorativo in Italia.

Il concorso vuole essere una concreta occasione per confermare l’interesse di DONGHI nel promuovere la cultura e innalzare la qualità dell’abitare, aumentare il comfort ed il valore patrimoniale degli immobili e sostenere la creatività degli artisti/e Made in Italy.

All’interno della prestigiosa Libreria Hoepli, nel cuore di Milano in via Hoepli 5, la mostra collettiva “l’Arte in Condominio” dal 05.05.2017 al 26.05.2017 vedrà esposte le immagini selezionate dalla Giuria Ufficiale che hanno partecipato al concorso fotografico, con l’obiettivo di attrarre l’attenzione di tutti i cittadini/e per una maggiore sensibilizzazione alla presenza dell’Arte in Condominio.

L’allestimento della mostra sarà curato insieme all’artista Gabriella Torri.

Interverranno Matteo Ulrico Hoepli, Consigliere d’Amministrazione di Hoepli Spa, Alga Rossi, Presidente Sezione Milano Distretto Nord-Ovest FIDAPA

BPW-Italy, Eleonora Tarantino, Presidente dell’Associazione Culturale Ponti x l’Arte, Nicola D’Amico, giornalista e saggista oltre che Presidente della Giuria Ufficiale, Giulio Cerocchi, professionista fotografo, Antonio Schiavano, professionista fotografo.

Seguirà un brindisi di benvenuto per gli ospiti.

E’ preferibile per i partecipanti  REGISTRARSI ON-LINE a questo link

Il Premio Donghi è realizzato con il sostegno della Libreria Hoepli, ed è patrocinato da più enti, tra cui: F.I.D.A.P.A. – B.P.W. ITALY, A.N.A.C.I. Milano, Associazione Culturale Biblioteca Famiglia Meneghina-Società del Giardino, Associazione Green City Italia, Associazione Garden Club Milano, Associazione Ikebana Ohara Chapter Milano, Consulta Femminile Interassociativa di Milano, con il sostegno di: F.I.D.A.P.A.-.B.P.W. ITALY Distretto NO-Sezione Milano, media partnership di: CasaFacile, Condominioweb, Fiori&Foglie-blog verde di Tgcom24, testata online del Gruppo Mediaset, Coolmag, media di settore: Foto Cult, e partner tecnico: Magogel, Azienda vitivinicola Guidi Fiorenzo, Il Centro della Copia, Bricocenter – Milano v.le Corsica, Associazione Ponti x l’arte.

 

 

Il Bosco di Attilio Stocchi, per “Muse a Milano”: Poesia degli Apici in risonanza

Nel Dialogo fra Apici
L’Alta Fonte, al Bosco:

Sono e non sono/
Corona di fuoco/
Del Nostro Oro/
Aspettati d’udire un grande fragore, / ma tu dì di nuovo: “Silenzio! Silenzio! Sono un astro che procede con voi e che splende dall’abisso” /.
Odimi, ascolta me: / stelle pentagrammate / duplice corpo /respiro ardente/.

Origine prima di mia origine, principio del mio primo principio, / del soffio primo in me/.
Mescolanza delle mescolanze in me/ primo del fuoco primo in me,/ Acqua/ prima dell’Acqua in me./
Corpo perfetto di me, braccio onorato/.
Soffio di Luce, /gioia del Fuoco, / Radice/.
Bello di luce / che nella Luce hai la vita.

(Gran Papiro Magico di Parigi – PMG IV:
Introitos; Logos. I, II, III; Sec. Istruz; Logos Invocatorio –
22 frammenti da me scelti e disposti a mosaico, e allo specchio –
INTERNO)*

Oltre le cime il respiro è un lembo di sole. Alle radici ne s’incarna il riverbero: è freddo, è rosso, s’invola e ricade sulla densità permeata della notte.
Assorbi ed ascolti la Visione, sei palpito e silenzio: per le lesene agli estremi tu frani dove la luce è radente, e negata, nera di flussi e reflussi a ferire d’estasi, dentro la polpa della pietra; e al fulcro della Sala rivivi, tu guardi fiottare la magnificenza: midollo perenne colore dell’Oceano, caldo come il fuoco, t’affonda la voce, e muto la serra al suo proprio fulgore, risuona, si strappa via dalla terra ad evocare l’Assoluto.
E’ un grandioso Dialogo fra Apici – entro la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano -, la prodigiosa installazione de Muse”, edificata dall’Archistar Attilio Stocchi per accogliere ed amplificare la coinvolgente Esposizione di cui è parte integrante, Muse a Milano – Accoppiamenti giudiziosi”, curata da Paolo Biscottini, Fulvio Irace e Stefano Zuffi, e promossa dal Comune di Milano – Sezione Cultura e dall’Associazione MuseoCity, nell’avvalorare l’inestimabile patrimonio museale della città. Da rivivere fino al 1 Maggio 2017, già sinfoniale avvio anagogico della Prima edizione di MuseoCity (3 – 5 Marzo 2017, con Logo rosso disegnato da Italo Lupi) – con oltre settanta sedi storiche e d’Arte milanesi a raggera a concertare i battiti di un ideale unico Museo diffuso milanese -, “Muse a Milano” e il suo ieratico Bosco ne raccontano il senso, e dei percorsi compiuti gli Apici sfiorati, la memoria, Mnémè, per custodirli; in un respiro, nel tempo interno, dentro e oltre la figura etimologica schiusa dalla triade di parole che correntemente pronunciamo ‘Muse-Museo-Mosaico’, che rinasce da se stessa, ed in circonvoluzione fra “poli limite” (Warbourg, Mnemosyne. BilderatlasAtlante della Memoria. – Versione Daedalus, Intro) dov’è simbolo, pathos, VITA, il sentimento della forma, marea, è “con leggerezza” che entriamo nella perennità.
Dentro al flusso d’Opere d’Arte concatenate per analogia e bellezza (selezionate con la collaborazione di Leonardo Tarchiani), e al di là d’un intento docetico generate dai nove schermi ad incarnare il talento d’ognuna delle nove Muse – figlie di Mnemosyne, divinità motore della creatività umana -, per celebrare nel Canto corale (“DNA 9 Muse” è di Vincenzo Simmarano) l’unicità d’un Percorso, siamo colti al buio in dialogo anche noi, con noi stessi: fra “profondità improvvise” (Paolo Biscottini) e vuoti strazianti annidati nella luce, nel tempo sommerso, all’interno del “perimetro delicato e intangibile” dello “spazio ferocemente evocativo” (Anna Foppiano, Critico d’Architettura) di una Sala com’è visibile profondamente segnata, sfondata e ricostruita dopo il bombardamento del ‘43, lo Spazio adesso si apre, è deiscente, è il “Bosco delle Musedi Attilio Stocchi: architettura suprema degli Apici in risonanza.
Nel progetto d’installazione realizzato con Laura Crespi, Giulia Maculan, e con la collaborazione di Giada Mascherin, responsabile lavori Enrico Prato, il “Bosco delle Muse” nella Sala delle Cariatidi del Mūseóon (dal gr. Mūseóon, der. di Mûsa; propr. luogo sacro alle Muse) di Palazzo Reale a Milano, è “Materia che sta per nascere” (Attilio Stocchi in Favilla – Diffracte, II – P.zza San Fedele a Milano, 2015) e memoria viva di ciò che è stato.
Nel circolo vitale e ermeneutico che fra gli Apici aprendosi ti serra in sé, diventa il solo unico orizzonte: non esistono derive direzionali, soltanto perenne vibrare in un respiro come se tu fossi perduto nello stesso giogo che perdura e lega alla sua conchiglia, l’interminabile riverbero, come un lembo di vita.

 

E il Bosco, – come riverbero, all’Alta Fonte -, di se stesso:
“Quest’è ‘l principio, quest’è la favilla/
che si dilata in fiamma poi vivace,/
E, come stella in cielo, in me scintilla/”
(Dante Alighieri, Par. XXIV, vv.145-147; in Favilla di Attilio Stocchi – P.zza San Fedele a Milano, 2015 – INVOLUCRO ESTERNO)

Sono e non sono/ Corona di fuoco/ Del Nostro Oro/” (PMG IV, cit. all’Incipit):
E arriva ancora un’onda, è viola, è rossa, e non puoi che sfociare.
Si apre in ardenze e in spasimo si serra, la conformazione diaframmatica della Sala: un respiro, ed è notte.
Nel Dialogo fra Apici, misuri e ascolti la Visione: “plenum e forma”, diallelo, è ”dialettica generativa che si accende nella polarità”; è Struttura-limite, nel suscitare dentro l’illimitato. Ѐ marea, perché tu sei di fuoco.
Dal fulcro sommerso del Bosco che irradiandosi trasmuta, convogliato alle cime lo sguardo estasiato percorre il contorno dell’ovale della Volta, lume perimetrale che disegna e reifica nel buio una forma, un anelito, un concetto, l’Alto interlocutore attraverso il quale idealmente ci stiamo inondando; per intima corrispondenza e in contrappunto – come l’Artefice ha desiderato -, la circonferenza alle radici del “Bosco delle Muse” è simultaneamente segnata, e attorno a noi si svela e rivela a se stessa, ordine supremo di un Luogo geometrico segreto che aprendosi si chiude, e contraendosi si apre, confine occulto/manifesto, sovradimensionale, pervasivo, nel flusso dinamico e contingente, vitale della Sala: nella Sala delle Cariatidi, Attilio Stocchi ha edificato una ellisse in risonanza i cui fuochi matematici ed emozionali, amplificati per proiezione e come emanati alla Volta per ‘evocazione strutturale’, nel reciproco e modulare infiammarsi (da qui, “che si dilata in fiamma”, Par. XXIV, v. 146, cit.), raccontano d’Apici, di distanze, di prossimità a cui dissetarsi, aprono a un divenire anche architettonico: nel “puro vibrare” d’un “contatto con il tempo” (dialettica ritmica generativa a configurare la Pathosformel, nel dedalo di Warbourg, Mnemosyne, cit.) attraverso il quale adesso la temporalità anche dove lacerata, non ha più fratture, sono due lumi di cui la Forma intera e suprema del Bosco si avvale nel dilatare tanta magnificenza. Nell’incarnare ancora la Vita.
Al fiat lux (Gn. 1, 3, in Favilla di Attilio Stocchi, 2015), come allora, nel ricordo, non puoi che tornare: riverbero carminio, riverbero scarlatto. Oltre le cime, nel tuo stesso respiro.

Misuri e assorbi la Visione: sei fuoco di una struttura pervasiva inserita nello Spazio con misura, sulle proporzioni 8/3 cosicché ai “40,00 metri di lunghezza per 15,00 metri di larghezza [del]la Sala delle Cariatidi, [corrispondano armonicamente con] 22,40 metri di lunghezza per 8,40 metri di larghezza, gli assi dell’ellissi” (Anna Foppiano, per “Muse a Milano”, 2017); e sei remoto, equidistante da te stesso, tanto quanto trepidando ti appartieni.
L’Ellisse – dal greco ἔλλειψις, ‘mancanza’ – messa in Opera da Attilio Stocchi per “Muse a Milano”, per sua canonica conformazione duplice sorgente di forma statico dinamica, iato e divenire, è nel Bosco orbita al suolo ad imperniare il fulcro della partitura geometrica della Volta, principio sostanziale nel Dialogo architettonico fra Apici in risonanza, e sua propria emanazione; è il Segno di quella prossimità nella distanza attraverso la quale la risonanza è appartenenza, misura e ritmo di se stessa.
Ordine del caos” (Attilio Stocchi in Favilla, Diffracte, II – Piazza San Fedele in Milano, 2015), contrazione e generazione di spazi, l’Ellisse è adesso con il suo “Bosco delle Muse”, nella Sala delle Cariatidi del Mūseóon di Palazzo Reale a Milano, forma pregnante di semiotica, potente connotazione: simbolo eminente a rappresentare “ il mondo naturale” – laddove “Natura è materia vivente: memoria e torsione/tensione” (Attilio Stocchi e Gualtiero Oberti, per Domus n. 974, 2013) -, anelito e rigenerazione, oltre le ferite strutturali della Sala, qui, adesso, prende la sostanza inestimabile di un respiro.
Celati ora i perimetri, nera la Sala, e tace il primo suono; si eleva il flutto del Bosco, si schiude l’astro della Volta in marea sizigiale, ed è l’Assoluto.

 

Mescolanza delle mescolanze in me/ primo del fuoco primo in me, / Acqua/ prima dell’Acqua in me” (PMG IV, cit. Incipit):
Dentro alla sostanza, le distanze diramano radici.
Struttura di luce negata, allora in occulto alla sua base sussiste.
Orbita al suolo che vedi riemergere adesso dal buio, Forma di vita, l’ellisse si rivela limite e fondamenta di un’Opera architettonica: da signum si eleva in dimensio-Dimensione, quindi in misura, e fusa in due tonalità si amplifica la temperatura del colore; dal suo bacino bluverde (Ral 5020, blu oceano), ”la luce esce da dentro come onda” (Attilio Stocchi in Favilla, Diffracte, II – Piazza San Fedele in Milano, 2015) ed equivale ad un grandioso asse ideale il tripudio strutturale che si impernia al centro del grande soffitto a volta, fulcro, a sua volta, della partitura geometrica della Sala; 1288 steli metallici bianchi (Ral 9018, bianco papiro) piantati lungo ed all’interno del suo perimetro s’irradiano come un’iconostasi, fiamma sacrale nell’alchimia che oramai empie gli Spazi: il Bosco delle Muse” edificato da Attilio Stocchi, Apice terreno contingente, è un bosco di Papiri – midollo perenne – ovvero adesso, attraverso “Muse a Milano”, l’anima immacolata di quella lacunosa sostanziale realtà costitutiva che rende manifesta, commovente, indelebile, la sontuosa memoria storica della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale. Ogni suo stelo in risonanza, nell’addizione empatico/emozionale e razionale, è come un “filamento della memoria culturale […] di cui sono principio le Pathosformeln, [o Formule di pathos, e] il telos che ne prefigura lo sviluppo dal mito” (nel seguitare a ripercorrere l’iter di A. Warbourg. In Mnemosyne. Bilderatlas – Atlante della Memoria, cit.), pura coscienza mnemica di se stesso.
E’ traccia umana, ogni stelo, linea guida nel ricercare i Segni propri dell’Artefice, quelle Strutture sue profonde d’immagini che sono purezza, sono testimonianza. Che aprono gli spazi alla vita. Per acume intellettuale, prescienza, per pensiero analitico e analogico, edificate, nel consueto accordare, suo, discipline ed ambiti differenti; e per la radice etimologica, la storia da cui si dipartono e ramificano. Sono porte d’accesso alla vastità: ancestrale risonanza che diventa battito architettonico, laddove memoria è ancora Natura, ovvero materia metamorfica, lume, fonte da custodire.

Grondano via la notte dalle membra, le quaranta Cariatidi del Callani, propaggini grevi pur superbe sotto al peso che le stigmatizza antiche donne di Karya, impetrate a vegliare l’organismo della Sala; irraggiate dalla base, al tumulto affiorano ormai, sono come fiaccole. Traboccano di luce i loro volti erosi, o sfondati e perduti in un ascolto perenne e sconfinato, nel riverbero del Bosco.

Si apre in suono l’Architettura, in distanze, in respiro: svelato delle statue il ritmo celato/rivelato entro le traiettorie esplicite dello spazio, e lasciati diramare nel riflesso i loro corpi vividi d’ardenze a stormire ad infinitum con il Bosco, nel riverbero che li affonda, al di là della superficie degli specchi della Sala; e al contempo rivelata la morfologia del pavimento ai nostri piedi, che “gorgoglia di navicelle azzurre” perché “l’infinito ci aspetta e il mare […] ” (Attilio Stocchi in Favilla, Diffracte, II – Piazza San Fedele in Milano, 2015), non è che la sacra fonte – Castalia – delle Muse.
Costruita dall’Artefice come Luogo di 9 “stanze” esagonali accostate come grandi tessere di mosaico (dal gr. musaikòn e nel lat. opus musivum: ‘opera degna delle/creata dalle Muse’), e cristallizzata nel conformarsi proskḗnion, la fonte sacra si delinea Luogo architettonico per la Visione, theáomai: ognuna delle 9 dee protettrici delle Arti, dai 9 monitor in sincronia del Bosco, apre la Rappresentazione di “Muse a Milano – Accoppiamenti giudiziosi”, identificata nel conformarsi attraverso il volto d’un personaggio milanese che la propria essenza creativa, nel suo medesimo ambito artistico, ha riversato da se stesso: dallo snodo, Calliope (la – bella voce – scrivente; Indro Montanelli), Urania (la trascendente/celeste; Carlo Maria Martini), Euterpe (la rallegrante; Dario Fo), Tersicore (la danzante/volteggiante; Carla Fracci), Melpomene (la cantante; Giorgio Gaber), Clio (la glorificante; Carlo Emilio Gadda), Erato (la desiderante; Alda Merini), Polimnia (la inneggiante; Eugenio Montale), Talia (la fiorente/festante; Franca Sozzani), generate da Mnemosyne, Mnémè, la nostra memoria.
Ad ogni Musa la propria ‘duplice’ identità d’Arte, ad ognuna una “stanza” da cui vibrare fra gli steli vividi del Bosco: fasce coinvolgenti di risonanza, piani dinamici, per un’intersoggettività costruita e alimentata. Dov’è memoria culturale, e patrimonio e radice, ed emozione, ci sono i colori: dai 9 schermi le immagini concatenate in percorsi ed in racconti si diramano in modo che ognuno di noi “come in un caleidoscopio, riveda e riviva Opere note o ignote, che, prendendolo per mano, lo invitino ad un percorso immaginifico” (Paolo Biscottini, Curatore per “Muse a Milano – accoppiamenti giudiziosi”, 2017). Il sovra senso di MuseoCity, la trasversalità di cui si avvale la Rappresentazione: dai Luoghi d’Arte di Milano la luce, come se abitassimo un cristallo; e un Bosco ad orchestrarli, dentro e oltre agli spettatori, per “mostrar loro l’arcobaleno” (Attilio Stocchi, Favilla, IV Refracte – Stasimo. Piazza San Fedele in Milano, 2015).
Nel “trasformare i musei in piazze reali” (Corriere della Sera, n. 46 del 24 Febbraio 2017, p.15, Articolo d’avvio a MuseoCity) da riscoprire inestimabili, e sempre prossime, perennemente in divenire. E nell’edificare una coscienza culturale e sociale che abbia cura e consapevolezza di se stessa.
Un organico “museo totale milanese” (Anna Foppiano, Critico d’Architettura) nella Memoria dell’acqua e della terra, trasfigurato entro quel “Bosco delle Muse” che per consustanzialità poetica e per magnificenza, già lo prefigura. Dal mondo naturale al mondo minerale – nell’ellisse, alla base, l’esagono – e di nuovo “[…] dalla preziosità serafica del cristallo minerale, dall’organicità vegetale di un albero che cresce” (ne La Stampa, del 17 Gennaio 2017, per “Vermiglia” di Attilio Stocchi, Palazzo Reale, Cortile d’Onore, dall’11 Aprile al 12 Settembre 2016).
Mescolanza delle mescolanze” (PMG IV, cit. Incipit), ovvero Natura. Perenne dialogo fra Apici che compenetrandosi conformano se stessi.

 

Principio del mio primo principio, / del soffio primo in me” (l’Alta Fonte – PMG IV, cit. all’Incipit)
Quest’è ‘l principio, quest’è la favilla che si dilata in fiamma” (il BoscoPar. XXIV, vv.145-146 ,in Favilla, cit. all’Incipit):

Oltre le cime il respiro è un lembo di sole. E’ risonanza che si apre, fuoco, vettore di orientamento, polarità che c’indìa, anemos, nel diallelo organico e formale degli spazi, quando l’Architettura è davvero valore: così il “Bosco delle Muse” di Attilio Stocchi, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano. Il nostro sguardo estasiato convogliato dall’Artefice all’ovale rosso della Volta è come il giunco vago, immateriale, che al formale e strutturale si somma, lembo costituente nel portare anch’esso alla sommità: parte integrante dell’Opera, favilla, nel tripudio svelato.
Nell’ascesa, lo vedi che “l’altezza degli steli/papiri/piante aumenta dal centro verso l’esterno, pilotando lo sguardo di chi guarda in direzione della grande volta ellittica, su cui vengono proiettati dettagli fuori scale delle opere – atlanti di nuovi possibili cieli” (Anna Foppiano, per “Muse a Milano”), dentro ed oltre le sommità d’Arte di Milano.
Coordinate fitte di Visione, nel ritmo interno d’una temporalità strutturale che eternandosi se le porta via.

 

Sub – Apud; Acqua e Fuoco. Quando l’hai vista prorompere al sole: impeto trasceso in levità rovente. In una nuvola la nostra Milano, ‘La città che sale’ (Il Lavoro, Umberto Boccioni, 1910, Moma di N.Y – reintitolato dal Marinetti), è irradiata, condensata, raccontata in quanto soffio vitale – anemos – Identità e atmosfera, centro propulsore, nel primo Padiglione Milano: è con “Vermiglia” (2016) che Attilio Stocchi a Palazzo Reale ha elevato una nuvola rossa sospesa sul Cortile d’Onore e ad esso radicata con otto tronchi/pilastri, in occasione della XXI Esposizione Internazionale della Triennale, per “sentire il battito della vita della città” in concomitanza con il Centenario della morte di Boccioni.
Per gradi d’infittimento strutturale progressivo, fino al puro coinvolgimento, al pathos della Forma: strati di fibre salde sussurrate, che dell’acciaio non portavano il peso; sinfonia interna, “Stati d’animo”, nel dar suono e la voce alla laboriosità milanese, al pensiero applicato e tramandato, memoria da celebrare. Densità svelata, nel “vermiglio, che è il colore della carne, ed è anche il colore dello sforzo, della fatica, del Labor”, un pregnante Labor After Labor – omaggio alla Cultura del Lavoro -, tema stesso della XXIT, avvalorato dell’Assessorato alle Politiche per il Lavoro del Comune di Milano, che ha sostenuto il Progetto. E colore del suo stesso nome, “Vermiglia” (dal lat. vermicŭlus, che etimologicamente rimanda all’insetto omottero da cui è tratta la tonalità), come un afflato rosso di materia viva, come un respiro che è appena stato esalato e non si basta, vuole non disperdersi ma strutturarsi.
Nell’ascesa l’ “horse power”, possanza, in quanto “Architettura animale, nata dal soffio vitale, l’anemos” (nel seguitare a ripercorrere per fasce tematiche quel Lavoro di ricerca anche etimologica attraverso il quale alla Forma è giunto l’Artefice, Attilio Stocchi per “Vermiglia”, 2016), ovvero dall’anima vibrante del cavallo dipinto in primo piano, colto dall’alto nella propria antitetica, evanescente veemenza, dal Maestro Boccioni: perno del dipinto, corpo rosso incontenibile fra cantieri e impalcature, spirito e sforzo vermiglio de La città che sale.
Ed oltre ancora, la verticalità profonda che apre in sé la Visione: quando ormai da “Vermiglia” già s’intravedeva alla cuspide ruotare nel vento l’effige dell’Arcangelo Michele, nidi modulari di ombre piovute nella luce, battito, fiato, come se non esistesse divario fra noi e la struttura in alto, come se quasi se ne potesse spostare le fibre ad ogni proprio respiro; quel senso di prossimità incomputabile, empatia di Forma, quella “Coscienza della distanza, che è puro vibrare” (Dentro al vasto concetto di aisthesis, dedalo da sciogliere in A. Warbourg, in Mnemosyne. Bilderatlas, cit.), e che apre in sé della misura il riverbero, il calore, la testimonianza.
Oltre le “Stratificazioni/nembi/Cieli” (Attilio Stocchi per Vermiglia, 2017) che in numero di sette erano innervati alle cime dai tubolari d’acciaio color vermiglio, un lembo di sole: irradiato di luce la sera a quei rintocchi dall’Artefice – e di sette ordini in egual misura la sua scansione verticale in laterizi -, il Campanile di San Gottardo in Corte, parte integrante di “Vermiglia”; risonanza della Visione, giunco in cielo, vettore, com’è adesso il nostro sguardo che sale e che piove dalla Volta al “Bosco delle Muse”.
Era lembo rosso costituente, anelito, “principio del […] primo principio, del soffio primo” (PMG IV – l’Alta Fonte, cit. all’Incipit), nel diallelo architettonico: Apice d’un Apice. Distanza fisica di un Padiglione/Nuvola temporaneo, da se stesso – Sub -, ed il coinvolgimento, la coscienza interna che gli è stata infusa di cuore perpetuandolo – Apud -, nell’avvicinarlo.

 

Super – Intra; Aria e Terra. Puro vibrare, dentro al divario che dirama, fra le Radici pregne del Bosco, e l’Alta Fonte che dilaga. Nel tempo sospeso in Divenire – di cui il diapason perimetrale, l’Ellisse, è ritmica, arcana manifestazione – è un “cerchio magico [ove anch’ella è] duale come il giorno e la notte, il sole e la luna” (Antonella Ranaldi, in Umbracula e i due Savi di Fausto Melotti, Corraini Ed., 2016, p. 23; ove il progetto del Padiglione Umbracula è di Attilio Stocchi) quello spazio estesico, ancestrale, solenne, che è la Rappresentazione: in “Muse a Milano”, i nove alvei bluverdi neon pulsanti ai nostri piedi (le “Stanze” esagonali) – come trasfusi dagli schermi ormai densi di colori e di racconti, che dai due alvei opposti del perimetro ellittico in afflati tematici già s’irradiano all’Apice -, dal fulcro ovale della Volta stessa traggono a loro volta linfa e modulazione.
Una struttura narrativa maestosa e conturbante, per immagini e per Architetture, dove il canonico quadrato semiotico (Greimas 1966), se applicato per suggestione al flusso d’energia e di vettori dell’intera Visione che si ha dal centro del Bosco, è un rombo alchemico ruotato, ovvero in divenire, per sua stessa ragion d’essere; come una gemma, un adamas, un diamante (Paracelso, in ed. 1981; simbolo radice in tutti i tempi e le religioni, senso di coscienza collettiva, “Corpo d’oro, astrale” o “Corona di fuoco”, cit. all’incipit nel PMG IV, che unisce Aria e Terra ad Acqua e Fuoco): è geometria del coinvolgimento.
Architettura suprema degli Apici in risonanza: dalle strutture magnifiche del “Bosco delle Muse” di Attilio Stocchi, là dov’era l’assenza, ovvero nell’ovale vacuo in cui L’Apoteosi di Hayez distrutta nel ’43 non narra più di sé, affiorano i nuovi cieli, Opere d’Arte fuori scala custodite in Milano, dettagli macroscopici di esse.
Le Muse e i loro Cieli, adempiuti in una matrice: attraverso “Muse a Milano – Accoppiamenti giudiziosi”, il loro è un dialogo con la contemporaneità, con la capacità sua di mutare prospettiva, di mettersi in gioco, d’interpretarsi.
Dal Parnaso di Appiani, tautologia commovente, alle analogie organiche della Scultura n.21 di Fausto Melotti, dalla Fondazione a lui intitolata di Via Randaccio in Milano; impulso vitale nel Mito, verità e colori nitidi, pieni, primari, bollenti – Bonalumi, Superficie rossa, del 1951 -, superfici di costruzione e decostruzione (Colombo, Strutturazione pulsante, Archivio d’Artista in Milano), come un alfabeto arcano che si conforma, emerge a noi e galleggia nel vuoto che ha dietro di sé. Nel pathos, il cosmo (Fontana, Concetto Spaziale, dal nostro Museo del Novecento), superfici di costruzione e decostruzione (Colombo, Strutturazione pulsante, Archivio d’Artista in Milano), vita che incombe da un Apice, laddove invece alle radici, nell’ignis centrum terrae del Bosco, le effigi sfaldate ma in pieno lume delle Cariatidi, ancora trepidano per un altro respiro.
Nel tempo dell’ellisse – con La Fine di Dio, dall’omonima serie di Fontana (Archivio Lucio Fontana a Milano) -, l’Assoluto d’Architetture e di Arte apre adesso risonanza, è un vasto orizzonte.
Quando “Tutti gli elementi messi in dialogo tra loro [dal Padiglione After/Umbracula] hanno costruito una sorta di porta sospesa tra passato e futuro, tra strutture preesistenti e interventi umani, in un’unica armoniosa architettura” (Claudio De Albertis, Presidente della Triennale di Milano), non si può che vibrare.

Due fuochi in pietra di Viggiù, e un’ellisse in proporzioni auree sopraelevata e la cui copertura a pergola è membrana trafitta da oltre 4300 fori, ognuno dei quali è osculum di timbrica differente, nidi per la luce; ellisse che sembra vegliare, conchiusa fra sette alberi armoniosi diramati in ali all’alto e alla distanza, avendone i cormi generata l’ombra e la misura dal principio, attraverso la loro stessa fibra. Ellisse, e il riverbero verde che lascia ancora di se stessa.
S’inspira alla lirica delle fronde, alla Sala delle Asse del Castello, oltreché alla suddetta serie di Fontana, la prima Installazione permanente in Milano di Attilio Stocchi, “Umbracula”, dal 16 Giugno 2016 aperta ad avvalorare quell’alveo riposto, al confine fra snodo e immaginazione, accanto alla testata curva del Palazzo della Triennale di Milano.
Fra un Ginkgo ed un Ippocastano il suo asse vitale di disposizione: misura della distanza e lembo alla vita; una soglia d’accesso ritmica, poderosa nella griglia metallica scura che le ombre e le foglie cadute hanno plasmato in tastiera, e il suono interno del colore, contrappunto attraverso il quale il rosso vino (Ral 3005) del pavimento trascende di giorno il diafano schermo del fronte ellittico argenteo strutturale, e affonda la notte, grisaille, indaco, a spegnersi oltre l’alveo della pergola chiusa, incrinata da brividi di luce, fra gli alberi viola. Il ritmo pervade tutta la struttura, che al contrario sembra domandare il silenzio; il Sentire sommesso ma vibrante che quasi la rarefà, è come se celasse un battito interno lento, intenso, un suono cupo, profondo, greve, prolungato, che non s’esprime con la dialogica cristallina della luce e delle fronde, ma che ne trae armonico conforto.
Segni di gioia e di Mestiere, di memoria, e commoventi, le piastre e i bulloni con cui l’Artefice ha assemblato le 78 lamiere della stupenda struttura, involucro formato da 24 spicchi calandrati e ricongiunti, “come le architetture in ferro dell’ingegneria ottocentesca (Attilio Stocchi, in Umbracula e i due Savi di Fausto Melotti, Corraini Ed., 2016, p. 80, cit.); laddove nondimeno per sua stessa composizione il Numero d’oro” (1,618) generato dall’Artefice nel conformare il rapporto aureo tra i due assi dell’ellisse del basamento e quelli dell’ellittica copertura a pergola, è suggello ancestrale della perennità naturale, divenire, logica suprema che solo ascende sovrana mentre si rinnova.
Fra una genesi e un epilogo come sospeso, nato dall’anemos, “Spugna: tra [mondo] vegetale e animale” (Attilio Stocchi, in Umbracula e i due Savi di Fausto Melotti, cit., p. 63, cit.), il Padiglione “Umbracula-After” è in effetti Progetto edificato sul fluidico Senso del divenire, sull’After dell’Architettura, sull’addizione all’esistente – in occasione della XXI Triennale, con l’apporto della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio di Milano, illuminate committenze -, culminato con la coinvolgente Mostra After, a cura di Antonella Ranaldi e Fulvio Irace, che ha permesso d’ammirare ed ‘interagire’ con due dei Savi del gruppo scultoreo La disputa dei Sette Savi di Atene, realizzato da Fausto Melotti tra 1960 e 1962. Dei prototipi di Costante uomo già esposti in precedenza in Triennale (nel 1936 e nel 1940), i due Savi posti di spalle l’uno all’altro, esposti con After, entro il nucleo delimitato/illimitato di “Umbracula”, hanno aperto una dimensione toccante nel modulo e nel tempo, nelle distanze: 10 i pilastri organici innalzati conseguentemente dall’Artefice Attilio Stocchi, a sorreggere la copertura/membrana del Padiglione, e nati all’origine da estrusioni della membrana stessa; 10, in modo che con i due Savi in Mostra generassero allora per addizione il numero originario della loro unità/totalità, 12, come al principio.
Una “poetica della distanza […] secondo le coordinate intra, super, sub, apud. Dentro, sopra sotto, vicino […] alla ricerca di una distanza armonica nella disputa immaginaria [che li vede interrogarsi sul] divenire, le metamorfosi organiche al trascorrere del tempo […] la possibile addizione, l’opera aperta […] nello spazio ideale” (Antonella Ranaldi, Ibidem, p. 24-27), con un “dialogo senza voce [ove] astratto, metafisico, classico diventano spigoli di un medesimo volume: una mescola che misura la coerenza, cioè la continuità e la pertinenza” (Fulvio Irace, in Umbracula e i due Savi di Fausto Melotti, cit., p. 44), come Apici ai confini impigliati nella magia infusa, coscienza interna, rivelazione vorticosa entro il fulcro d’ “Umbracula” di Attilio Stocchi.
Fra le loro enigmatiche, vulnerabili, pietrificate effigi, come argini ciechi – Alfa e Omega (merismo totale ripreso al di là dell’esegesi dal Canone, in Indro Montanelli – Calliope) – la vita unica che scorre.
Ferita dall’ombra la luce sembrava stremarsi, fra l’uno e l’altro apice, e poi sfolgorare ancora, per ”spegnersi in volo” (Da Attilio Stocchi, Favilla, Reflexe, III), eternamente.
La “coscienza della distanza” (A. Warbourg, in Mnemosyne. Atlante della Memoria, cit.) non è numero, non è struttura, è l’anima, tutta, che la riempie.

Nell’ombra d’un fiore si spegne la Volta (Jannis Kounellis, Rosa nera), si estingue il flutto del Bosco che ardeva con te alle cime. Ѐ una rivelazione l’alveo a mosaico edificato in basamento: soltanto materia, ma dentro al battito ha un fiato di vita.
Un Artefice grande è Attilio Stocchi, per le sensazioni che il suo lavoro riesce a suscitare. Che ‘vive e che muore’ nelle Sue coinvolgenti Architetture, nel suo incessante costruire, e che nel prossimo suo Spazio, già promesso, sussurrato nel Bosco, e atteso, rivivrà ancora. Per raccontare in Strutture la purezza, la meraviglia, il ricordo, le voci. La Poesia viva di quel giorno che tutti aspettiamo arrivare domani con l’alba, perché non l’abbiamo ancora vissuto.
Quattro battiti lascia di sé il perimetro d’ellisse; e le statue a quel fiato serrate sono perdute nel riverbero, come all’onda per sempre le conchiglie.
Oltre le cime il respiro, lembo rosso di sole.
Soltanto un respiro, ma è un lembo di vita.

Guarda le foglie, ascolta le foglie (Talia, la fiorente): da dove vengono i colori se non dal cuore che li ascolta. Palpito che non muore, nel nido rosso di fronde (Erato, la desiderante).
Guarda l’inverno: una sola foglia bianca perduta su di un ramo, così riflessa nell’onda che riposa, nel riverbero mesto che fa dell’oro un soffio viola, ti si rovescia Dentro, dove non sei che bambina (Tersicore, la danzante/volteggiante), purezza che trascolora nel tempo liquido che scorre, sotto il cielo che trabocca (Urania, la trascendente/celeste).
Dove vanno le case, le nuvole, i sogni, le barche, l’orizzonte, e i ponti d’argento dipinti per attraversarle (Clio, la glorificante). Nel sapore dell’acqua – memoria vivida – tu li ascolti scrosciare, dalla Volta li senti tornare, ti scorrono incontro.
Guarda l’Estate che ritorna: la cogli con le mani, calda come il sole. Ѐ il suggello di una vita, in un grumo di colore. Perché sei il cuore che perdi ad amare, che è sorto sulla tela, memoria vivida che corre come le nuvole sulla via (Calliope, la – bella voce – scrivente).
Affonda la città nera nell’acqua, che è già notte; senza fragore, delle forme cesellate se ne perde soltanto la scorza, la cromatica parvenza, il tenore. Ne riaffiora il respiro azzurro (Melpomene, la cantante), l’anelito irrorato di stelle, la risonanza che in cielo lo apre (Euterpe, la rallegrante). Colore nel colore, vita e dolore, memoria che ti corre incontro, e il cuore che perdi nel ritrovarla.

 

Giada Eva Elisa Tarantino
© Copyright

Attilio Stocchi, website:
http://www.attiliostocchi.it/

Visione dall’alto de “Muse”, ne La Repubblica (del 5 Marzo 2017):
http://video.repubblica.it/edizione/milano/muse-a-milano-l-installazione-che-omaggia-le-meraviglie-custodite-nei-musei/269483/269930
Ivi, a proposito di “Favilla” (2015):
http://www.livemilano.it/2015/06/21/favilla-di-attilio-stocchi-matrice-di-vita-alle-radici-di-ex_po/#
Ivi, a proposito di “Seme” (2013):

http://www.livemilano.it/2013/04/13/seme-seed-di-attilio-stocchi-fondamenta-di-luce-al-foscarini-spazio-brera-a-milano/
Ivi, a proposito di “Librocielo” (2012): http://www.livemilano.it/2012/04/22/librocielo-di-attilio-stocchi-milano-e-lume-patria-e-misura/#
Ivi, a proposito di “Cuorebosco” (2011): http://www.1channel.it/il-theatrum-naturae-di-attilio-stocchi-a-milano-allestisce-un-cuorebosco/

Ivi, a proposito di: “Vortice” (Attilio Stocchi, con Gualtiero Oberti. Dal 2006, in Piazza Cavour a Vaprio d’Adda); “Ex_ Po. Milano e la sua distanza” (2015 – in divenire. Progetto di land art in via d’edificazione, in mostra alla Triennale di Milano, dal 30 Gennaio al 22 Febbraio 2015); “Reame” (2014, Progetto effimero.duraturo per la riqualificazione dell’area pedonale di Piazza Castello a Milano, avviato in Sala Leonardo di Expo Gate dal 15 al 31 Luglio 2014, in mostra per Atelier Castello alla Triennale di Milano, 7 Novembre – 14 Dicembre 2014); “Lumen” (Attilio Stocchi con Gualtiero Oberti. 2009-2011, Piazza Giovanni Paolo II a Lumezzane, Bs); “Bulbo” (2007 – 2008, Attilio Stocchi con Gino Guarnieri. Galleria d’Arte, Milano); “SEME/Seed” (Saloni 2013, Foscarini Spazio Brera, a Milano); “Attesa” (2010, Installazione per il Padiglione Italia, XII Biennale di Venezia, Tesa delle Vergini); “Fuso” (2010, scultura/architettura per Venezia); “Lucegugliavoce– I “Dialoghi sull’amore” (2007 – primo evento della Rassegna pensata e diretta da Attilio Stocchi all’interno del progetto Domus vivendi, promosso dal Comune di Milano); “Fluxum” (2003, allestimento per la mostra “Acqua”, Palazzo Reale, Milano); ”Papilio” (1995, Progetto di riqualificazione di Borghetto Flaminio a Roma),
http://www.livemilano.it/2015/06/21/favilla-di-attilio-stocchi-matrice-di-vita-alle-radici-di-ex_po/#

 

 

* “Gran Papiro Magico/Grand Papyrus Magique de Paris” (PMG IV), Bibliothèque Nationale de France, IV Sec. Rituale mitraico [ivi, in contrappunto a Par. XXIV, vv.145-147].
Disposizione frammenti selezionati di Testo, e onomatopee del Canto:

Sono e non sono” (Pre Logos) // “Corona di fuoco” (IV Logos) // “Del Nostro Oro” [Logos Invocat.] //
Aspettati d’udire un grande fragore […] ma tu di’ di nuovo (Sec. Istr.): Silenzio! Silenzio! Sono un astro che procede con voi e che splende dall’abisso (OXYOXERTHUTH – II Logos)” //

Odimi, ascolta me” (III Logos) // : “stelle pentagrammate“ (II. Logos) // […], “duplice corpo” (tu, che dimori nel Fuoco PENPTERUNY – III Logos) // […], “respiro ardente” (PSYRYNEY) […]. “Origine prima di mia origine [AAEЀIOYO – Logos Invocat.] […], principio del mio primo principio [P P OO PHR] […] del soffio primo in me [M M M] […]; mescolanza delle mescolanze in me, primo del fuoco primo in me [ЀYЀIAEЀ] […] , Acqua […] prima dell’Acqua in me […] Corpo Perfetto di me, braccio onorato [… che hanno formato nel mondo oscuro e trasparente, inanimato e che venne animato YЀI AYI EYÒIE]” […].
Soffio di Luce” [AOI – III Logos], gioia del Fuoco [AILURE]” // […], “Radice [I Logos] […].
Bello di luce [AZAIAIÒNA] […] che nella luce hai la vita” [AIA IÒ (e)] “.

L’Arte orafa, vitale, del Maestro Giuliano Ottaviani: dalla linfa al suggello, nel Tempo liquido delle Forme

Giuliano Ottaviani

Duplice Personale del Maestro
Dal 31 Gennaio 2016
presso La Banque di Milano –
al 14 Gennaio 2017 con INowArt,
presso InArte Werkkunst Gallery

Suggestioni e ricordi di Percorso

Intervento di Giada Eva Elisa Tarantino

Breccia nella materia, è la fibra esperienziale a dar valore alla sostanza; tacito accordo, testimonianza, vibra di vita e una sorgente dona all’effigie che sembrava prosciugata.
L’energia vibrazionale del Maestro Giuliano Ottaviani è il lustro nel quale sono incastonate le forme, a loro volta colmate della linfa di sole che gli è stata infusa in oscure impronte o grafi, e resa suggello: orafo ed Artefice esimio di risonanza mondiale, cultore di una dinamica iconica possente e peculiare, mai autoreferenziale, cosmopolita, poetica ed intima nel suo manifestarsi, il Maestro Ottaviani persegue ed alimenta un dialogo denso fra ciò che scorre e ciò che permane, fra medium espressivi i più disparati da contaminare senza posa, fra la propria estensione plasmata da donare in quanto pura Arte e l’immanenza nostra da rivelare equorea, flusso cromatico mutevole nel quale rispecchiarsi.
Un ponte si erge sulla laguna, cara pulsante memoria; ed un ponte è l’afflato materico che lega l’aurea sostanza ed insolubile quale cera fusa delle superfici scultoree sospese, con i grevi virgulti umani e bruni del bronzo: metafisica della contingenza, alveo della vita, brandello di Verità.
Vegliano le forme sul mare verde e viola di Venezia, perse a meditare una scenografia che non si è mai compiuta; come vetroresina le onde lucide ne correlano i contorni, che s’infrangono dove grondano i colori: nella trasparenza dell’animo che si contempla, dove tutto è capovolto. Se ti tuffi è in cielo, non in acqua; ti slanci sui colori, e ti cadi in cuore. Nel fluido riflesso la sostanza si spoglia d’apparenza, e la luna è una carezza fatta ai simulacri consunti che s’inverano scindendosi al riverbero bianco. Poi sarà passato, ma domani è l’Ieri a respirare dietro a una maschera: battito atavico, ponte per la coscienza, tempo che scorre via rosso in tracce volatili: se non gli diamo valore muore in un lembo di volto.

Nelle prospettive cognitive del Maestro Ottaviani, l’Entaglement quantistico equivale al legame arcano e remoto ricercato fra i corpi dipinti o plasmati: come Quanti non sono scomponibili se non dal ricordo, e si ritrovano al di là della logica e dei sensi, colti in misteriosa risonanza mentre s’allontanano.
Le splendide e flessuose Indossatrici, armoniche e pervasive scale fra il sogno e il compimento, d’ogni distanza e passo anch’esse custodiscono le tracce, pur perdendosi in se stesse; una cinestetica silente ed immota fra di esse ed entro i flutti del Tempo, le fa vivere senza un respiro come fossero strumenti segreti a vibrare, e come ruderi di colonne serrati all’architrave vitreo dell’acqua e dell’Identità, con i piedi d’oro su una corda di luce.
Tacito accordo, testimonianza, breccia nella materia, a risuonare è la sorgente del Maestro, adamantina oltre l’apparenza, e voce che sembra di udire:
Dove corre la mia anima, io non ho peso, non esiste peso.
Quando andrò via, che cosa resterà di me? Delfino smarrito nell’onda dell’aria, scia di fuoco che solca la terra.
Guardami adesso, nel trionfo di colori che si sfalda in un nido di stelle intrecciato al mare: le mie mani che piovono sull’onda sono rondini di luce, ma come comete sembrano tornare all’arcobaleno così riflesse sull’acqua.
Via dall’oggi, via dal domani: se ti tuffi è in cielo, non in acqua; ti slanci sui colori, e ti cadi in cuore.
Ascolto il mio corpo, i battiti interni, le fibre dei muscoli, il ritmo interno che mi lega alla terra: tumulto e neve alle cime, magma e musica assordante, frammenti senza nome di un passato che veglia su di me, come quei ruderi coperti d’edera in cima alle scogliere, che ascoltano le onde.
Langue la Laguna, nel ricordo; comincia a vibrare là dove non posso più udirla. E come luna s’abbandona dove io stesso non ho più corpo.
Dove vado io non c’è un volto a definire l’Identità, e nemmeno un nome, né sulla mano il solco della vita; c’è la livrea del sogno che da bambino ho dimenticato d’esprimere. Lo scorgo adesso in ali d’oro che si librano dove più mi sento morire. Azzurro sentire, lo vesto di bronzo: ha il grembo d’avorio, come una madre. E muliebre, adorato si conforma, si stende rosso, Ieri, quando da uomo ho potuto plasmarlo.
Dove ci amiamo, io non trovo la pace; dove ci amiamo, là si posa la vita come il sole sull’acqua: gondola d’aurora, tesoro senza peso, come raggiungerla? E come toccarla, con queste mani di rondine.
Domani è l’inverno, e non posso migrare. Langue in volo la Laguna, se mi tocco in cuore, ad aspettare.

 

 

Giada Eva Elisa Tarantino

© Copyright Giada Eva Elisa Tarantino

Giuliano Ottaviani Website:
http://www.giuliano-ottaviani.it/gallery.html

 

 

 

She’s a Lady la nuova mostra dell’artista NO CURVES

no curvesDal 23 Novembre 2016 al 13 Gennaio 2017, presso la Whitelight Art Gallery situata nell’Art Basement di Copernico Milano Centrale, è in programma la nuova mostra dell’artista NO CURVES.

Tra i massimi esponenti della tape art, NO CURVES in occasione di Expo 2015 ha realizzato un’imponente installazione con il nastro adesivo sulla superficie del sottomarino Enrico Toti, in concomitanza con la sua mostra personale Exploration, nella prestigiosa cornice del Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia “Leonardo Da Vinci” di Milano.

L’artista e filosofo del nastro adesivo utilizza questo strumento per creare straordinarie opere d’arte, dando vita a un immaginario  fatto di linee spezzate e angoli, ispirato alle grafiche futuriste e al mondo digitale; un universo adesivo a metà, un punto di incontro tra la street art e l’installazione.

Il filo conduttore della nuova mostra è la figura femminile: She’s a Lady, 10 anni di attività di NO CURVE. Una retrospettiva grafica che ci guida temporalmente dal 2006 sino al 2016 con piu di 30 opere (inedite e non) e una installazione che prenderà vita sui muri della galleria. Donne, moda e stilismo geometrico.

“Attenzione, perché la sua arte non è questione di geometria, ma di astrazione plastica.” afferma Nicolas Ballario, curatore della mostra – “NO CURVES, che ha iniziato per strada, ha lasciato la residenza fissa dei muri e delle pareti per le affissioni, toccando ogni distretto dell’arte: da artista urbano, è diventato artista “interurbano”. Mette in connessione tra loro stili, teorie, percezioni”.

In mostra le sue composizioni che recuperano la figura dall’astrazione, e poi il lavoro minimale sui manifesti pubblicitari. Opere con le quali NO CURVES offre una nuova vita ai poster.

Stella Ferro

Villa Manin presenta la mostra Sconfini di Lorenzo Mattotti

Nell'acqua, 2001

Nell’acqua, 2001

Dal 29 ottobre al 19 marzo 2017 Villa Manin di Passariano, in provincia di Udine, ospita una grande mostra dedicata a Lorenzo Mattotti dal titolo Sconfini a cura di David Rosemberg  con la collaborazione di Giovanna Durì e la fondazione Hélène et Édouard Leclerc.

La mostra arriva a Villa Manin dopo il successo della prima prima tappa a Landerneau, in Bretagna, sede della  fondazione Hélène et Édouard Leclerc, dove è stata la prima esposizione non parigina per afflusso di pubblico.

Pittore, illustratore, autore, viaggiatore Lorenzo Mattotti fin dagli anni Settanta passa dagli albi a fumetti, alle illustrazioni per i classici come Pinocchio di Collodi, ai contributi a quotidiani e riviste internazioni come Le Monde, The New Yorker, La Repubblica, alle collaborazioni con artisti del calibro di Lou Reed, Steven Soderbergh e Michelangelo Antonioni.

La mostra, organizzata dall’Ente Regionale Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia con la partecipazione della Frondazione CRUP, presenta circa 400 opere tra quaderni, disegni, progetti per manifesti, tavole originali, tele e filmati d’animazione che compongono, in diversi capitoli, un grande viaggio introspettivo nel lavoro dell’artista.

Mattotti presenta i suoi mondi, fatti di amori, affetti, paure, frenesie cittadine e paesaggi mitici, tra visioni ed umori che cambiano, prendendo spunto di volta in volta all’Espressionismo, ai quadri di Giotto, ai coloristi americani o a Bacon.

Stella Ferro

Al via la terza edizione di PAW – CHEW – GO

Illustrazione Carlotta Cogliati

Illustrazione Carlotta Cogliati

Sabato 22 a domenica 23 ottobre 2016, presso BASE Milano, si terrà la terza edizione di PAW – CHEW – GO, una mostra mercato di illustratori con workshop, incontri con gli artisti, live drawing e musica. 

PAW – CHEW – GO letteralmente significa TOCCARE – RIMUGINARE – PARTIRE. Ma in questa edizione un nuovo verbo si affianca e ribadisce che è necessario fare qualcosa: è il verbo STAIN, MACCHIARE. E a PAW – CHEW – GO, macchiarsi significherà incontrare decine di artisti da tutta Italia ed Europa e magari acquistare alcune delle loro opere, oppure farsi ispirare dalle letture e dai talk pomeridiani, ballare la notte, perdersi tra le mostre allestite nelle sale adiacenti il mercato di illustrazione.

MOSTRE 
We Never Left  di Fabrica
Ridateci le Millelire  di Stampa Alternativa
Gli Scarabocchi  Maicol & Mirco
Maptos e Amore di Lontano  di Martoz
Quasi Signorina  di Cristina Portolano
FUORIMODA  del Laboratorio di serigrafia Zebù Label
Orari: sabato 22 ottobre 14.00-23.00, domenica 23 ottobre 11.00-21.00
WORKSHOP
IO NON SO DISEGNARE by Roberta Maddalena
Sabato 22 e domenica 23 ottobre, 11.00-14.00/15.00-18.00 
Due giorni di workshop dedicato a chi vuole imparare a disegnare utilizzando la tecnica dello sketching, producendo il suo primo sketchbook.
SENZA PAROLE by Officina Tipografica Novepunti
Sabato 22 ottobre, 11.00-14.00/15.00-18.00 
Otto illustratori presenti a PAW – CHEW – GO daranno una loro illustrazione, saranno i partecipanti a darle le parole prima assenti, utilizzando caratteri mobili, torchio e inchiostri. Alla fine del workshop i partecipanti porteranno a casa un set di 8 illustrazioni, impresse a caratteri mobili.
CREATIVE EXPLORATIONS. L’ATTO CREATIVO DELLA RICERCA by Francesco Bongiorno
Domenica 23 ottobre, 15.00-19.00
TALK / PRESENTAZIONI
Simone Sbarbati (FrizziFrizzi), guiderà un panel di talk e presentazioni con professionisti dal mondo dell’illustrazione e della comunicazione: 
Sabato 22 ottobre, 16.30-17.30 – Cristina Portolano presenterà il suo libro “Quasi Signorina”
Sabato 22 ottobre, 18.00-19.00 – Marcello Baraghini, papà delle Millelire e fondatore di Stampa Alternativa
Domenica 23 ottobre, 16.30-17.30 – Martoz presenterà il suo libro “Amore di lontano”
Domenica 23 ottobre, 18.00-19.00 – Maria La Duca racconta ILLUSTRATORE ITALIANO
CONCERTI / DJ SET
Rachele Bastreghi , IISO , Fade , Bruno Belissimo , Fare Soldi , Play Eva , Giuliano Dottori
Sabato 22 ottobre: dj set 22.00-03.00 / Domenica 23 ottobre: dj set 21.00-24.00
Tutti i dettagli del programma sono disponibili su http://base.milano.it/

Stella Ferro

Arti applicate: percorsi giapponesi al Museo Bagatti Valsecchi

Bruno RivaIn occasione delle celebrazioni dei 150 anni delle relazioni diplomatiche Italia – Giappone il Museo Bagatti Valsecchi dedica tre incontri dal titolo  “Arti applicate: percorsi giapponesi”.

Primo appuntamento il 21 aprile con un incontro dal titolo I tessuti Kokura Stripes, tra modernità e tradizione, dedicato ad un’antica arte tessile usata un tempo dai samurai e oggi nel design con la designer  Noriko  Tsuiki  e Margherita Rosina, direttore del Museo Studio del Tessuto / Fondazione Antonio Ratti.

Segue  il  28  aprile  Lo  spirito  nel  segno  della calligrafia giapponese,  un excursus sull’arte della scrittura giapponese condotto dalla scrittrice  Carmen Covito e  da  ,  esperto  di  calligrafia  dell’Asia  Orientale,  cinese  e giapponese,  che  eseguirà  dimostrazioni  calligrafiche.

Chiude il ciclo giovedì 5 maggio  Il kimono: vestire con arte o arte del vestire, un  incontro  sul  fascino  del  kimono  giapponese  attraverso  una  conversazione  tra  la  responsabile  area Giappone del Centro di  Cultura Italia  –  Asia “G. Scalise” e la Maestra di vestizione  Tomoko  Hoashi, che in una performance dal vivo mostrerà, passo passo, come indossarlo.

Domenica 15 maggio alle  ore 15 e ore 16,   si terrà  un  laboratorio dedicato ai più piccoli dal titolo L’antica arte di piegare la carta, con la Maestra  Kyoko  Tsuchihashi, volto  a  scoprire  gli  origami.

Programma

Giovedì 21 aprile, ore 19

Noriko Tsuiki conversa con Margherita Rosina

I tessuti Kokura Stripes, tra modernità e tradizione

 

Giovedì 28 aprile, ore 19

Bruno Riva conversa con Carmen Covito

Lo spirito nel segno della calligrafia giapponese

 

Giovedì 5 maggio, ore 19

Tomoko Hoashi conversa con Susanna Marino

Il kimono: vestire con arte o arte del vestire

 

Ingresso libero fino a esaurimento posti

 

Domenica 15 maggio, ore 15 e ore 16

L’antica arte di piegare la carta

Laboratorio di origami per famiglie

Costo: 2 € per i bambini, 9 € per gli adulti

Si richiede la prenotazione didattica@museobagattivalsecchi.org o allo 02 7600 6132

 

Stella Ferro

Sabato 9 aprile Le Dictateur festeggia 10 anni

Emily Me Smith - Chekhov's Gun, 2015

Emily Me Smith – Chekhov’s Gun, 2015

Il prossimo 9 aprile, in occasione di MiArt 2016,  Le Dictateur celebra i 10 anni con un numero speciale, Le Dictateur N.5, organizzato da Maurizio Cattelan e Myriam Ben Salah ed una grande festa a partire dalle ore 19 presso BASE Milano, il nuovo progetto appena inaugurato per la cultura e la creatività a Milano.

Le Dictateur è tra i più dinamici protagonisti della nuova scena indipendente dell’arte italiana. E’ stato fondato nel 2006 Federico Pepe e Pierpaolo Ferrari come progetto editoriale a cui hanno preso parte, con lavori inediti, i più grandi artisti della scena nazionale e internazionale. Nel 2009 è diventato anche spazio espositivo indipendente con sede in via Nino Bixio. A partire dal 2012 viene inaugurata Le Dictateur Press, casa editrice indipendente. Le Dictateur è stato selezionato dal MoMa di New York nella mostra Millennium Magazine ed è stato tra gli spazi invitati da Cattelan/Gioni/Alemani a No Soul for Sale, la mostra che si è svolta nella Turbine Hall della Tate Modern per celebrare i più importanti spazi indipendenti della scena internazionale. La sua programmazione artistica è stata ospitata presso Family Business di Cattelan/Gioni a Chelsea New York e presso il Palais de Tokyo di Parigi.

L’evento di presentazione del nuovo numero sarà l’occasione per ripercorrere la storia di Le Dictateur, in un clima di festa, insieme a molti dei volti che ne hanno fatto parte negli ultimi dieci anni, grandi artisti della scena nazionale e internazionale ma anche tanti nomi emergenti. Una community del tutto inedita, basata su una logica puramente “dittatoriale” di totale arbitrarietà, capace di dar vita ad un luogo ideale di creazione e sperimentazione, abbattendo le barriere tra arte, editoria, musica e design.

Sarà inoltre consultabile e disponibile in anteprima la pubblicazione con il testo di Azalea Seratoni, Le Dictateur (2006-2016), per conoscere e approfondire i dieci anni di storia di Le Dictateur.

Belvedere Vodka conferma la collaborazione con Le Dictateur accompagnando la serata con l’ormai iconico cocktail Belvedere Shibuya.

Stella Ferro

L’Arte di Diana Roitman: eterno adagiarsi d’un petalo di verità

L’Arte di Diana Roitman: eterno adagiarsi d’un petalo di verità

Presentazione di Giada Eva Elisa Tarantino*

*Vernissage della Personale,
Giovedì 29 Ottobre 2015
Salotto del Consolato Generale dell’Ecuador di Milano

Che cos’è la Verità? E dove dobbiamo ricercarla? Forse è lo iato bianco annidato nella tela, dove non vivono i colori, e a lato, come un petalo caduto.
Il centro focale dell’Arte di Diana Roitman si orienta di volta in volta in base al flusso tonale e strutturale, ai punti di fuga e agli assi che s’intersecano dove frana la parvenza, alla luce diffusa dell’anima che emerge, che si nasconde e poi spicca ancora il volo dove l’Opera non può più contenerla, al confine fra il cuore, le ombre e il centro della stanza.
Si dilatano gli spazi e i tasselli figurali, toni e semitoni, prospettive cognitive della composizione: è il flusso della memoria a decentralizzare ai nostri occhi quel paesaggio mentale e cromatico, a portarli lontano dove il colore ha un profumo, e dentro, in cerca della risposta; è come un algoritmo modulare la procedura performativa articolata dell’Artefice, che per piccoli passi e sfumature schiude per gradi i nodi del Nodo iconologico del significato, fino al proprio Riconoscimento.
Bianca è la verità quando spicca oltre il computare [1.], oltre il calcolo [2.], oltre la ragione [3.]: non ha bisogno di colori, di apporti segnici, di strutture che la edifichino; viveva là da sempre, posata lieve, eterno adagiarsi, come il ricordo di una carezza.

Le ombre piangono nell’Opera di Diana RoitmanIdentità” [4.]; in loro la luce filtra come sabbia fine fra le dita delle mani. Nera fuliggine, colano dai nostri tenui contorni, dai nostri umani limiti, dal claustrofobico abbandono ai confini netti, chiusi, invalicabili al peso della logica.
Ci guardiamo in controluce aspettare che dentro ritorni il mattino, mentre là fuori il sole l’abbiamo alle spalle; ma se solo volgendoci fossimo come quelle fronde radiose che s’aprono alla terra al ricercare nell’orientamento solare la nostra stessa verità, sarebbero meno grevi, le assenze: nell’Opera “Visionario” [5] è infatti un petalo del sole pallido che filtra appena tra i rami, nel registro superiore della tela, la risposta [6.]. Petalo caduto, ci somiglia nell’attesa: adagiato a lato, su di un corpo che non ruota, nell’eliotropismo visivo della rappresentazione [7.].
Rompendo la Profondità” [8.] dell’Artefice Diana Roitman, è struttura vitrea colta come capovolta a mostrare l’intimo in alto ed all’esterno, e non nel cuore della tela. Freddi come il mare d’inverno gli assi diacci sfaldati, le fondamenta cineree sospese su ponti tersi e gelidi di superfici.
Ma in “Distillando l’Essenza del Fuoco” [9.], la verità è l’etere che avvampa fra i rami rossi, indaco, ciano, blu reale, fulgidi come l’acqua alla sorgente. Ѐ tutti gli elementi, il primo canto, il distillato della Vita.
E “Primavera” [10.] è il petalo caduto, lo iato annidato dove non vivono i colori: così niveo, puro, memoria del suo fiore. Sussurra l’Artefice, alzandolo in volo: tutto ciò che guardo lo raccolgo, lo proteggo, ma io no, me stessa no, io piovo via a scrosciare dove ci si perde, dove ci si ferisce. Ho guardato il fuoco ardere come il mio petto, senza che alcuna pioggia potesse spegnerlo; ho guardato lo specchio dell’acqua, il mio cuore si è posato su di esso come un petalo di porpora e vi è affondato celeste, colore delle correnti. Ho guardato la città riflessa nei miei occhi issarsi con le sue cime chiare sulle mie ciglia nere; le forme statiche degli edifici, il profilo delle case, l’alabastro del sole che corre per le vie, mi si sono tuffati dentro, vibranti hanno alzato in volo dell’animo spuma marina e stille d’infinito.
Ho sondato e capovolto la struttura interna del pensiero, gli anfratti della mente [11.], i ricordi della mia vita, la stessa visione intima mia del mio proprio volto, per trovare la verità, e l’ho scorta in un barlume oltre il mio cuore, come dietro a un vetro [12.].
Sono alla finestra e tengo gli occhi chiusi, per non cadere più dentro la Visione. Eppure vedo e sento ancora come sogno vivo giunchi fioriti piegati dal vento, i primi fili d’erba oltre la neve, foglie e spighe di grano nei capelli, le strade buie e il sole che le apre. Scruto la mia vita nel dettaglio ad occhi chiusi, ma se li apro non la vedo, io mi ci perdo. Arcano è questo mondo a chi lo guarda da dentro, a chi lo Sente, a chi lo vive come quando si corre alla gioia, in un campo di girasoli.
La luce mi rapisce, oltre la finestra; la luce mi ferisce, dentro, e io piango. Ha spilli di luce, questa “Primavera” [13.]; ha vettori, input, punti di fuga, un architrave amaranto [14.]. Ѐ una cattedrale radiante e viola edificata sulla bianca sorgente [15.]. Là si poserà il mio cuore, come un petalo di verità.
Mai più perdersi, computare, arginare; soltanto perdutamente scorrere via oltre i vetri, al mio fiore, e come un sole a palpitare, quando tutto il resto si spegne.

 

Giada Eva Elisa Tarantino

Finissage della mostra del Maestro Bruno Fael

invito FAELStasera, mercoledì 18 novembre, alle ore 18 nella sede di WECC (World Expo Commissioners Club) in Piazza Duomo 21 si terrà il Finissage dell’ultima mostra del Maestro Bruno Fael “Il pianeta, energia dell’anima”: un ciclo di 148 opere pittoriche dedicato a ciascuna delle nazioni presenti all’Expo di Milano. Si tratta dell’ultimo capitolo nell’arte di Bruno Fael, recentemente scomparso.

La mostra realizzata grazie al sostegno della CRI international (Chimneys and Refractories International leader mondiale nello sviluppo di nuovi progetti di centrali elettriche, impianti petrolchimici, impianti di desalinizzazione) interpreta il tema di Expo 2015 «Nutrire il Pianeta, Energia per la vita».

La serie di dipinti affronta il tema delle bandiere declinando i diversi Paesi su spazialità astratte e raffigurando coraggio e determinazione di un popolo attraverso segni e colori.

“Con questa Mostra e questo Finissage, voglio ringraziare il Maestro e Amico Bruno Fael, che recentemente ci ha lasciato, molte opere diverse che esprimono la grandezza di questo Expo che ha visto protagonista Milano e l’Italia intera e che salutano il loro ideatore in un ideale percorso verso il colore, il dialogo e l’Arte, nella sua Bellezza” ha dichiarato Alessandro Rosso, Presidente di WECC e Alessandro Rosso Group.

Alla cerimonia di chiusura parteciperanno i maggiori collezionisti di Fael, artisti, compositori e musicisti e quanti ebbero caro un Maestro d’Arte e di Umanità come Bruno Fael.

Stella Ferro

Galleria fotografica

http://www.myebook.com/ebook_viewer.php?ebookId=122614
Accedi | Disegnato da LM Media